AIELLO CALABRO (CS) – Il Comune di Aiello Calabro, inserito da poco tra "I Borghi più belli d’Italia", si appresta a celebrare il quarto centenario della morte di Pietro Barbalonga (1626-2026), scalpellino, architetto, artista siciliano che ha operato in Calabria, e ad Aiello in particolare, tra la fine del ‘500 e le prime due decadi del ‘600. Un sodalizio che ha legato indissolubilmente il suo nome alla bellezza monumentale di Aiello. Le iniziative dell’anno “barbalonghiano” si inseriscono nel festival “Sentieri d’Arte”, un ambizioso progetto culturale, dedicato alla storia dell’arte rinascimentale in Calabria, finanziato dalla Regione Calabria con fondi POC 2014/2020 –Az.6.8.3

 

Non è più soltanto una leggenda tramandata nel tempo. Non è più soltanto un insieme di ruderi. Dopo secoli di silenzio, il Castello di Scigliano torna a mostrare la sua immagine autentica grazie a un approfondito lavoro di ricerca storica condotto da Fernando Crispino.

 

di Antonietta Malito

C’è un tempo che oggi sembra lontanissimo, eppure è ancora vivo nei ricordi di chi ha camminato per i vicoli dei centri storici dei nostri borghi. Un tempo in cui la vita si svolgeva tra le mura semplici delle case, sulle soglie consumate dal passaggio e nelle parole scambiate da una finestra all’altra. C’erano le donne, soprattutto quelle anziane, vestite di nero, con il fazzoletto in testa a coprire capelli grigi come la pietra delle vecchie case. Erano le custodi della memoria, con le mani segnate dalla fatica e il cuore aperto come le porte che raramente si chiudevano a chiave. Bastava poco per richiamare un saluto, un gesto con la mano per raccontare mille storie. 

I vicini erano famiglia allargata, conforto nelle giornate di dolore e di lutto. Nei volti si leggeva una calma che oggi ci commuove, perché ci ricorda quanto fosse preziosa la lentezza. Nessuno correva, nessuno aveva fretta, si viveva con poco, ma quel poco bastava. Il pane era spezzato e condiviso, l’olio era oro prodotto con le proprie mani, e se una famiglia era in difficoltà, tutto il vicinato si stringeva in un abbraccio silenzioso e concreto. Ogni paese aveva un’anima fatta di relazioni vere, di fiducia, di stima guadagnata con il tempo. Le parole avevano peso, i gesti avevano significato. Una sedia fuori dalla porta diventava punto d’incontro, un semplice “come stai?” era sincero, mai di circostanza.

A quei tempi si rispettava profondamente anche il comparatico (‘u Sangiuvanni): quando si battezzava un bambino o una bambina, tra il padrino o la madrina e la famiglia del battezzato nasceva un legame forte, basato sulla stima reciproca, sul rispetto profondo e su un senso di responsabilità che durava tutta la vita. Essere compari significava essere legati da una promessa silenziosa, da una fiducia che non aveva bisogno di essere ribadita, perché era parte stessa del vivere quotidiano. 

Questi sentimenti puri e veri, ormai purtroppo rari, emergono prepotentemente nei libri che ci narrano la vita di quel mondo così distante dal nostro, ma anche dalle fotografie che quel tempo lo hanno fermato per sempre. Queste immagini, tanto evocative, ci fanno comprendere che la felicità abitava nei dettagli: nello sguardo della vicina, nel profumo del bucato steso al sole, nel suono delle campane che scandivano il giorno. Quel passato non è ancora del tutto scomparso, ma vive in chi continua a portarlo nel cuore, nei racconti, nelle vecchie case ancora in piedi, nei silenzi che parlano più delle parole. Ed è bello chiudere gli occhi e provare a immaginare di vivere quella realtà semplice, anche povera, ma ricca di sentimenti e di valori.

A me piace, ogni tanto, fare un tuffo nel passato, quando cammino in un centro storico o mi fermo a osservare vecchie foto, testimonianze vivide di una memoria da custodire e tramandare. E ogni volta l’emozione è grande e profonda e accresce il mio senso di appartenenza ai luoghi a me più cari. 

Foto di Domenico Valenti

 

 

ROGLIANO
La pietra magica

Secondo una leggenda tramandata negli anni, c'è una pietra, detta "petru e pescu", su cui chiunque si sieda, a patto che sia sincero, sente la chioccia con i pulcini e una donna che tesse.

Il miracolo della Madonna della Saletta

Si narra che Fedele Gabriele, tornando dalla campagna, corse il rischio di morire sul suo mulo, che, diventato irrequieto e nervoso scalciando e impennandosi, cioè imbizzarritosi, lo fece sobbalzare molte volte.
Lo sventurato chiese aiuto alla Madonna della Saletta, che lo salvò.
In segno di devozione, Fedele fece costruire,nel 1879, la Chiesa della Madonna della Saletta. Sulla facciata si nota, infatti, l'iscrizione "A divozione di Fedele Gabriele". All'interno non ci sono elementi decorativi. Sulla parete di fondo, una nicchia custodisce una statua della Madonna.

AIELLO CALABRO
La sorgente "du vecchiarellu"

Sul Monte Faeto (1100 m.), splendente e incontaminato bosco, che domina Aiello Calabro, c'è una sorgente di acqua fresca e limpidissima, chiamata "du vecchiarellu".
Si narra,infatti, che, molto tempo fa, un vecchietto, passeggiando per i boschi, fosse andato a bere a questa fontana di acqua purissima e che, malgrado l'età avanzata, sia rimasto arzillo e sano per molto tempo, come se avesse scoperto l'elisir di lunga vita.

La cattiva fama degli Aiellesi

Sembra che,in passato, gli Aiellesi non godessero di buona fama. Essi venivano indicati con il nome di "tammurari" (suonatori di tamburo), perché suonavano in tutte le feste e, inoltre, c'era un detto,indirizzato a loro, che recitava "Ajellisi, scurcia li 'mpisi, / e de la pelle fattinni cammisi. / Ajellu, Ajellu, / allu miegliu d'u mangiari, / tu stipati u curtiellu." (Aiellesi, impiccali, scorticali, / e della pelle fanne camicie. / Aiello, Aiello, / per il momento più importante del pranzo / conservati il coltello).

Giuseppe Pizzuti, docente 

 

Tra i personaggi di assoluto prestigio di Rogliano, bisogna ricordare il Beato Bernardo, al secolo Leonardo Milizia.
Egli nacque a Rogliano nel 1519 da Potestio Milizia e Palma Dodero. Rimasto orfano, all'età di undici anni si trasferì a Rende presso uno zio, che lo indirizzò agli studi. In seguito si trasferì a Castrovillari, dove svolse un'esperienza di lavoro nella bottega di un calzolaio.
Ben presto abbandonò questo mestiere, si ritirò a vita eremitica e fu ordinato sacerdote.
Dopo aver visitato Loreto (provincia di Ancona) e Roma, sconcertato dalla corruzione del clero, nel 1543, si ritirò a Colloreto, nel territorio di Morano Calabro, ai piedi del Pollino.
Nel 1546, fondò il Monastero di Colloreto e abbracciò la regola di Sant'Agostino. Il Monastero divenne, in pochi anni, sontuoso e ricchissimo, per le donazioni dei signori di Morano, fra i quali parecchi presero l'abito di quella religione e si distinsero per opere di carità e cultura. 


La Congregazione, detta Eremiti di Sant'Agostino "Colleretani", venne riconosciuta con bolla del 23 agosto 1560, da papa Pio IV. A questa Congregazione posseditrice anche di tre case a Morano, appartennero una chiesa a Viggianello (provincia di Potenza) del 1598, una ad Orsomarso (1601) e una cappella o chiesa a Mormanno.
Fra Bernardo morì il 12 gennaio 1602, all'età di ottantatré anni.
La Congregazione dei "Colleretani" scomparve con decreto di Gioacchino Murat del7 agosto 1809,per effetto del quale vennero soppressi tutti gli Ordini Religiosi nel Regno di Napoli, durante il decennio francese.
Ancora oggi, alle falde del Massiccio del Pollino, spiccano, tra i boschi di faggi ed elci, i ruderi del grande monastero fondato da lui.
Giuseppe Pizzuti, docente 

Morano Calabro, ruderi del monastero di Colloreto

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