di  Fiore Sansalone

Oggi è il Primo Maggio.
E anche nel Savuto si torna a parlare di lavoro.

È giusto farlo. Sarebbe grave il contrario. Il lavoro resta una delle parole più importanti per una comunità: significa reddito, dignità, autonomia, possibilità di costruire una vita. Ma proprio per questo non può essere trattato come un argomento da ricorrenza, da tirare fuori una volta l’anno insieme alle frasi di circostanza.

Nel Savuto, parlare di lavoro significa parlare di qualcosa di molto concreto. Significa parlare di giovani che vanno via non perché non amino la propria terra, ma perché qui spesso non trovano le condizioni per restare. Significa parlare di famiglie che tengono duro, di attività che provano a resistere, di professionisti, artigiani, agricoltori e piccoli imprenditori che ogni giorno fanno i conti con limiti che non dipendono solo dalla loro volontà.

Il punto è questo: il Savuto non è un territorio fermo perché manca capacità. Non è un territorio povero di energie, di intelligenze, di persone disposte a fare sacrifici. Al contrario, molto di ciò che ancora esiste nei nostri paesi esiste proprio grazie alla tenacia di chi è rimasto.

Ma la tenacia, da sola, non può diventare una politica di sviluppo.

Non si può chiedere a una comunità di resistere all’infinito se intorno mancano collegamenti adeguati, servizi stabili, opportunità reali, strumenti per chi vuole investire, lavorare, aprire un’attività o portare avanti quella di famiglia. Non si può continuare a dire ai giovani di restare se poi restare significa, troppo spesso, accettare meno possibilità, più ostacoli e un futuro più incerto.

Qui sta il nodo vero.
Il lavoro non nasce nel vuoto.

Nasce dove ci sono scuole che funzionano, trasporti dignitosi, sanità accessibile, strade sicure, uffici efficienti,

connessioni adeguate, politiche capaci di sostenere chi produce e chi vuole cominciare. Nasce dove un territorio non viene considerato marginale solo perché è lontano dai centri più grandi.

Per questo il Primo Maggio, nel Savuto, non dovrebbe limitarsi alla celebrazione. Dovrebbe diventare anche un momento di verità. Non per fare polemica sterile, ma per dire con chiarezza che il lavoro non si difende soltanto nei discorsi: si difende creando le condizioni perché possa esistere davvero.

Rogliano, Marzi, Parenti, Carpanzano e gli altri centri della valle non hanno bisogno di essere ricordati soltanto quando si parla genericamente di aree interne. Hanno bisogno di scelte precise. Di una visione. Di una presenza istituzionale che non sia episodica. Di una politica che smetta di considerare questi territori come luoghi da assistere e inizi a considerarli per quello che sono: comunità che possono ancora produrre futuro, se messe nelle condizioni di farlo.

Il Savuto non è un territorio senza risorse. Ha comunità vive, competenze, piccoli imprenditori, artigiani, agricoltori, professionisti, giovani preparati. Ha persone che continuano a investire tempo, energie e sacrifici nei propri paesi. Ma tutto questo, da solo, non basta se intorno mancano condizioni adeguate.

E allora sì, buon Primo Maggio.

Ma che non sia solo una frase di circostanza.

Che sia almeno un punto di partenza per rimettere il Savuto al centro, non per un giorno soltanto, ma nelle scelte di tutti i giorni.

Il punto è proprio questo: non si può chiedere alle aree interne di resistere soltanto con la buona volontà di chi le abita.

Serve un cambio di sguardo. Serve smettere di raccontare lo spopolamento come se fosse un destino naturale. Serve riconoscere che quando un giovane parte, quando un’attività chiude, quando una famiglia rinuncia a restare, non perde solo il singolo paese: perde l’intero territorio.

Il lavoro, alla fine, è anche questo.
È la possibilità di scegliere dove vivere.
È la libertà di restare senza sentirsi condannati a farlo.
È la possibilità di costruire futuro nella propria terra senza doverlo cercare necessariamente altrove.

Finché questa possibilità non sarà reale anche nel Savuto, il Primo Maggio resterà una giornata importante, certo, ma incompleta. Perché celebrare il lavoro ha senso solo se, accanto alle parole, c’è l’impegno concreto a renderlo possibile.

 

FIORE SANSALONE
Author: FIORE SANSALONE
Biografia:
Fiore Sansalone vive e lavora a Rogliano, in provincia di Cosenza. Editore e giornalista pubblicista, è iscritto all'albo della Calabria dal 2003. Ha studiato Scienze economiche presso l'Unical di Cosenza e Scienze politiche all'università "Aldo Moro" degli studi di Bari. Ha collaborato con il quotidiano "La Provincia cosentina". Dal 1998 dirige il periodico del territorio a sud di Cosenza, "La Voce del Savuto"; per alcuni anni ha diretto il mensile "Grimaldi 2000", edito dall'amministrazione comunale. Ed ancora, è stato editore e direttore responsabile de "La Voce del Savuto in Canada". È ideatore del "Premio Sabatum", un'importante rassegna che rende testimonianza ai protagonisti attivi delle arti, della cultura, delle scienze, dello spettacolo e del giornalismo che, negli anni, con passione e professione, hanno dato lustro alla terra del Savuto. Organizzatore di eventi, da un trentennio promuove concorsi letterari, mostre e rassegne culturali e musicali. Per 18 anni è stato direttore artistico del concorso regionale della canzone "Città di Rogliano". Studioso di tradizioni, da 22 anni pubblica "Il calendario del Savuto", ed è coautore in numerosi volumi sulla ricerca popolare. Nel 1980 ha pubblicato, insieme all'insegnante Brunella Aiello, "Trilogia della vita - Quannu sona la campana - Nascita, matrimonio e morte nella cultura contadina". È presidente dell'associazione culturale "Atlantide - Centro studi nazionale per le arti e la letteratura", con sede a Rogliano (Cosenza) e Pegli (Genova). Suona la chitarra e ama la pittura, la fotografia e la poesia.


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