San Mango d’Aquino, Antonio Falsetti salva il «juocu du casu» e lancia l'appello: «Uniamo nonni e nipoti per non far morire la nostra storia»
di Benedetta Chieffallo
SAN MANGO D’AQUINO — Lo spago arrotolato con cura attorno alla crosta, la rincorsa lungo l'asfalto e poi quel colpo secco e sordo che spacca il silenzio d’agosto. È il rumore di una forma di pecorino stagionato da cinque chili che rotola rapida tra i vicoli e le salite del borgo, inseguita dagli sguardi col fiato sospeso di un paese intero. A San Mango d’Aquino la tradizione del «juocu du casu» non è mai stata una semplice gara di abilità o un passatempo estivo: è una scossa al cuore, un rito antico in cui il tempo sembra fermarsi per costringere il presente a guardare in faccia le proprie origini.
Anche quest'anno la manifestazione ha riempito le strade del centro storico, spinta dalla tenacia incrollabile di chi si è caricato sulle spalle l’intera organizzazione. A tirare le fila dell'evento è stato il signor Antonio Falsetti insieme a pochi amici fidati. Una sfida contro il tempo e contro l'indifferenza, sfociata nella classica tavolata finale in cui vincitori e vinti hanno condiviso proprio il formaggio della gara sotto il segno della stessa appartenenza.
Eppure, dietro la festa e i tiri da maestri, si nasconde una riflessione amara ma urgente sul futuro dei piccoli borghi calabresi.
«Spesso in Calabria ci portiamo dietro una colpa taciuta — racconta Falsetti con la voce rotta dall'emozione —: la tendenza a vergognarci delle nostre radici, liquidandole come semplice folklore o come un retaggio contadino da archiviare in fretta. Così stipiamo la nostra storia nelle cantine, tra foto sbiadite e cimeli impolverati, mentre i nostri paesi rischiano di diventare involucri vuoti. Ma il passato non è una zavorra di cui liberarsi: è la terra su cui camminiamo. E una storia muore solo quando non c'è più nessuno disposto a raccontarla».
È da questo credito d'amore verso il borgo che nasce la proposta di fondare un’Associazione paesana per la tutela delle tradizioni popolari. Non un comitato di facciata per distribuire targhe, ma un laboratorio vivo in cui i capostipiti del paese possano stringere le mani ai ragazzi di oggi.
«Non possiamo permettere che il ricordo di chi ci ha fatti diventare grandi svanisca nel silenzio — sprona Falsetti —. Lanciare la forma di formaggio sulle pietre di San Mango significa dire a un giovane che quelle pietre gli appartengono. Difendere 'u casu significa difendere noi stessi».
Ma la vera forza che muove Antonio sta nei ricordi che riaffiorano come preghiere, in un tributo di gratitudine verso chi quel gioco glielo ha consegnato a mani nude e oggi non c'è più: Virgilio, Vincenzo O., Vincenzo C., Michele, Antonio, Giorgio, Peppe, Saverio, Giovanni, Mario T., Sabatino, Rosario, Mario B., Umberto, Giacinto F., Felice C., Felice M., Pasquale, Felice A., Vincenzo M., Saverio C., Eugenio E., Antonio M., Angelo e Francesco. Un rosario di volti ruvidi, di maestri di strada e di vita.
«Molti di loro li ricordo appena, perché ero solo un bambino — conclude Antonio con gli occhi lucidi — altri invece mi hanno insegnato a crescere e a stare al mondo. È a tutti loro che dobbiamo la nostra storia, ed è per loro che non smetteremo di raccontarla».

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