di Antonietta Malito

Con “Donnu Pantu e i Gapulieri. Studio documentario inedito su identità e attribuzione poesie”, Tonino De Paoli, scrittore e ricercatore di Aprigliano, riporta alla luce una delle figure più enigmatiche e travisate del Seicento calabrese.

Frutto di un lavoro di ricerca durato cinque anni tra archivi calabresi e nazionali, il suo studio ricostruisce con rigore scientifico la vera identità di Duonnu Pantu, chiarisce la paternità dei componimenti e ne ridefinisce il valore storico, linguistico e umano.

In queste pagine, De Paoli riscatta un poeta per secoli ritenuto “scandaloso” e restituisce voce e dignità a un autore che, attraverso la forza del dialetto e della denuncia poetica, seppe farsi interprete degli ultimi e della loro verità. Il suo lavoro, meticoloso, appassionato e profondamente radicato nella memoria collettiva di una terra, consegna finalmente a Duonnu Pantu il posto che merita nella storia letteraria, come ci racconta in questa intensa intervista.

De Paoli, come si incontra un poeta del Seicento? C’è stato un momento preciso — un documento, un verso, un racconto orale — in cui ha sentito che Duonnu Pantu non era solo una figura storica, ma una voce viva da far tornare a parlare?

«Nelle mie investigazioni archivistiche, mi sono imbattuto spesso in documenti secenteschi e, tra i medesimi, ho incontrato sì, Pantu, ma l’uomo, non il poeta. Pantu “il poeta”, il figlio prediletto di Apollo e delle Muse, per noi di Aprigliano non è una riga scolorita, dal tratto rapido e minuto, di una assai terragna fonte documentaria, al pari di Pantu “l’uomo”, ma è molto di più: è lo stesso Aprigliano. È la sua anima, la sua voce, il suo alito, e queste appartenenze non si cercano, né si scoprono; si ereditano, si respirano. Duonnu Pantu è nell’aria di questa terra di poeti, nei muri corrosi delle sue case contigue, nelle sue strade ripide e tortuose, nelle sue rughe; e il suo spirito, da più di tre secoli, fluttua vivido e instancabile nell’incunearsi e perpetuarsi nelle nostre menti, nei nostri ricordi. Non “una voce viva da far tornare a parlare”, dunque, ma una realtà semplicemente da non dimenticare».

Lei scrive che Duonnu Pantu non sarebbe un uomo solo, ma una comunità poetica: i Gapulieri, una tesi affascinante e quasi “rivoluzionaria”. Quanto pesa, nella nostra idea moderna di autore, la scoperta che la poesia possa nascere da un noi e non da un io?

«Sì; Pantu è, a un tempo, un uomo solo e un nome corale di una comunità poetica. È un uomo solo nel momento in cui assume il perfetto ruolo di apologeta degli ultimi, che attrae a sé il bisogno di quel basso popolo di riconoscersi nella voce urlante e poco morigerata dei loro forzati silenzi e umilianti sottomissioni. È un nome corale, invece, laddove si fa eponimo di una comunità poetica, di un “noi” che si attribuisce un “io” nel segno di una costante interrelazione gapuliera». 

 

 

Tra le righe di questo suo studio su Duonnu Pantu e i Gapulieri, lei afferma: «La ricerca è scienza, e bisogna nutrirla di verità». Qual è, per lei, il confine tra verità storica e verità poetica?

«Per un ricercatore, la verità non è altro che la maggiore corrispondenza possibile ai fatti per come accertati. Non per questo, però, dev’essere rivestita di soverchia rigidità espressiva: la presenza di una viva passionalità narrativa è, per quanto mi riguarda, altrettanto necessaria. Nello specifico dei componimenti Pantu-Gapulieri, peraltro, non esiste una precisa linea di confine tra verità storica e verità poetica, giacché lo “storico”, che narra i fatti realmente accaduti, e il “poeta”, che esalta, di contro, l’umanità, la sfera intima, comprendente pensieri, sentimenti, emozioni, dei singoli protagonisti che li hanno generati, altri non sono che gli approcci interrelati delle medesime persone».

Lei restituisce dignità a un poeta che per secoli è stato definito “scandaloso”. Oggi, che viviamo in un tempo che si scandalizza di tutto tranne che dell’ingiustizia, cosa resta del significato stesso di “scandalo”?

«In questo mio studio, mi sono sforzato oltremodo di restituire dignità a un poeta che per secoli è stato definito un banditore di immoralità, un corruttore di costumi, un poeta maledetto. In realtà, la presunta immoralità pantiana non è mai fine a sé stessa; non sta messa lì per alluzzare e vellicare i sensi, bensì è funzionale all’espressività e iconicità della lingua usata, la sola capace di presentare e rappresentare in maniera congrua e immediata il disagio di quelle donne e di quegli uomini figli della “civiltà dei calli”. Sono essi, gli umili, gli ultimi, che assurgono a protagonisti di una Storia che li ha ignorati e che, invece, Pantu osserva nel loro quotidiano campare la vita e porta in primo piano. Leggendo e rileggendo i suoi versi, quand’anche si indossino le vesti del più rigido rigorismo morale, emerge lampante la volontà immaginifica di raccontare il sesso come un mezzo letterario per ridicolizzare la società e il clericalismo corrotti dell’epoca; il che si poteva ottenere soltanto mediante l’uso sapiente e maggiormente veicolante della materna locutio apriglianese. Nessuno scandalo, dunque, ma, solo e soltanto, sacrosanta denuncia di ingiustizie, queste sì scandalose».

Scrive che in Duonnu Pantu “la donna è principio cosmico, forza pacificatrice del mondo”. È una visione che anticipa un’idea quasi ecologica dell’esistenza: la donna come energia naturale e non come oggetto simbolico. È un messaggio ancora inascoltato?

«Elemento comune delle opere definite più lascive di Duonnu Pantu, con preminenza di Cazzeide e Cunneide, è l’indicazione del sesso come “cura universale di tutti mali”, e la donna il sicuro tramite di tale effetto taumaturgico. La donna pantiana è una figura prodigiosa capace di ricomporre e sanare le conflittualità del mondo, liberando l’uomo dalle primigenie animalesche disposizioni dell’animo. È una donna, dunque, della quale tutti riconoscono il potere intensamente magico e risolutivo e, ancor più, la forza soprannaturale di quietare le più basilari, innate istintualità. “Si nun fuossi pped’illa chi ne ‘nnorca / l’uomu sarìa diavulu ‘ncarnatu, /sarìa ‘na tigre, ‘n ursu scantinatu, pieju de ‘n’orca”. (Se non fosse per lei che ci rende mansueti / l’uomo sarebbe un diavolo incarnato, / sarebbe una tigre, un orso scatenato / peggio di un’orca). È una donna il cui essere simbolo non è mai disgiunto dal suo essere energia naturale. Di certo, non è mai oggetto passivo. Nulla di più lontano dal sentire pantiano è la malattia del possesso, della riduzione della donna a giocattolo inanimato nelle mani del maschio conquistatore. Il femminino pantiano è pienamente protagonista e partecipe della gioia e del gioco del sesso».

Come definirebbe questo suo nuovo lavoro editoriale su Duonnu Pantu e i Gapulieri?

«Un qualcosa di nuovo e di originale che, rigettando ogni riferimento a fatti immaginari o derivati dalla sola tradizione orale, rifugge dal raccontare ciò che raccontasi e propone una rigorosa lettura interpretativa dei documenti venuti alla luce e delle opere pantiane, nonché una risoluzione accurata e saldamente fondata degli innumerevoli quesiti che lo studio Pantu-gapuliero reitera immutati da più di tre secoli. Un’investigazione che include l’analisi di molteplici e inedite fonti storiche, attraverso le quali ho cercato di raccontare-ricostruire il contesto storico e culturale nel quale Duonnu Pantu e i Gapulieri hanno operato; una ricerca che si sforza di dare un ulteriore contributo all’annosa discussione identitaria e di attribuzione delle poesie, attraverso il disvelamento dei reali casi generatori dei singoli componimenti; un’indagine, infine, che si assume il compito dell’attribuzione di esatti dati anagrafici alla quasi totalità dei personaggi citati nei vari componimenti».

In sintesi, quali sono gli aspetti più significativi di questo suo studio documentario?

«Svelare l’identità di Duonnu Pantu; attribuire, con rigorosa procedura scientifica, la paternità delle singole poesie; definire le date di stesura delle medesime; rintracciare nei singoli componimenti, gli aspetti cronachistici finora rimasti celati. Questi i miei intenti. Nel decretare se io sia riuscito o meno nell’impresa, la parola spetta al lettore».

 

ANTONIETTA MALITO
Author: ANTONIETTA MALITO
Biografia:
Antonietta Malito, giornalista e scrittrice, si è laureata in Scienze Economiche e Sociali presso l’Università della Calabria, dove ha conseguito anche un Master in Management Pubblico. Coltiva, sin da bambina, una profonda passione per la scrittura, che l'ha portata a costruire un percorso professionale ricco e variegato nel mondo del giornalismo e della cultura. Direttore responsabile di Diario Pontino - Magazine di Latina, collabora stabilmente con La Voce del Savuto, di cui è stata direttore, e con La Voce agli italiani. È coordinatrice nazionale del Centro Studi "Atlantide" per le Arti e la Letteratura. Ha scritto per le testate giornalistiche: Edizione della Sera, La Provincia Cosentina, Calabria Ora, Calabria.Live (dove ha curato la rubrica domenicale “Nextelling”), il periodico Grimaldi 2000, la rivista internazionale MedAtlantic, il magazine di moda Life & People, il giornale online Italiani.it (la rete globale degli italiani nel mondo), e per i portali internazionali Malta.it, Parigi.it, Madrid.it, Toronto.it. Ha diretto la rivista culturale Tracce di un tempo. Opere pubblicate: Grimaldi, viaggio nel 2008; Grimaldi, I tesori del borgo smeraldo (vol. I); Trasparente, pensieri e poesie (Atlantide Edizioni); Fino all’alba (Bertoni Editore). Opere in coautoria: Savuto, sprazzi di folclore; Riti e tradizioni della Settimana Santa nel Savuto; Lungo le vie del tempo (Atlantide Edizioni). Ha ricevuto numerosi riconoscimenti per il suo impegno culturale e giornalistico, tra cui il Premio Sabatum 2006 per il Giornalismo e il Premio Autori Italiani. Oltre alla scrittura, coltiva con passione anche la fotografia, l’arte, la natura e l’amore per gli animali.


Notizie

Premium Sabatum

Visitatori

2114756
OggiOggi1024
IeriIeri3020
Questa SettimanaQuesta Settimana4044
Questo MeseQuesto Mese71632
TotaliTotali2114756
Highest 07-05-2026 : 4820
2600:1f28:365:80b0:c1f2:7109:5cb2:2caa
?
?
UNKNOWN

Photo Gallery (2)