Dal Crotonese alla Sibaritide, da Pizzo a Rosarno, agricoltori e allevatori scendono in strada contro il caro carburante e l’aumento dei costi. Blocchi e rallentamenti sulla viabilità. Ma dietro la protesta c’è una crisi più profonda: «Non chiediamo assistenza, chiediamo di poter continuare a produrre»
COSENZA – Stavolta a parlare non sono i comunicati, ma i trattori. Sono usciti dalle aziende quando in molti paesi calabresi la giornata doveva ancora cominciare e hanno raggiunto strade, rotatorie e svincoli autostradali.
Da Passovecchio, nel Crotonese, a Firmo-Sibari, da Pizzo a Rosarno, oggi la Calabria agricola ha deciso di farsi vedere e, soprattutto, di farsi sentire.
La miccia è il caro carburante. Ma sarebbe riduttivo leggere la mobilitazione soltanto attraverso il prezzo del gasolio. Nei campi calabresi il carburante significa arare, seminare, irrigare, raccogliere, trasportare. Significa mettere in moto il trattore prima ancora che un prodotto possa arrivare al mercato.
Nella Sibaritide, nei giorni che hanno preceduto la protesta, è stata segnalata una quotazione del gasolio agricolo superiore a 1,70 euro al litro. Un costo che si scarica sulle lavorazioni e sui trasporti, dall’olivicoltura alla clementinicoltura, dalla zootecnia alla risicoltura.
Ed è proprio dalla Calabria nord-orientale che arriva una delle frasi che meglio sintetizzano il clima di queste ore. L’agricoltore Francesco Oliveto, alla vigilia della mobilitazione, lo ha detto senza giri di parole:
«A questi prezzi non lavoriamo più».
Non è uno slogan sofisticato. Ed è forse proprio per questo che pesa.
A Crotone trattori e famiglie sulla 106
A Passovecchio, uno dei nodi più delicati della viabilità crotonese, i trattori hanno raggiunto la rotonda fin dalle prime ore della mattina, con ripercussioni e rallentamenti sulla Statale 106 e sulla Statale 107.
Ma c’è un particolare che racconta questa giornata meglio delle code.
Accanto agli operatori agricoli sono arrivati familiari e cittadini. Il presidio è cresciuto nel corso della mattinata tra trattori, clacson e bandiere.
È il segnale che gli organizzatori cercano di imprimere alla mobilitazione: il problema, sostengono, non riguarda più soltanto chi guida un trattore.
«Nasce dagli agricoltori, ma riguarda tutti», hanno dichiarato Giancarlo Greco e Antonio Zangari, promotori del Movimento Popolare Nazionale.
Nella loro denuncia finiscono insieme il costo dei carburanti, le importazioni considerate penalizzanti per le produzioni locali e soprattutto la distanza, spesso enorme, tra quanto viene riconosciuto a chi produce e quanto il consumatore paga alla fine sullo scaffale.
Firmo-Sibari, la protesta arriva alle porte dell’A2
Nel Cosentino uno dei punti della mobilitazione è Firmo-Sibari.
Agricoltori e mezzi agricoli hanno raggiunto l’area dello svincolo dell’Autostrada del Mediterraneo, sotto il controllo delle forze dell’ordine. I manifestanti denunciano costi divenuti sempre più difficili da sostenere per le aziende.
La questione è molto concreta: se aumenta il costo dell’energia necessaria per produrre e trasportare, mentre il prezzo riconosciuto a chi produce resta insufficiente secondo gli agricoltori, il margine dell’impresa si assottiglia fino a mettere in discussione la convenienza stessa di continuare a lavorare.
Ed è qui che il caro carburante diventa soltanto la parte più visibile di una crisi più ampia.
Sul tavolo finiscono anche costi di produzione, concorrenza delle importazioni, differenza tra prezzi alla produzione e al consumo, burocrazia e danni causati dalla fauna selvatica.
Una protesta che attraversa la Calabria
La mobilitazione, denominata “L’Italia scende in piazza”, vede impegnate diverse realtà del mondo agricolo e dei movimenti territoriali.
I presìdi interessano varie zone della regione, tra cui Rosarno, Crotone-Passovecchio, Pizzo Calabro, Firmo-Sibari e Cariati. La protesta punta inoltre verso ulteriori iniziative nei prossimi giorni e verso la manifestazione annunciata a Cosenza per il 10 ottobre.
A Pizzo la contestazione ha assunto anche un carattere direttamente rivolto alle istituzioni e alla politica. A Crotone, invece, alla voce degli agricoltori si sono affiancate quelle di altre categorie economiche.
Il messaggio che arriva dalla strada è semplice: il prezzo alla pompa può essere la scintilla, ma il malessere viene da più lontano.
Il vero problema è quanto resta a chi produce
Il rischio, adesso, sarebbe fermarsi all’immagine dei trattori che rallentano il traffico.
Dietro quelle macchine c’è invece una domanda economica elementare: quanto deve costare produrre cibo e quale parte del prezzo finale deve restare nelle mani di chi quel cibo lo produce?
È una protesta che inevitabilmente provoca disagi agli automobilisti. Ma è anche una protesta che pone una questione sulla quale la politica sarà chiamata a dare risposte verificabili: come evitare che l’aumento dei costi renda antieconomico coltivare, allevare e produrre?
Perché nelle campagne i conti non si fanno con le dichiarazioni.
Si fanno a fine giornata, sottraendo dal prezzo di ciò che si è venduto il carburante, le lavorazioni, i concimi, l’energia, i trasporti, i salari, i mezzi e tutto ciò che serve per tenere in piedi un’azienda.
Ed è forse questa l’immagine più forte della giornata calabrese: i trattori che normalmente entrano nei campi oggi ne sono usciti.
Non per chiedere soltanto un pieno meno caro, ma per denunciare un modello economico che, secondo i manifestanti, sta rendendo sempre più difficile vivere del proprio lavoro.
Oggi hanno portato i trattori sulla strada.
La domanda che consegnano alla Calabria è molto più pesante: quanto ancora può resistere un’agricoltura nella quale produrre costa sempre di più e a chi produce resta sempre di meno?










