Nel nord dell’Ontario, sulle rive del Lago Superiore, si trova Thunder Bay, città canadese in cui il calcio ha trovato negli anni uno spazio sempre più importante.
Qui, nel 2000, nasce la società Thundr Bay Chill, fondata da Tony Colistro con l’idea di offrire alla città un calcio organizzato e di alto livello, capace di dare opportunità ai giovani e far crescere il movimento locale.
Il club, nel tempo, è diventato un punto di riferimento sportivo, gestendo programmi ricreativi e competitivi che coinvolgono oltre 2000 tra bambini e ragazzi, a partire dai tre anni di età. Alla cima della struttura societaria si trova la squadra USL2 — in passato conosciuta come PDL — che rappresenta il livello più alto del percorso sportivo offerto dal club.

I risultati ottenuti dalla formazione USL2 hanno contribuito ad aumentare l’interesse verso il calcio, portando sempre più atleti ad avvicinarsi sia all’attività ricreativa sia a quella competitiva. Thunder Bay Chill rappresenta la città in campionati e tornei nazionali e internazionali, dando visibilità a un progetto in continua crescita.
Da questa stagione, la società prenderà parte anche al campionato Prairies Premier League Canadese, segnando un nuovo passo nel proprio percorso sportivo.

Guerino Greco, 31 anni, originario della frazione Maione di Altilia, è il nuovo allenatore dei Thunder Bay Chill. Dallo scorso settembre 2025 ha firmato il contratto e si è trasferito in Canada, Paese di cui possiede la cittadinanza.
Un’avventura straordinaria che lo porta a seguire le orme del padre, Francesco Greco, anche lui in passato alla guida della stessa squadra.
Mister Greco, contattato dalla redazione, ha risposto alle domande raccontando emozioni, obiettivi e aspettative di questa nuova esperienza oltreoceano.
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Mister Greco, lei ha lasciato l’Italia per allenare all’estero. Qual è stata la motivazione principale e quale la prima difficoltà incontrata?
«La motivazione è stata soprattutto la voglia di crescere. In Italia, dopo i primi anni, spesso ci si trova a fare i conti con poca fiducia nei giovani allenatori. Sentivo il bisogno di mettermi alla prova in un contesto diverso. La prima vera sfida è stata l’adattamento culturale: capire che il calcio viene vissuto in modo differente e che l’attenzione ossessiva alla tattica, tipica della nostra cultura calcistica, non è sempre la priorità».
Quali differenze sostanziali ha trovato rispetto all’Italia?
«La differenza maggiore riguarda le strutture. Qui in Canada è tutto organizzato in maniera diversa e più funzionale. Rispetto a molte realtà italiane, soprattutto nel nostro territorio del Savuto, purtroppo siamo ancora indietro sotto questo aspetto».
Il “metodo italiano” è ancora apprezzato all’estero?
«Assolutamente sì. È considerato un vero marchio di qualità, in particolare per quanto riguarda l’organizzazione tattica e la fase difensiva. Però non basta avere una qualifica: all’estero cercano allenatori capaci di adattarsi e di lavorare in base alle caratteristiche dei giocatori, non qualcuno che imponga le proprie idee a prescindere».
Quali consigli darebbe a un giovane allenatore che desidera fare un’esperienza fuori dall’Italia?
«Prima di tutto imparare la lingua, perché è fondamentale per trasmettere le proprie idee. Poi serve adattabilità, senza pretendere di trovare la stessa mentalità italiana. È importante costruire una rete di contatti, perché le opportunità nascono anche dalle relazioni. Infine bisogna essere propositivi, portando entusiasmo e creando un ambiente di lavoro sereno».
Rifarebbe questa scelta?
«Sì, senza dubbio. L’esperienza all’estero mi ha permesso di evolvere come allenatore e come persona. Mi ha allontanato dalla frenesia del risultato immediato e mi ha fatto riscoprire il piacere di insegnare calcio».
Come sta vivendo l’esperienza con il presidente Tony Colistro?
«L’opportunità che mi ha offerto il presidente Tony Colistro è stata eccezionale sotto diversi aspetti. È la mia prima esperienza lavorativa all’estero e richiede un continuo adattamento e l’acquisizione di nuove competenze. Inoltre, utilizzare quotidianamente l’inglese mi permette di crescere e completarmi anche dal punto di vista professionale».









