Decollatura / Azienda “Due T”: radici, sacrifici e futuro in Presila
Intervista a Serafino Nero, fondatore dell’azienda agricola di Decollatura
di Stefania Pettinato
Raccontare le storie vere, quelle che nascono da sacrifici e passione, arricchisce e lascia emozioni profonde. All’azienda agricola Due T, a Decollatura, l’accoglienza è di casa: non solo un luogo di lavoro, ma un mondo da vivere dentro e fuori, fatto di natura, storia, animali, pace, paesaggi mozzafiato e cibo “a metro zero”, come ama dire il titolare, Serafino Nero.
– Ci racconti la storia di "Due T"? Com'è nato il progetto e cosa significa il nome?
Il terreno dove sorge oggi l’azienda era una proprietà padronale del 1700, con un castagneto di due secoli. Apparteneva a Salvatore Renda, ricevuto in dote dalla moglie, una nobildonna di Motta Santa Lucia. Era la loro residenza estiva. Renda teneva molto ai suoi concittadini nicastresi: arrivò a finanziare a proprie spese, con due milioni di lire, la costruzione di un tratto di acquedotto.
Il fondo era di 36 ettari e, non avendo figli, alla sua morte fu diviso tra sorella e nipote.
Nel 1998 abbiamo fatto domanda di acquisto alla Piccola Cassa Contadina, tramite Ismea. Allora si valutava l’acquisto e si concedeva la proprietà a rate: ancora oggi sto pagando la mia quota. Nel 2000 è nata ufficialmente Due T: “due” come Tommaino, la frazione, e “T” come il cognome delle due sorelle, Angela e Rosa. Mia moglie Rosa ed io, insieme ad Angela e suo marito, viviamo e lavoriamo qui.

Salvatore Renda
– Qual è la filosofia che guida la vostra azienda?
La missione è mantenere lo stato naturale ed equo: il castagneto con la pulizia e le potature, i campi con la rotazione di grano, patate, ortaggi. Innovazione e passione ci accompagnano, insieme all’amore per gli animali e persino per la caccia, che qui ha radici antiche.
– Com’è gestire un’attività così multifunzionale in Presila?
Servono voglia di lavorare e sacrifici. Ogni guadagno viene reinvestito. Oggi alleviamo suini, conigli, galline, pecore, vitelli e lepri. Abbiamo anche Gianna, il nostro asinello mascotte. Produciamo e vendiamo ortaggi, castagne, tutto quello che la terra ci offre. Dopo tanti anni, finalmente raccogliamo i frutti. L’agriturismo ha 15 posti letto e io lo definisco “differenziato”, perché tutto si compensa con il resto.

– Quali sono le principali coltivazioni biologiche?
Vigneto, patate, grano e ortaggi a rotazione. Quando si raccoglie il grano facciamo anche la festa della trebbiatura.
– Perché l’allevamento delle lepri?
È nato negli anni ’70, quando la fauna selvatica mise per la prima volta le lepri in gabbia. Da lì abbiamo scelto di dedicarci a questo allevamento. Dal 2000 forniamo gli istituti di caccia: serve a proteggerle, perché sono in via d’estinzione.
– Il progetto del laghetto per le trote: a che punto è?
Il laghetto c’è già. Prima era un terreno coltivato a fagioli, ma dopo i lavori per pompare l’acqua dal fosso mi sono detto: perché non lasciarlo così? Oggi ospita carpe, trote, tartarughe e tante api che vengono a dissetarsi. È al servizio dell’azienda e io lo definisco “a metro zero” come tutto il resto.
– Come si lega l’agriturismo alla produzione agricola e zootecnica?
Con l’autoconsumo: quello che produciamo lo portiamo in tavola per i nostri ospiti. Non siamo un ristorante, ma concordiamo insieme i menù. È un’esperienza semplice, genuina.
– Gli ospiti possono partecipare alla vita dell’azienda?
Sì, certo. I nostri ospiti, soprattutto pugliesi e siciliani, amano venire durante la raccolta delle castagne. Se vogliono, possono partecipare tutti.
– In che modo il biologico e la biodiversità contribuiscono alla sostenibilità?
Tutto si crea, tutto si trasforma. Gli animali forniscono il letame che usiamo per concimare i campi prima delle coltivazioni. È un ciclo chiuso. Il biologico, per noi, è naturale e fondamentale.
– Quali sono i prossimi obiettivi? Dove vi vedete tra cinque anni?
Il primo obiettivo è finire di pagare le rate. Poi investire ancora nell’azienda, vivendo sogni tranquilli. Siamo sede dell’associazione Il cammino di Gioacchino da Fiore. E poi… basta salire un po’ più su, sulla montagna, per vedere uno scenario paradisiaco: Lamezia, il Golfo, la Sicilia, l’Etna. La prima volta che lo vidi mi mancò il respiro, tanto era bello.











