di  Massimo Reina

C'è qualcosa che non funziona quando una donna affronta due interventi che le cambiano la vita e si ritrova a valere, agli occhi dello Stato, poco più di un terzo di una persona sana.

Prima un tumore alla tiroide. Operazione. Terapie. Controlli. La consapevolezza che il proprio corpo non sarà mai più quello di prima.

 

Poi un secondo intervento. Questa volta ancora più invasivo. Asportazioni.

Menopausa anticipata.

La rinuncia forzata a un progetto di vita. La possibilità di avere altri figli cancellata da una sala operatoria e da un referto medico.

Chiunque abbia un minimo di esperienza umana capirebbe che non si tratta soltanto di cicatrici chirurgiche.

Si tratta di conseguenze fisiche, psicologiche, relazionali ed esistenziali che accompagnano una persona per il resto della vita.

 

Ma la burocrazia ragiona diversamente.

La burocrazia non vede il dolore. Non vede le notti passate a temere una recidiva.

Non vede il trauma di una maternità interrotta.

Non vede l'equilibrio ormonale sconvolto. Non vede la paura, la fatica, la vita.

Vede codici.

Vede percentuali e caselle da riempire. Così può accadere che una donna che ha affrontato un percorso sanitario devastante venga ricondotta a una cifra che non le consente nemmeno di accedere a strumenti fondamentali per il reinserimento lavorativo.

 

E qui nasce una domanda che dovrebbe interrogare tutti, non soltanto chi si trova direttamente coinvolto. A cosa serve un sistema di valutazione dell'invalidità se riesce a misurare gli organi asportati ma non le conseguenze che quelle asportazioni producono?

A cosa serve una percentuale se la persona che la riceve continua a sentirsi abbandonata?

Perché il problema non è soltanto economico. Il problema è culturale. È l'idea che la sofferenza possa essere compressa dentro una tabella ministeriale redatta decenni fa. È l'idea che una persona possa essere ridotta a una somma algebrica di menomazioni.

 

È l'idea che la vita reale debba adattarsi alla burocrazia e non il contrario. Il paradosso è quindi che l’INPS riconosce l'invalidità ma, allo stesso tempo, la quantifica in modo tale da non garantire quasi alcuna tutela concreta.

Non contenta, la scala dal 68% di due anni prima al 35%, come se gli organi ricrescessero..

Troppo invalidi per essere considerati sani.

Troppo sani per ricevere un aiuto reale.

Una terra di nessuno dove finiscono migliaia di persone che hanno pagato un prezzo altissimo alla malattia e che si sentono rispondere con una percentuale.

 

Naturalmente qualcuno risponderà che le regole sono regole. Che le commissioni applicano le norme. Che i medici seguono le tabelle. Tutto vero.

Ma anche i sistemi più rigorosi dovrebbero essere giudicati dai loro risultati. E quando il risultato è una crescente sensazione di ingiustizia, forse il problema non è soltanto chi protesta. Forse è il meccanismo stesso che merita di essere ripensato.

 

Forse è un sistema che pretende di misurare la sofferenza umana con il righello della burocrazia.

Perché una cicatrice non è soltanto una cicatrice. Un organo asportato non è soltanto un intervento riuscito. E una vita cambiata per sempre non dovrebbe mai essere ridotta a un semplice numero scritto in fondo a un verbale.

 

Perché uno Stato civile non si misura da come tratta chi è forte.

Si misura da come tratta chi ha già pagato un prezzo altissimo alla malattia.

E quando quel prezzo viene trasformato in una percentuale che sembra ignorare anni di sofferenza e rinunce, la domanda resta sospesa nell'aria, ostinata e scomoda: si sta valutando una persona o si sta semplicemente facendo quadrare i conti?

 

MASSIMO REINA
Author: MASSIMO REINA
Biografia:
Giornalista, scrittore e Social Media Editor, è stata una delle firme storiche di Multiplayer.it, ma in vent’anni di attività ha anche diretto il settimanale Il Ponte e scritto per diversi siti, quotidiani e periodici di videogiochi, cinema, società, viaggi e politica. Tra questi Microsoft Italia Tecnologia, Game Arena, Spaziogames, PlayStation Magazine, Kijiji, Movieplayer.it, ANSA, Sportitalia, TuttoJuve e Il Fatto Quotidiano. Adesso che ha la barba più bianca, ascolta e racconta storie, qualche volta lo fa con le parole, altre volte con i video. Collabora con il quotidiano siriano Syria News e il sito BianconeraNews, scrive per alcune testate indipendenti come La Voce agli italiani, e fa parte, tra le altre cose, dell'International Federation of Journalist e di Giornalisti Senza Frontiere. Con quest’ultimo editor internazionale è spesso impegnato in scenari di guerra come inviato, ed ha curato negli ultimi 10 anni una serie di reportage sui conflitti in corso in Siria, Libia, Libano, Iraq e Gaza.


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