di Fiore Sansalone
Nel Savuto, come in tante altre aree interne del Sud, la vera emergenza non fa rumore: sono le partenze.
Treni, pullman, auto col bagagliaio pieno e il cuore vuoto. Partenze silenziose, quotidiane, fatte di ragazzi che non tornano più, o tornano solo per le feste. Giovani che lasciano paesi dove non c’è un futuro e, sempre più spesso, nemmeno un presente.
Non si tratta solo di “cervelli in fuga”. Il termine è ormai riduttivo. Qui fuggono anche le braccia, i sogni, le speranze. Fuggono diplomati e laureati, ma anche operai, baristi, contadini. Fuggono perché restare costa troppo, in termini di dignità, opportunità e prospettiva. Perché restare significa spesso vivere da invisibili in una terra che li ama, ma non sa trattenerli.
Eppure, il Savuto ha risorse: una posizione strategica tra Sila e Tirreno, un patrimonio paesaggistico straordinario, borghi storici, cultura, gastronomia, tradizione. Ma manca una visione politica vera, manca un disegno. Si continua a rincorrere bandi e fondi a pioggia, senza investimenti strutturali, senza una rete di trasporti moderna, senza servizi, senza lavoro.
I giovani non se ne vanno perché vogliono scappare. Se ne vanno perché qui non possono costruire. E chi resta, spesso, è costretto a farlo rinunciando a qualcosa: a un lavoro dignitoso, a un’autonomia economica, alla possibilità di scegliere.
In un'Italia che discute ogni giorno di PNRR, di coesione territoriale, di rigenerazione dei borghi, viene da chiedersi: il Savuto dov’è? Esiste nei piani di rilancio? O continuerà a vivere solo nei ricordi di chi se n’è andato?
Perché quando un giovane parte e non torna, non perdiamo solo una persona. Perdiamo un futuro.
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