Dai segreti della Via Popilia all’impero dorato della seta, fino all'apocalisse del 1638: ascesa, caduta e la miracolosa rinascita di una stirpe indomita che oggi chiede di essere riunita. 

 

di Piero Petrisano

SCIGLIANO (CS) – Centotrentuno avanti Cristo: i legionari romani marciano verso Sud. Per piegare la fiera resistenza dei Bruzi, il pretore Marco Giunio Sillano pianta le tende su un costone impervio e lancia una sfida ingegneristica alla gola del fiume Savuto. Nasce Syllanum e, con essa, il monumentale Ponte di Annibale, una ciclopica arcata a secco destinata a diventare la chiave d'accesso militare e commerciale della Calabria antica lungo la Via Popilia.

Ma, quando l' Impero romano crolla e dal Tirreno spuntano, minacciose, le vele dei pirati saraceni, la storia cambia marcia. La parola d’ordine diventa una sola: ritirata. La popolazione abbandona il fondovalle, si arrocca tra i boschi impenetrabili e si frammenta in 9 frazioni invisibili e collegate solo da segnali di fumo. Una galassia fortificata pronta a esplodere.

Terra di uomini liberi

La vera svolta è politica e porta la firma di una donna. Nel 1198, l’imperatrice Costanza d’Altavilla ordina la ricostruzione del Castello di Diano: Scigliano viene proclamata Città Regia. Niente baroni, niente padroni. I cittadini dipendono solo dal Re. È il passaporto per la gloria.

Mentre il resto della Calabria Citra soffoca sotto i tributi feudali dei signorotti, gli sciglianesi godono di immensi privilegi demaniali, legnatico e pascolo gratuito nei polmoni verdi della Sila. Chiunque provi a comprare il borgo dal sovrano di turno finisce umiliato: per ben due volte, nel Quattrocento e nel Cinquecento, l’orgogliosa "Università" di Scigliano si tassa, raccoglie montagne di monete d’oro e compra il proprio riscatto, rispedendo al mittente le pretese dei baroni Di Gennaro e Firrao. Una terra di uomini liberi che non si piega a nessuno.

L'Età dell'Oro e il primato demografico

I numeri fotografano un miracolo demografico ed economico senza precedenti. Nel 1443 il distretto conta già 4.500 anime, ma è nel Cinquecento che scatta l'età dell'oro. Le colline si riempiono di gelsi, le case diventano laboratori. È il boom della sericoltura e dei "Pettinari", mercanti-artigiani capaci di produrre pettini in legno e osso esportati in tutto il Mediterraneo.

La ricchezza spacca in due la società, ma crea un volano inarrestabile. Da un lato ci sono i Nobili e i Civili: notai, medici e magnati della seta che studiano a Napoli e vivono in palazzi signorili dai maestosi portali in pietra; dall’altro i contadini, che spaccano la schiena sui campi ma respirano l'aria della libertà regia. Il verdetto dei censimenti del 1595 è clamoroso: Scigliano vola oltre i 10.500 abitanti. Una metropoli montana diffusa che doppia Castrovillari, Rossano e Amantea, arrivando a mordere i tacchi alla stessa Cosenza (ferma a 12.000).

Dall'apice all'Apocalisse

L'inizio del Seicento vede Scigliano ancora all'apice, fiera della sua indipendenza. Nel 1631, l'ennesimo affronto: il viceré di Napoli vende di nuovo la città al principe Caracciolo. La risposta del popolo è epica. Cinque anni di sacrifici disumani e poi, il 12 settembre 1636, la firma del leggendario Riscatto: Scigliano versa la mostruosa cifra richiesta e ricompera, per la terza volta, la propria libertà.

Ma il destino è in agguato. Meno di due anni dopo, il 27 marzo 1638, l'apocalisse. Un terremoto spaventoso, uno dei più catastrofici della storia d'Italia, squarcia la terra. In pochi secondi, i palazzi signorili, le splendide chiese e i laboratori della seta crollano. Le frazioni sono rase al suolo. Il gigante è in ginocchio, ferito a morte.

Il seme della rinascita: un'idea per il futuro

Ma è proprio dalle macerie di quella notte che fiorisce un miracolo di speranza, la testimonianza definitiva della tempra sciglianese. I sopravvissuti non si arrendono alla polvere. Spinti da un'inarrestabile fame di vita, migliaia di profughi si mettono in marcia, risalgono la Sila, scendono verso lo Jonio e la valle del Crati. Dove c'è desolazione, loro portano futuro: quella diaspora dà vita a una costellazione di ben 27 nuovi paesi e villaggi fondati o ripopolati da zero (tra cui Savelli, Mandatoriccio, San Giovanni in Fiore e i territori circostanti). Il sangue, la lingua, i cognomi e le tradizioni di Scigliano vengono letteralmente seminati in tutta la Calabria.

Oggi, quelle 27 comunità sparse sono i rami di un unico, immenso albero genealogico. Riunire questi "cugini di sangue" in una rete ideale, un'unica grande comunità storica e culturale, non sarebbe solo un tributo alla memoria: sarebbe il manifesto di un riscatto moderno. Il progetto perfetto per ricucire i fili della storia e restituire a Scigliano, attraverso la forza e l'unione dei suoi figli, il posto che le spetta di diritto tra le grandi capitali morali del Mezzogiorno.

 

 

AIELLO CALABRO (CS) – Il Comune di Aiello Calabro, inserito da poco tra "I Borghi più belli d’Italia", si appresta a celebrare il quarto centenario della morte di Pietro Barbalonga (1626-2026), scalpellino, architetto, artista siciliano che ha operato in Calabria, e ad Aiello in particolare, tra la fine del ‘500 e le prime due decadi del ‘600. Un sodalizio che ha legato indissolubilmente il suo nome alla bellezza monumentale di Aiello. Le iniziative dell’anno “barbalonghiano” si inseriscono nel festival “Sentieri d’Arte”, un ambizioso progetto culturale, dedicato alla storia dell’arte rinascimentale in Calabria, finanziato dalla Regione Calabria con fondi POC 2014/2020 –Az.6.8.3

 

Non è più soltanto una leggenda tramandata nel tempo. Non è più soltanto un insieme di ruderi. Dopo secoli di silenzio, il Castello di Scigliano torna a mostrare la sua immagine autentica grazie a un approfondito lavoro di ricerca storica condotto da Fernando Crispino.

 

di Antonietta Malito

C’è un tempo che oggi sembra lontanissimo, eppure è ancora vivo nei ricordi di chi ha camminato per i vicoli dei centri storici dei nostri borghi. Un tempo in cui la vita si svolgeva tra le mura semplici delle case, sulle soglie consumate dal passaggio e nelle parole scambiate da una finestra all’altra. C’erano le donne, soprattutto quelle anziane, vestite di nero, con il fazzoletto in testa a coprire capelli grigi come la pietra delle vecchie case. Erano le custodi della memoria, con le mani segnate dalla fatica e il cuore aperto come le porte che raramente si chiudevano a chiave. Bastava poco per richiamare un saluto, un gesto con la mano per raccontare mille storie. 

I vicini erano famiglia allargata, conforto nelle giornate di dolore e di lutto. Nei volti si leggeva una calma che oggi ci commuove, perché ci ricorda quanto fosse preziosa la lentezza. Nessuno correva, nessuno aveva fretta, si viveva con poco, ma quel poco bastava. Il pane era spezzato e condiviso, l’olio era oro prodotto con le proprie mani, e se una famiglia era in difficoltà, tutto il vicinato si stringeva in un abbraccio silenzioso e concreto. Ogni paese aveva un’anima fatta di relazioni vere, di fiducia, di stima guadagnata con il tempo. Le parole avevano peso, i gesti avevano significato. Una sedia fuori dalla porta diventava punto d’incontro, un semplice “come stai?” era sincero, mai di circostanza.

A quei tempi si rispettava profondamente anche il comparatico (‘u Sangiuvanni): quando si battezzava un bambino o una bambina, tra il padrino o la madrina e la famiglia del battezzato nasceva un legame forte, basato sulla stima reciproca, sul rispetto profondo e su un senso di responsabilità che durava tutta la vita. Essere compari significava essere legati da una promessa silenziosa, da una fiducia che non aveva bisogno di essere ribadita, perché era parte stessa del vivere quotidiano. 

Questi sentimenti puri e veri, ormai purtroppo rari, emergono prepotentemente nei libri che ci narrano la vita di quel mondo così distante dal nostro, ma anche dalle fotografie che quel tempo lo hanno fermato per sempre. Queste immagini, tanto evocative, ci fanno comprendere che la felicità abitava nei dettagli: nello sguardo della vicina, nel profumo del bucato steso al sole, nel suono delle campane che scandivano il giorno. Quel passato non è ancora del tutto scomparso, ma vive in chi continua a portarlo nel cuore, nei racconti, nelle vecchie case ancora in piedi, nei silenzi che parlano più delle parole. Ed è bello chiudere gli occhi e provare a immaginare di vivere quella realtà semplice, anche povera, ma ricca di sentimenti e di valori.

A me piace, ogni tanto, fare un tuffo nel passato, quando cammino in un centro storico o mi fermo a osservare vecchie foto, testimonianze vivide di una memoria da custodire e tramandare. E ogni volta l’emozione è grande e profonda e accresce il mio senso di appartenenza ai luoghi a me più cari. 

Foto di Domenico Valenti

 

 

ROGLIANO
La pietra magica

Secondo una leggenda tramandata negli anni, c'è una pietra, detta "petru e pescu", su cui chiunque si sieda, a patto che sia sincero, sente la chioccia con i pulcini e una donna che tesse.

Il miracolo della Madonna della Saletta

Si narra che Fedele Gabriele, tornando dalla campagna, corse il rischio di morire sul suo mulo, che, diventato irrequieto e nervoso scalciando e impennandosi, cioè imbizzarritosi, lo fece sobbalzare molte volte.
Lo sventurato chiese aiuto alla Madonna della Saletta, che lo salvò.
In segno di devozione, Fedele fece costruire,nel 1879, la Chiesa della Madonna della Saletta. Sulla facciata si nota, infatti, l'iscrizione "A divozione di Fedele Gabriele". All'interno non ci sono elementi decorativi. Sulla parete di fondo, una nicchia custodisce una statua della Madonna.

AIELLO CALABRO
La sorgente "du vecchiarellu"

Sul Monte Faeto (1100 m.), splendente e incontaminato bosco, che domina Aiello Calabro, c'è una sorgente di acqua fresca e limpidissima, chiamata "du vecchiarellu".
Si narra,infatti, che, molto tempo fa, un vecchietto, passeggiando per i boschi, fosse andato a bere a questa fontana di acqua purissima e che, malgrado l'età avanzata, sia rimasto arzillo e sano per molto tempo, come se avesse scoperto l'elisir di lunga vita.

La cattiva fama degli Aiellesi

Sembra che,in passato, gli Aiellesi non godessero di buona fama. Essi venivano indicati con il nome di "tammurari" (suonatori di tamburo), perché suonavano in tutte le feste e, inoltre, c'era un detto,indirizzato a loro, che recitava "Ajellisi, scurcia li 'mpisi, / e de la pelle fattinni cammisi. / Ajellu, Ajellu, / allu miegliu d'u mangiari, / tu stipati u curtiellu." (Aiellesi, impiccali, scorticali, / e della pelle fanne camicie. / Aiello, Aiello, / per il momento più importante del pranzo / conservati il coltello).

Giuseppe Pizzuti, docente 

 

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