di Benedetta Chieffallo
Settembre è il mese in cui la Calabria viene restituita ai calabresi. Via la folla dei villaggi, chiusi i lidi commerciali, zittito il trambusto stridente delle spiagge affollate di agosto. Resta la costa, resta la terra e resta il presunto diritto di godersi un mare che per un intero mese estivo si è mostrato — quasi ad arte — trasparente, accogliente e perfetto per le foto da cartolina. Eppure, proprio adesso che la commedia della stagione turistica si è conclusa e i bagnanti stagionali sono ripartiti, va in scena un altro spettacolo. Più cupo, drammaticamente puntuale.
Lungo diversi tratti della costa tirrenica accade un fenomeno che interpella la logica prima ancora che la biologia marina. Ogni giorno, con una singolare precisione temporale tra la tarda mattinata e il primo pomeriggio, l’acqua cambia connotati. La limpidezza del mattino cede il passo a una patina densa di bolle, schiume giallastre e sostanze in sospensione che si attenuano verso metà pomeriggio, per poi ripresentarsi la mattina seguente, spesso alla stessa ora.
La versione istituzionale e le comunicazioni ufficiali richiamano frequentemente il concetto di “fioritura algale innocua” o fenomeni termici stagionali. I dati dei monitoraggi microbiologici dell'Arpacal promuovono regolarmente la quasi totalità dei tratti di costa, certificando la balneabilità sulla base dei parametri di legge e rassicurando i cittadini sulla salute delle acque.
Eppure, di fronte a certe rassicurazioni, il dubbio del cittadino e del cronista resta legittimo. Ci si chiede come un fenomeno descritto come del tutto naturale possa manifestarsi con una regolarità che sembra seguire ritmi quasi lavorativi, riassorbendosi nel giro di poche ore per poi riapparire. Se le analisi microbiologiche ufficiali garantiscono la sicurezza sanitaria dell'acqua, i report annuali di associazioni ambientaliste come Goletta Verde continuano comunque a puntare il faro sulle criticità storiche della regione: foci di fiumi, canali e impianti di depurazione che, specialmente sotto lo stress dei picchi estivi o per criticità strutturali, necessitano di costante attenzione e interventi prioritari.
Di fronte a questo divario tra ciò che la burocrazia rassicura e ciò che l'occhio umano registra sulla battigia, sorge una riflessione dolorosa. Spesso, quando i più piccoli accusano i classici disturbi intestinali estivi, la tendenza comune è derubricare tutto a un banale “colpo di freddo” o a un “virus stagionale”. Un'autosuggestione collettiva che finisce per anestetizzare la protesta e far accettare la presenza di schiuma e bolle come un inevitabile dazio da pagare, anziché come un'anomalia su cui pretendere massima trasparenza.
La vera tragedia è la rassegnazione. Si rischia di accettare l'idea che la limpidezza del mare sia un privilegio temporaneo concesso per fare bella figura durante il mese dei turisti, anziché un diritto primario e inalienabile di chi questa terra la vive tutto l'anno.
È qui che l'inchiesta sul mare si trasforma in un'inchiesta sullo spopolamento e sul futuro di questa regione. Per decenni i calabresi hanno convissuto con infrastrutture complesse, carenze di servizi e un mercato del lavoro difficile, sostenuti da un patto implicito con la propria terra: “Si fa fatica, ma la natura e il mare ripagano dei sacrifici”. Ma quando si guarda la realtà senza la lente delle rassicurazioni di comodo, ci si rende conto che quel patto rischia di incrinarsi.
Se la bellezza del mare non è garantita con continuità neanche quando i riflettori delle vacanze si spengono, scegliere di rimanere da nativi diventa un atto di quotidiana resistenza. Se un territorio non garantisce la certezza di un ambiente incontaminato per i propri figli 365 giorni all'anno, la tentazione di cercare altrove un futuro diverso diventa forte.
Eppure, qui sta la ferita più profonda: non tutti possono prendere una valigia e andare via. C'è chi resta per scelta, ma c'è soprattutto chi resta perché costretto da radici troppo pesanti, da vincoli familiari, da un'economia che non lascia margini di fuga.
Per chi rimane, il mare di settembre non è solo acqua: è la memoria d'infanzia, è il premio consolatorio dopo le fatiche dell'anno, è l'ultimo sprazzo di luce prima del lungo inverno. Vederlo ferito da quella patina densa, ad orari fissi, lascia un senso di profonda, malinconica resa. Si finisce per guardare l'orizzonte con la nostalgia prematura di chi sa che perfino la natura, un tempo alleata e madre generosa, rischia di diventare un ricordo sbiadito. E nell'aria resta l'amaro interrogativo di chi assiste al proprio tempo che passa, chiedendosi se la difesa di questo mare non sia, in fondo, l'ultima battaglia rimasta per salvare la dignità di chi non se ne andrà mai.









