Un tuffo nel passato: quando la felicità abitava nei vicoli
di Antonietta Malito
C’è un tempo che oggi sembra lontanissimo, eppure è ancora vivo nei ricordi di chi ha camminato per i vicoli dei centri storici dei nostri borghi. Un tempo in cui la vita si svolgeva tra le mura semplici delle case, sulle soglie consumate dal passaggio e nelle parole scambiate da una finestra all’altra. C’erano le donne, soprattutto quelle anziane, vestite di nero, con il fazzoletto in testa a coprire capelli grigi come la pietra delle vecchie case. Erano le custodi della memoria, con le mani segnate dalla fatica e il cuore aperto come le porte che raramente si chiudevano a chiave. Bastava poco per richiamare un saluto, un gesto con la mano per raccontare mille storie.

I vicini erano famiglia allargata, conforto nelle giornate di dolore e di lutto. Nei volti si leggeva una calma che oggi ci commuove, perché ci ricorda quanto fosse preziosa la lentezza. Nessuno correva, nessuno aveva fretta, si viveva con poco, ma quel poco bastava. Il pane era spezzato e condiviso, l’olio era oro prodotto con le proprie mani, e se una famiglia era in difficoltà, tutto il vicinato si stringeva in un abbraccio silenzioso e concreto. Ogni paese aveva un’anima fatta di relazioni vere, di fiducia, di stima guadagnata con il tempo. Le parole avevano peso, i gesti avevano significato. Una sedia fuori dalla porta diventava punto d’incontro, un semplice “come stai?” era sincero, mai di circostanza.
A quei tempi si rispettava profondamente anche il comparatico (‘u Sangiuvanni): quando si battezzava un bambino o una bambina, tra il padrino o la madrina e la famiglia del battezzato nasceva un legame forte, basato sulla stima reciproca, sul rispetto profondo e su un senso di responsabilità che durava tutta la vita. Essere compari significava essere legati da una promessa silenziosa, da una fiducia che non aveva bisogno di essere ribadita, perché era parte stessa del vivere quotidiano.
Questi sentimenti puri e veri, ormai purtroppo rari, emergono prepotentemente nei libri che ci narrano la vita di quel mondo così distante dal nostro, ma anche dalle fotografie che quel tempo lo hanno fermato per sempre. Queste immagini, tanto evocative, ci fanno comprendere che la felicità abitava nei dettagli: nello sguardo della vicina, nel profumo del bucato steso al sole, nel suono delle campane che scandivano il giorno. Quel passato non è ancora del tutto scomparso, ma vive in chi continua a portarlo nel cuore, nei racconti, nelle vecchie case ancora in piedi, nei silenzi che parlano più delle parole. Ed è bello chiudere gli occhi e provare a immaginare di vivere quella realtà semplice, anche povera, ma ricca di sentimenti e di valori.
A me piace, ogni tanto, fare un tuffo nel passato, quando cammino in un centro storico o mi fermo a osservare vecchie foto, testimonianze vivide di una memoria da custodire e tramandare. E ogni volta l’emozione è grande e profonda e accresce il mio senso di appartenenza ai luoghi a me più cari.
Foto di Domenico Valenti











