Dalla morte di Antonio Perrotta una riflessione che va oltre Sangineto: sicurezza, lavoro, regole e responsabilità. Perché spegnere la musica è un gesto, cambiare ciò che accade prima è molto più difficile 

 

di Nicoletta Toselli

Ci sono fatti che appartengono alla cronaca e altri che, dopo la cronaca, ci obbligano a guardare più lontano. La morte di Antonio Perrotta è uno di questi.

Antonio aveva 33 anni, una compagna e quattro figli. È morto in seguito alla gravissima aggressione subita nella notte a Sangineto. La sua presenza nell'ambito dei servizi di sicurezza è uno degli aspetti emersi nella vicenda, mentre i gestori del locale hanno precisato che il giovane non lavorava per loro. Saranno gli accertamenti a ricostruire dinamica e responsabilità.

Una cosa, però, è certa: un uomo di 33 anni non c'è più. Davanti a questo vengono prima il rispetto e il dolore di una famiglia. Poi devono arrivare le domande.

Si è arrivati anche a chiedere di fermare eventi già programmati, quasi che spegnere la musica potesse essere la risposta a quanto accaduto. Comprendo quella richiesta. Ma fermarsi lì sarebbe troppo facile.

La tragedia di Sangineto apre una questione: riguarda la notte, ma soprattutto il lavoro, la sicurezza, le regole e il modo in cui abbiamo imparato – o disimparato – a stare insieme.

Quando qualcosa di grave accade dentro o nei pressi di un locale troviamo subito alcuni imputati collettivi: la discoteca, la musica, l'alcol, la movida. E, inevitabilmente, i giovani.

Ma la prepotenza non nasce davanti alla porta di una discoteca. La incontriamo sulle strade per una precedenza, davanti a uno sportello, in una fila, negli stadi, sui social. Basta sempre meno perché una contrarietà diventi un'offesa e un'offesa uno scontro.

Questo non significa assolvere i locali. Difendere un comparto non significa difenderne gli errori. Significa pretendere che diventi più professionale.

Perché dietro la parola “movida” esiste una parte dell'economia dei nostri territori. Una serata significa lavoro per gestori, ristoratori, camerieri, cuochi, baristi, tecnici, musicisti, dj, addetti alle pulizie, autisti, fornitori e personale impegnato nella sicurezza. Significa strutture ricettive, attività commerciali e tanti ragazzi che lavorano mentre altri sono in vacanza.

Nelle località turistiche pochi mesi possono valere una parte importante del reddito di un'intera stagione. Anche questo è lavoro.

Ed è qui che dovremmo cambiare prospettiva. Siamo abituati a domandarci chi garantisce la nostra sicurezza. Più raramente ci chiediamo: chi protegge chi lavora per proteggerci?

Chi sono le persone alle quali affidiamo la sicurezza delle nostre serate? Per conto di chi lavorano? Con quale inquadramento e quale formazione? Dove termina il loro compito e dove deve cominciare quello delle forze dell'ordine?

La sicurezza non è l'uomo fisicamente prestante davanti a una porta. È una professione e, soprattutto, un'organizzazione. Comincia prima dell'apertura: nella valutazione dei rischi, nel numero e nella preparazione degli operatori, nella gestione degli accessi e nel coordinamento con chi deve intervenire quando vengono superate le competenze della sicurezza privata.

La sicurezza ha un costo, ma non può essere la voce sulla quale risparmiare. Non possiamo pretendere professionalità e dimenticare formazione, retribuzioni e regolarità del lavoro.

C'è soprattutto un paradosso sul quale raramente ci soffermiamo: la sicurezza è uno dei pochi lavori il cui successo consiste nel fatto che non accada nulla.

Se una serata termina senza incidenti, nessuno racconterà della discussione fermata prima che diventasse una rissa. Non farà notizia. Eppure proprio quel “nulla” è il risultato.

Siamo abituati a misurare il successo di una serata contando ingressi, coperti, bottiglie e presenze. Forse dovremmo misurarlo anche in un altro modo: quante persone sono entrate, hanno lavorato, si sono divertite e sono tornate a casa.

Ma nessuna organizzazione potrà risolvere tutto. Possiamo aumentare gli addetti e intensificare i controlli. Resterà qualcosa che nessuna legge potrà fare al posto nostro: educare al limite.

Abbiamo trasformato il “no” in qualcosa che sembra quasi non essere più accettabile. Non puoi entrare. Non puoi bere ancora. Devi aspettare. Non puoi parcheggiare qui. Devi rispettare una fila. Regole elementari della convivenza che sempre più spesso vengono vissute come un affronto.

Sarebbe però troppo facile attribuire tutto questo ai giovani. I giovani sono anche quello che vedono. Vedono adulti insultarsi per una precedenza, cercare la conoscenza giusta per ottenere un favore, aggirare una regola e magari vantarsene. Vedono una società nella quale chi rispetta le norme passa troppo spesso per ingenuo e chi riesce a evitarle per furbo.

Forse abbiamo anche confuso il benessere dei nostri figli con l'eliminazione di qualsiasi frustrazione.

Il problema non sono i soldi nelle tasche di un ragazzo. Il problema nasce quando alimentano la convinzione che tutto sia possibile, acquistabile e soprattutto dovuto. Pagare l'ingresso in un locale non significa comprare il diritto di fare ciò che si vuole.

Le responsabilità devono valere per tutti: gestori, organizzatori, istituzioni e clienti. Chi lavora deve essere tutelato, ma anche chi entra in un locale deve rispondere delle proprie azioni. Il divertimento non è un territorio senza doveri.

Per questo non credo che la risposta a una tragedia debba necessariamente essere fermare il lavoro degli altri. Un minuto di silenzio può avere un significato. Migliaia di persone ferme, in silenzio, possono trasmettere un messaggio persino più forte di una serata cancellata.

Ma poi arriva il giorno dopo. Ed è lì che si misura la sincerità del cordoglio.

Il rispetto per Antonio non può esaurirsi nello spegnere la musica per qualche ora. Deve cominciare quando quella musica torna ad accendersi: con un comparto più professionale, lavoratori tutelati, operatori preparati, controlli seri e regole applicate prima che accada qualcosa, non soltanto dopo.

Smettiamo anche di cercare ogni volta un unico colpevole. Non sono “i giovani”. Non sono “i locali”. Non è “la notte”.

Le responsabilità individuali saranno accertate nelle sedi competenti. La responsabilità collettiva riguarda ciò che insegniamo, ciò che permettiamo e ciò che abbiamo finito per considerare normale.

Forse la domanda, quando l'emozione sarà passata, non è se dobbiamo spegnere la musica. È cosa siamo disposti a cambiare mentre quella musica continua a suonare.

Perché la serata migliore potrebbe essere proprio quella che non diventerà mai una notizia: quella in cui le persone avranno ballato, riso, lavorato.

E poi saranno tornate a casa.
Tutte.

 

Nicoletta Toselli
Author: Nicoletta Toselli
Biografia:
Nicoletta Toselli è una giornalista pubblicista con una lunga esperienza nel campo della comunicazione e dell’organizzazione di eventi culturali. Collabora con varie testate occupandosi di inchieste, reportage e interviste a figure del mondo politico, istituzionale e culturale. Ha curato e cura l’ufficio stampa e la comunicazione per diverse realtà associative e imprenditoriali e, parallelamente, ha portato avanti un’intensa attività come moderatrice di incontri e rassegne. La sua carriera è segnata da un forte impegno nella valorizzazione del territorio, nella promozione della cultura e nella sensibilizzazione sociale, unendo alle competenze giornalistiche quelle di marketing, comunicazione multimediale e gestione dei social media.


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