I dati dell'Osservatorio Vega collocano la regione nella fascia di rischio più elevata. A Cosenza sottoscritto un protocollo per promuovere la prevenzione
di Graziella Crisci
Diciassette persone che hanno perso la vita lavorando nei primi sette mesi del 2026. È il dato che emerge dall'analisi dell'Osservatorio sicurezza sul lavoro e ambiente Vega e che colloca la Calabria nella cosiddetta zona rossa per il rischio di mortalità lavorativa.
Un bilancio che non può essere considerato una semplice statistica. Dietro ogni numero ci sono una famiglia, un'attività interrotta e una vita che non ha fatto ritorno a casa.
Anche il quadro nazionale desta preoccupazione: nei primi sette mesi del 2026, le denunce di infortunio sono aumentate del 5,3% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, secondo l'Osservatorio Vega.
Tra le categorie maggiormente esposte figurano i lavoratori stranieri e gli ultrascinquantacinquenni.
In occasione della Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro, celebrata l'11 ottobre, a Cosenza è stato sottoscritto un protocollo d'intesa tra l'amministrazione comunale e l'ANMIL, l'associazione che tutela le vittime degli infortuni lavorativi e le loro famiglie.
Durante l'incontro, al quale ha partecipato il sindaco Franz Caruso, sono state richiamate anche alcune proposte avanzate dall'associazione, tra cui l'istituzione di una Procura nazionale del lavoro e l'introduzione di una specifica fattispecie penale per l'omicidio sul lavoro.
Ma al di là delle iniziative istituzionali, resta indispensabile rafforzare la prevenzione quotidiana attraverso formazione, verifiche e applicazione delle norme di sicurezza.
Nessuna attività produttiva dovrebbe considerare la tutela dei lavoratori un costo secondario.
I protocolli possono rappresentare un impegno importante, ma il loro valore si misurerà nella capacità di tradursi in interventi concreti.
Perché ricordare le vittime è doveroso. Fare tutto il possibile per evitare che se ne aggiungano altre è una responsabilità collettiva.









