Tra filari, mani annerite e antichi gesti contadini: il rito antico che continua a unire le generazioni

 

di Maria Gabriella Gallo

C'è un momento, nei nostri paesi della Valle del Savuto, in cui l'estate non finisce con una data sul calendario, ma con un profumo. È quello del mosto che bolle nei palmenti, dell'uva nera schiacciata, delle mani che tornano viola.

È tempo di vendemmia.

La vendemmia non è solo un lavoro agricolo. È un rito collettivo che resiste, nonostante tutto. Alle prime luci dell'alba si raggiungono i vigneti, pronti a raccogliere il frutto di un anno di attesa e di lavoro.

«L'uva va ascoltata», dice chi lo fa da una vita. E in effetti, qui nessuno guarda l'orologio. Si guarda il chicco, si assaggia, si sente se è zuccherino al punto giusto. Perché qui il vino non è mai stato una bottiglia da supermercato: è sangue della terra. Un sapere che non si studia sui libri.

Ci sono pendenze che le macchine non possono raggiungere, terrazzamenti fatti a mano dai nostri padri. Ci sono vitigni che portano nomi antichi: Magliocco, Greco Nero, Gaglioppo, Mantonico. Nomi che sanno di storia.

L'uva arriva, si pigia, il mosto inizia a cantare. Per giorni la cantina profuma di fermentazione, un odore dolce e acre insieme, che entra nei vestiti e non se ne va più. In ogni cantina c'è ancora chi imbottiglia il proprio vino, con l'etichetta scritta a mano, da stappare a Natale o da regalare a chi è lontano.

E tra queste cantine c'è quella di Samuele Garofalo, giovane di Scigliano, ma con le mani di un vecchio contadino. Samuele, puntualmente, ogni anno, come da tradizione, fa il vino. Non lo fa per moda, non lo fa per i social. Lo fa perché non ha mai smesso di portare avanti questa tradizione.

Ha imparato guardando suo papà, ma anche il nonno, stando al loro fianco con una cassetta troppo grande per lui. Oggi è lui a guidare il rito della vendemmia.

Usa lo stesso palmento di pietra, lo stesso imbuto di legno consumato dal tempo. Non cerca scorciatoie, non cerca il vino perfetto da concorso. Cerca il vino di casa, quello vero, quello che sapeva di festa e di fatica.

In lui la tradizione non è un ricordo da raccontare, è un gesto che si ripete. È la prova che la vendemmia non appartiene soltanto agli anziani. È di chi ha il coraggio di raccoglierne il testimone.

Finché ci saranno giovani come Samuele Garofalo, che scelgono di sporcarsi le mani di viola, che scelgono il profumo del mosto al rumore della città, la vendemmia non morirà mai.

Perché la vendemmia ci ricorda una cosa semplice: la terra, se la rispetti, non ti tradisce mai.  

 

MARIA GABRIELLA GALLO
Author: MARIA GABRIELLA GALLO
Biografia:
Maria Gabriella Gallo, nata e residente a Colosimi (CS), è insegnante di Religione Cattolica presso l’Istituto Comprensivo Bianchi/Scigliano. È laureata in Scienze Religiose a indirizzo psicopedagogico presso l’Università Lateranense di Roma e in Lettere e Filosofia presso l’Università della Calabria. Ha collaborato alla stesura di articoli per il giornale La Voce del Savuto, ricevendo un riconoscimento. Possiede competenze musicali nel canto e nell’uso di chitarra e tastiera, acquisite tramite studi privati e in parte da autodidatta. Predilige lo studio, la lettura e il disegno artistico. Scrive saggi brevi, testi teatrali e poesie. Ha ricevuto un riconoscimento per la pubblicazione Il messaggio sororale di San Francesco di Paola in Calabria (1994), tratto dalla tesi discussa presso l’Ateneo Romano della Santa Croce. È in corso di pubblicazione il saggio Educazione femminile: dalla ricerca della parità alla coscienza della dignità e dell’identità.


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