L'aula del tribunale di Cosenza torna a riempirsi della storia che, lo scorso gennaio, tenne col fiato sospeso l'Italia intera: il rapimento della piccola Sofia, sottratta alla culla della clinica Sacro Cuore da Rosa Vespa. Quella che si apre oggi non è solo un'udienza preliminare, ma il primo, vero confronto su una verità ancora tutta da scrivere.
La scena del crimine fu un reparto maternità. Rosa Vespa, con una calma spiazzante, si finse puericultrice e portò via la neonata, per poi recitare la parte finale nella propria casa. Presentò la bimba al marito, Moses Omogo, come il figlio maschio che lui, originario del Biafra, avrebbe voluto chiamare Ansel. Ma la finzione durò poco. Fu lo sguardo dei presenti, che riconobbero in quel "maschietto" una femminuccia, a far crollare il castello di bugie. L'irruzione delle forze dell'ordine chiuse la caccia in poche ore, restituendo Sofia ai suoi genitori.
Oggi, mentre Rosa Vespa affronta il processo dagli arresti domiciliari, i suoi avvocati Gianluca Garritano e Teresa Gallucci non mettono in discussione i fatti, ma la lucidità di chi li ha compiuti. La loro richiesta di una perizia psichiatrica punta a dimostrare che la donna fosse incapace di intendere e di volere, gettando un ponte verso quelle prime, confuse indiscrezioni su una "gravidanza isterica".
Sullo sfondo, la posizione del marito Moses si sta sfilando dalla matassa processuale. Scarcerato e considerato estraneo ai fatti dal pm Antonio Bruno Tridico, il suo caso verrà probabilmente archiviato. Ma per Rosa Vespa, il cammino è appena iniziato. Tutto ora dipende dalla decisione del GUP Letizia Benigno e della Procura: accettare l'indagine sulla mente dell'imputata, o proseguire dritti verso un giudizio che cerchi una risposta non nelle sue condizioni psichiche, ma nella sua volontà.









