di Benedetta Chieffallo
FILADELFIA (VV) – Chi l'ha detto che la grande musica debba essere per forza rigida o ingessata? Ieri sera Filadelfia ne ha avuto la prova contraria grazie all'iniziativa promossa dal clarinettista Domenico Umbro, che ha portato sul palco il VIPÀVERO Clarinet Quartet & Percussion. Il nome nasce dall'unione delle prime lettere dei cognomi dei fondatori, ma gioca con il suono della parola "papavero", fiore che i musicisti sfoggiano con ironia anche sulle loro magliette. In scena sono saliti cinque virtuosi d'eccezione dal talento cristallino, capaci di abbattere ogni barriera tra palco e platea e di conquistare sia gli orecchi più allenati sia chi non ha mai sfogliato uno spartito.
I cinque protagonisti — Francesco Pagnotta al clarinetto piccolo, Luigi Mattia Rocca e Stefano Vetturini ai clarinetti soprani, Vincenzo Virgillo al clarinetto basso e Vincenzo Castelbano alle percussioni — hanno dimostrato una padronanza tecnica eccezionale. Invece di mettersi in cattedra, hanno scelto di mettere la loro immensa preparazione al servizio dello spettacolo, trasformando la storia della musica in un viaggio dinamico, scoppiettante e pieno di verve.
Attraverso siparietti comici e battute brillanti, l'esibizione è scivolata via tra risate e leggerezza. Particolarmente spassosa l'introduzione alla celebre aria de La Regina della Notte di Mozart, brano famoso per le sue note acutissime che rappresentano la rabbia cieca del personaggio. Prima di suonarlo, i musicisti hanno conquistato la sala con una battuta fulminante: «Perché quando la regina si arrabbia canta sempre più in alto? Diciamo che Mozart non conosceva ancora la regola del "quando sei arrabbiato conta fino a dieci"!».
I fuochi d'artificio sono proseguiti con l'incredibile trovata di The Typewriter di Leroy Anderson: qui le percussioni si sono arricchite dell'uso di una vera e propria macchina da scrivere d'epoca, i cui tasti, la campanella di fine riga e il rientro del carrello sono diventati un precisissimo strumento solista integrato nell'intreccio dei fiati.
Uno dei momenti più caldi della serata si è acceso con l'omaggio a Renato Carosone e alla sua Tu vuò fà l'americano, proposto nell'arrangiamento travolgente del Maestro Ferruccio Messinese. La presenza in sala del celebre compositore e direttore ha scatenato l'entusiasmo dei presenti, con la platea e i musicisti che lo hanno festeggiato con un grandissimo e prolungato applauso.
Il gran finale non poteva che essere affidato a Libertango di Astor Piazzolla, ed è qui che è emersa la vera anima del gruppo. Proprio come Piazzolla nel 1974 decise di rompere le regole del tango tradizionale per fonderlo con il jazz e la musica moderna — rivendicando la libertà di non accettare che una tradizione debba restare identica a se stessa per essere autentica —, anche il VIPÀVERO Quartet ha dimostrato che si può fare musica d'altissimo livello uscendo dai soliti schemi. Prima di far partire le note del brano, l'ennesima stoccata ironica ha strappato le ultime risate al pubblico: «Ma per suonare il tango dobbiamo metterci anche una rosa in bocca?», ha chiesto il percussionista; «Non ci serve la rosa, noi abbiamo il papavero!», la risposta fulminea prima dello stacco ritmico.
Tra gli applausi scroscianti della sala e una vera e propria standing ovation, il concerto si è chiuso lasciando al pubblico quell'inconfondibile "vipaverite": la dimostrazione che quando il virtuosismo incontra la passione vera, la musica sa parlare al cuore di tutti.









