di Antonietta Malito
Chiunque abbia sfogliato le pagine di “Antichi Delitti” sa che dietro quelle storie oscure di crimini dimenticati, bambini abbandonati e processi polverosi, c’è un uomo che scava, studia, ricostruisce.
Quell’uomo è Francesco Caravetta, non solo uno scrittore, ma un ricercatore ostinato, capace di restituire voce e dignità a chi la storia ha condannato al silenzio.
Nato e cresciuto a Cosenza, laureato in Pedagogia e Filosofia, perfezionatosi in Antropologia visiva, ha dedicato gran parte della sua vita a esplorare gli archivi storici calabresi, ricostruendo le genealogie familiari e i retroscena di una Calabria che pochi hanno avuto il coraggio di raccontare. Con rigore metodologico e profonda empatia, ha firmato volumi fondamentali per la memoria storica meridionale - come “I peccati che vagiscono” o “La parte sbagliata?” – e ricevuto numerosi premi letterari e riconoscimenti per l’impegno civile e culturale, quali: Premio “Gaetano Cingari” per il miglior romanzo storico; Premio Artistico-letterario Internazionale “Antonio Proviero - città di Trenta”; Premio “Giovanni Losardo” per il contributo alla legalità.
Dietro il rigore del ricercatore, però, si cela un uomo semplice, ironico e profondamente umano. In questa intervista, Francesco si racconta con onestà, tra storie che lo hanno scelto, mobbing vissuto sulla propria pelle, e un bisogno inarrestabile di comprendere il passato per dare senso al presente.
Prepariamoci a entrare nel cuore oscuro e fragile della storia, con chi ha scelto di illuminarlo senza mai tradirne la verità.

Chi è Francesco Caravetta, l’uomo che scava negli archivi, che rincorre lettere sbiadite e si immerge in crimini sepolti dalla polvere del tempo?
«Una persona normale, abbastanza schiva e riservata, ma anche capace di strappare una risata».
Nelle tue opere c’è sempre un filo di compassione umana, anche quando racconti delitti crudeli. Da dove nasce questa empatia verso “i dannati della storia”?
«Dalla voglia, forse dalla necessità, di ridare voce alle vittime, a chi non ne ha avuta la possibilità, e rendere giustizia a chi ha subito una ingiusta condanna. D’altra parte, quella che racconto è la verità giudiziaria, e sappiamo che a volte non è la verità vera».
Cosa cerchi davvero nei tuoi studi? La verità dei fatti, la giustizia della memoria, o qualcos’altro ancora?
«Domanda difficile, anche se in parte ho già risposto. Quello che cerco veramente è capire da dove veniamo, capire chi erano i nostri nonni e bisnonni e perché si scannavano per niente. Magari qualcuno penserà che sono esagerato, ma in tutte le nostre famiglie c'è stato chi ha avuto a che fare con la giustizia e questo dovrebbe insegnarci ad essere più comprensivi verso l’altro, il diverso che ci fa paura».
“Guaglioni e Malavita” scava in una Cosenza dimenticata, fatta di adolescenti e crimine. Cosa ha significato per te scrivere questo libro in una Calabria che oggi tenta ancora di spiegarsi il proprio passato?
«La provincia di Cosenza è stata sempre considerata un’isola felice dove il crimine organizzato era sconosciuto. Invece, i primi maxi processi si tennero a Cosenza tra gli ultimi anni dell’8oo ed i primi del ‘90, e quasi tutti gli imputati furono condannati, a differenza di processi tenutisi in altre province. Poi tutto tornò nell’oblio per molti decenni. Per me, scrivere questa storia con un linguaggio diverso dal solito, a metà tra racconto e testimonianza diretta dei protagonisti attraverso la pubblicazione di interrogatori, verbali e deposizioni, è stata un’esperienza unica, anche, e soprattutto, perché ebbe l’approvazione di eminenti studiosi del settore e di eminenti magistrati».
Il tuo metodo è meticoloso: ogni dato, ogni nome, ogni fonte. Cosa provi quando trovi l’elemento che cambia la narrazione di un’intera vicenda?
«Beh, una grande soddisfazione. Per fare ricerca occorrono rigore metodologico, onestà intellettuale, pazienza, spirito di sacrificio, intuito e un pizzico di fortuna, che non guasta mai. Spesso avrei potuto pensare di scrivere una circostanza falsa per avvalorare una tesi piuttosto che un’altra, senza timore di essere smentito, in tanti fanno così, ma non avrei dormito serenamente. Da questo punto di vista sono uno che non accetta compromessi, né con me stesso e né con altri».
C’è mai stato un caso tanto disturbante da toglierti il sonno?
«Purtroppo più di uno e sempre per reati commessi contro bambini. Per me è necessario, ma molto difficile, metabolizzare questo orrore prima di raccontarlo e mi disturba parlarne. Per fortuna ancora non ho il pelo sullo stomaco e resto umano».

Il tuo sito “Antichi Delitti” ha raggiunto lettori in tutto il mondo. Che tipo di reazioni ricevi? Ci sono lettori che hanno ritrovato pezzi della propria genealogia attraverso i tuoi racconti?
«Finora più di otto milioni di contatti da quasi tutto il mondo, e le reazioni, tranne qualche caso molto sporadico, sono tutte positive e molti lettori mi scrivono o perché attraverso le storie hanno ritrovato i propri antenati, e di conseguenza gli stimoli per approfondire le proprie origini o, sebbene non abbiano riconosciuto nelle storie loro parenti, per chiedermi se posso aiutarli nelle ricerche genealogiche».
Hai mai ricevuto pressioni o “suggerimenti” a non pubblicare determinate storie, magari legate a nomi ancora potenti?
«Sì, è capitato e lo avevo messo in conto, ma pressioni, “suggerimenti” o minacce che dir si voglia non mi intimoriscono perché le ritengo anacronistiche. Piuttosto, e questa è qualcosa che mi tormenta, ne faccio un caso di coscienza quando una storia turba la tranquillità di persone ignare del passato di un proprio antenato. Quello che ho appena detto può sembrare in contraddizione, ma sono due cose completamente diverse».
I delitti che racconti vanno dall’Ottocento al dopoguerra. Secondo te, in Calabria la criminalità ha cambiato volto o solo linguaggio?
«Bisogna distinguere tra criminalità occasionale e criminalità organizzata. Per quanto riguarda la prima, la situazione negli ultimi cinquanta o sessanta anni è radicalmente cambiata in meglio. Per quanto riguarda la seconda, è radicalmente cambiata in peggio sia nel volto che nel linguaggio. Sebbene da anni non assistiamo più a guerre tra cosche rivali, forse è proprio questo il sintomo più grave del peggioramento, perché significa che oggi il crimine organizzato si è inserito profondamente nell’economia e nella politica soffocando le attività imprenditoriali e commerciali, legali, investendo capitali di provenienza illecita».
Hai affrontato il mobbing in prima persona, un crimine silenzioso ma devastante. Che tipo di giustizia sogni per chi subisce questo tipo di violenza invisibile?
«Veder riconosciuta la propria dignità, calpestata in modo subdolo attraverso l’isolamento delle lavoratrici e dei lavoratori sottoposti a questa pratica infame. Uno dei periodi più bui della mia vita, durante il quale, lo confesso, ho pensato seriamente alla vendetta personale. Poi ho deciso di dimettermi e di cominciare una nuova vita, consapevole che avrei anche potuto far patire la fame ai miei figli. Ma con l’amore e la comprensione della mia famiglia, con qualche rinuncia, è andato tutto bene».
Una lettera di Joe Petrosino, un serial killer calabrese dimenticato, bambini alla ruota… Tra tutte queste scoperte, qual è quella che hai sentito “tua” più di ogni altra?
«Certamente la ricerca sui bambini abbandonati, una conseguenza della ricerca sulle origini della mia nonna materna».

Hai mai avuto la sensazione che certe storie ti stessero scegliendo, come se volessero essere raccontate proprio da te?
«Qualche volta, sì. Penso soprattutto al primo processo che ho letto, la storia di Giulia Moro, una donna veneta che per caso si trovò a Cosenza con il marito durante la prima guerra mondiale, ma sarebbe troppo lungo raccontarla. Ecco, fu una folgorazione, Giulia mi stava aprendo la porta su di un mondo cupo, egoistico, affamato, brutale che mi ha conquistato e, dopo 16 anni da quell’incontro, sono ancora qui a raccontare crimini di gente comune».

“I peccati che vagiscono” racconta un dolore antico e silenzioso. Cosenza deteneva un triste primato per abbandoni alla ruota: perché, secondo te, nessuno prima aveva voluto guardare davvero in quella direzione?
«L’abbandono dei neonati è stata una piaga dovuta alla povertà e per lunghi periodi Cosenza ha avuto il triste primato della mortalità dei bambini abbandonati nella ruota, quindi internati nel brefotrofio. Nel corso dell’800 furono pubblicate molte note per denunciare questo immondo fenomeno, poi il silenzio, perché molti hanno sempre ritenuto che l’abbandono fosse causato dal divertimento dei nobili con le servette. Ma come si può pensare una cosa del genere se su 750 nati mediamente in un anno, ben circa 400 erano abbandonati alla ruota, ed altri 150 erano registrati come figli di padre ignoto?».
Stai lavorando a un romanzo. In che modo la narrativa può raccontare ciò che i documenti storici non riescono a dire?
«I documenti storici, gli atti notarili, i registri di stato civile, i processi penali descrivono freddamente alcuni aspetti della società e non potrebbe essere altrimenti. Per esempio, un certificato di nascita racconta la verità quando leggiamo che Tizio è nato da Caio e Sempronia il giorno, mese ed anno x nella città tale, ma non è in grado di raccontare cosa c’è dietro quei dati: i sacrifici dei genitori, le gioie, i dolori e così via. Un romanzo, invece, può farlo: raccontare i sentimenti».
Cosa bolle in pentola? C’è una figura o un evento storico che ancora oggi ti ossessiona e che non sei riuscito a raccontare?
«Eh! domanda indiscreta! In pentola ci sono progetti in fase avanzata, ma saranno delle sorprese e per il momento non vorrei sbilanciarmi. Mi piacerebbe ripetere in Italia l’esperienza di un ebook pubblicato qualche anno fa negli Stati Uniti, che parlava di antiche ricette, di storie di antica malavita e di antichi tatuaggi. Una cosa così strana che in America ha funzionato. Perché non dovrebbe funzionare qui da noi?».
Hai mai pensato a un’opera teatrale o a una docu-serie basata sui tuoi libri? Le tue storie sembrano già sceneggiature in potenza...
«”Antichi Delitti” a teatro c’è già stato qualche anno fa e i dieci spettacoli che raccontavano dieci storie diverse sono stati tutti sold out, repliche comprese. Poi sorsero dei problemi, guai familiari, il covid e non si fece più niente. Se qualcuno fosse interessato, io sono qui... Per la docu-serie stiamo parlando, ma è ancora troppo presto per potere rispondere».
Che cosa vorresti lasciasse il tuo lavoro alle future generazioni: un metodo, una voce, una memoria condivisa?
«Oltre a tutto quello che ho detto prima, mi piacerebbe, e sta già avvenendo, che altri studiosi e curiosi si interessino a questo mondo per i motivi più svariati e, inoltre, che il mio lavoro possa servire come ulteriore strumento d’indagine per capire la nostra società sotto tutti i punti di vista, una memoria condivisa, come hai detto».









