NOSTALGIA

Evanescenti nubi avviluppano la mente ed il pensiero spazia verso tempi lontani dove la prima giovinezza genera fugaci immagini di indelebile ricordo. I luoghi del primo vivere rifulgono come lampi in ciel sereno e fluttuano nel pensiero con lieve cadenza, come se volessero uscire dai segreti meandri del vissuto. 

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Saggio in prosa di F. VETERE

La Tradizione leggendaria avvolge in un arcano Mito il mistero dell'Araba Fenice, sacro uccello di fuoco che risorge dalle proprie ceneri, la cui metamorfosi viene solennemente celebrata dalla religione egizia nel Rito di morte e resurrezione.

Genesi antica, dunque, secondo rituale matrice sacerdotale, che negli imponenti templi d'Egitto onora RA, il Sole quale Disco di Fuoco, da cui discende la Fenice, longevo Airone etiope.

La sua esistenza in terra dura cinque secoli, lungo lasso di tempo nel quale il mitico uccello si affanna a raccogliere erbe medicinali per intessere il suo nido, sapientemente costruito per viverci ma anche per diventare il suo infuocato letto di morte. Voraci fiamme lo avvolgono in un crudele rogo per suo volere, in cui bruciare le sue carni nella consapevolezza che dalle sue ceneri sarebbe rinato per incarnarsi in una nuova Fenice. 

Così si adempie il divino disegno di Rigenerazione, che dopo purificazione nel tempio del Sole ritorna nel natio luogo etiopico per novella vita. Il fascinoso dramma della Fenice evoca l'universale concetto di morte - resurrezione, perché la perdita della vita è fonte di altra vita e slancio rigenerante, talché le religioni assorbono l'essenza di tale suggestivo mito.
La dottrina cristiana, prendendo le distanze da altri credi, fa' proprio il significato recondito di morte come prodromo di vita che precede la resurrezione dalle oscure tenebre del nulla.

Il misticismo biblico e la storiografica greca nonché la letteratura mondiale avvolgono in un crogiuolo di passaggi culturali la storia sacra, tramandata dalla casta sacerdotale egizia e sublimata in un eterno Mito, di cui supremo attore è Dio.

Seguace di tale mitica trasmutazione è la filosofia religiosa dei Padri della Chiesa latina e greca, affascinata dal messaggio mistico della Fenice, che viene elevata a simbolo di nuova linfa di spirituale rinascita verso l'immortalità, vittoriosa sulla morte proprio come la vittoria di Cristo. 

Da ciò nasce il rispetto della Chiesa cristiana nei confronti di una storia pagana, ma pregna di significato etico perché si pone in una simbologia profetica e messianica, che rinnegando le antiche e ancestrali pratiche di una cruda religione, ne fa' risorgere un'altra dalle ceneri della precedente. 

Anche la Filosofia ermetica non resta immune al richiamo pieno di mistero che la sacra Fenice irradia nella Scienza alchemica, la cui essenza si dirama nei concetti fisici e metafisici ancorati alla conoscenza dell'umano spirito.

La longeva esistenza del mitico Airone con la sua fantastica rinascita dalle proprie ceneri, ne fece un simbolo di trasmutazione dell'essere, ovvero di umana rigenerazione in senso simbolico e spirituale, per addivenire al perfezionamento di se stessi mercé apporto divino.

Tale metamorfosi si sostanzia nelle tre figure allegoriche del nero corvo, del candido cigno e del rosso quale simbolo della vittoriosa Fenice che si sublima elevandosi in volo, schernendo la morte.
Qui emerge la similitudine con Cristo, che festeggia la sua resurrezione dalla materia dopo aver vinto la morte quale atto fisico per ricongiungersi con il Padre e approdare all'eternità.

Tutto ciò costituisce il simbolo del sacrificio che il Redentore ha accettato per volontaria scelta e retaggio di indicare all'umanità la strada per risorgere dalle ceneri dei propri errori e giungere così alla trasformazione dell'io onde renderlo degno di etica purificazione.

La storia infinita della mitica Fenice si riverbera nella storia di Cristo, in una sequenza di azioni che partendo da un pagano esempio si innesta nella sublime esperienza del Figlio di Dio, il cui sacrificio vitale non conosce mai oblio, superando la barriera del tempo e cadenzandone il ricordo nella ciclica celebrazione della Santa Pasqua di Resurrezione.

Dalla Raccolta filosofica "HERMETICA" di F. VETERE  

 

 

Il 2021 è l'anno delle grandi celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri, Sommo Poeta, forse il più grande di sempre e di tutti, padre della lingua italiana. Infatti la "Divina Commedia" è il testo base della lingua italiana e Dante è un simbolo del "mondo italiano", molto prima dell'unità politica del Paese.
La Calabria si può riconoscere nella suprema arte dantesca attraverso due personaggi: "Il pastor di Cosenza" ("Purgatorio", Canto III) e Gioacchino da Fiore ("Paradiso", Canto XII).
Nel Canto III del "Purgatorio", Dante incontra le anime degli scomunicati, tra cui Manfredi, che, nei vv. 124-132, dice: "Se 'l pastor di Cosenza, che alla caccia/ di me fu messo per Clemente, allora/ avesse in Dio ben letta questa faccia,/ l'ossa del corpo mio sarìeno ancora/ in co del ponte presso a Benevento,/ sotto la guardia della grave mora./ Or le bagna la pioggia e move il vento/ di fuor dal regno, quasi lungo il Verde,/ dov'è le trasmutò a lume spento." ("Se il vescovo di Cosenza, che allora fu mandato in cerca del mio cadavere, avesse ben valutato questo aspetto di Dio, le ossa del mio corpo sarebbero ancora a un'estremità del ponte presso Benevento, sotto la custodia del pesante cumulo di pietre. Ora le bagna la pioggia e le smuove il vento fuori del regno di Napoli, quasi lungo il fiume Liri (che segnava il confine tra il Regno di Napoli e lo Stato della Chiesa), dove egli le fece trasportare a luci spente).
Manfredi (1232-1266) era figlio di Federico II di Svevia. Alla morte del padre, nel 1250, appena diciottenne, assunse di fatto il governo del regno di Sicilia fino all'arrivo del fratello Corrado IV, legittimo erede. Quando questi morì, Manfredi, col pretesto di tenere la reggenza per il piccolo Corradino, si fece incoronare a Palermo (1258) re di Napoli e di Sicilia. Scomunicato da papa Innocenzo IV, tutore di Corradino, Manfredi cercò di riunire intorno a sé le forze ghibelline italiane contro la Chiesa, nel tentativo di conquistare l'intera penisola. I Ghibellini erano i sostenitori dell'imperatore, i Guelfi, invece, quelli del papa. Preoccupato per la vittoria dei Ghibellini a Montaperti (località a sud di Siena), nel 1260, il papa francese Urbano IV chiamò in Italia Carlo I d'Angiò, affinché ne occupasse il regno. Carlo accettò l'invito e, sceso in Italia, venne incoronato re d'Italia nel 1265; il 26 febbraio 1266 Carlo affrontò e sconfisse a Benevento l'esercito di Manfredi, che morì in battaglia.
Il dantesco "pastor di Cosenza" è Bartolomeo Pignatelli (1200 circa-1272 circa), vescovo di Cosenza (1254-1266). Passato il Regno di Sicilia nelle mani degli Angioini, il Pignatelli fu nominato arcivescovo di Messina (1266-1272). In questa occasione si inserisce l'episodio dantesco su Manfredi. Il Pignatelli, con , il consenso di papa Clemente IV, profanò il cadavere di Manfredi, che rimase ucciso in battaglia; tornando da Roma per recarsi a Messina (settembre 1266), egli dissotterrò il corpo di Manfredi dal tumulo di pietre sotto il quale i soldati francesi lo avevano sepolto per onorarne l'eroismo, benché fosse stato un nemico; quindi, trasportandolo a candele rovesciate e spente, come si faceva con gli scomunicati e gli eretici, ne disperse i resti al di fuori dei confini dello Stato della Chiesa, probabilmente presso il fiume Liri, che era detto "Il Verde".
Dante colloca Manfredi nel Purgatorio, mentre l'opinione comune riteneva dovesse trovarsi senza dubbio tra i dannati, essendo egli morto scomunicato. Nel dialogo con il poeta, Manfredi prega Dante, quando ritornerà sulla terra, di riferire a sua figlia Costanza che egli è salvo, contrariamente a quanto laggiù si pensa. Egli infatti afferma di essersi pentito e convertito all'ultimo istante, in punto di morte e, nonostante le sue orribili colpe, di aver ricevuto il perdono dell'infinita misericordia divina. Col proprio sincero pentimento, rivolto in extremis a Dio, Manfredi ha ottenuto quella salvezza che la Chiesa gli aveva negato con la scomunica. Manfredi è salvo: per le scomuniche non si perde la possibilità della salvezza, sostiene l'anima del re, perché, spesso, neanche la Chiesa arriva ad immaginare e concepire l'infinita bontà divina. 

Giuseppe Pizzuti, docente  

 

 

Cosenza, il castello Normanno-Svevo

 

 

Concetti teologici e aristotelici vengono mediati dall'Aquinate con deduttivo acume che desta meraviglia e stupore in coloro che pensano essere inconciliabili le due essenze intellettuali. Non estranei alla sua meditata vocazione sono gli epigoni di S.Domenico, supportati da quell'Alberto Magno che sarà il suo mentore nel percorso accademico in terra di Francia. Un empito mai sopito lo spinge verso studi teologici che lo porteranno verso la predicazione della parola di Dio in un magistero che consacrerà la sua profonda conoscenza dei Testi della cultura cristiana nonché di quella pagana. La Filosofia aristotelica ha per Lui un interesse culturale che travalica il limite religioso per approdare a dimensione di conoscenza di un pensiero che si discosta dalla matrice spirituale platonica, per cui gli Scritti di Aristotele, riproposti da fonti orientali vengono attentamente analizzati onde verificarne l'autenticità.
Difensore della religione di Cristo propone un serrato confronto con quei Filosofi, che per retaggio aristotelico affermano esserci un nesso tra Verità e Ragione ma che Tommaso rafferma nel configurare con cognitio ex causa la forza del Vero, rifulgente solo nella parola di Dio.
Il filosofo arabo Averroè, citato da Dante in Inf. IV, il cui commento sul pensiero di Aristotele ha subito forte contaminazione dai suoi seguaci ma che Tommaso elabora per dimostrare che la teoria "dell'unicità dell'intelletto" è in contrasto con il dogma " dell'immortalità dell'anima " e che tra Verità filosofica e Verità teologica non vi è divisione alcuna.
l'Aquinate, dall'alto dell sua immensa spazialità culturale, non si fa condizionare dal peccato di blasfemia, volando alto sulle teorie aristoteliche e cercando possibili convergenze tra queste e le istanze cristiane dopo aver purificato gli originali concetti dello Stagirita dai refusi manuali ed intellettuali dei chiosatori arabi.

 


L'intelletto umano necessita di spaziare nello studio di concetti filosofici profani, coerenti con la Fede e che "de naturali jure " vengano studiato dai Teologi cristiani per servirsene come indispensabile viatico nella ricerca del divino.
Anche le maggiori Verità di approccio all'umana razionalità possono estrinsecarsi in un cauto approfondimento della filosofia aristotelica anche se solo come base di culturale conoscenza. "Tutti gli esseri umani tendono per natura al sapere", come recita l'incipit della Metafisica aristotelica e tale asserzione viene fatta propria da Tommaso con l'ausilio dell'intelletto, proteso verso la perfezione per giungere al sapere mercé anche contezza che principio e morte non possono essere disgiunti.
È la Filosofia che assolve a tale necessaria esigenza nell'intento di guidare l'uomo verso il giusto cammino conoscitivo, supportata dalla Fisica e dalla Matematica che si fondono nell'oggettivo concetto di "speculabile" che afferisce alla Mente speculativa, quale unica entità di contatto con la Verità.
La scienza del Sapere, che ricongiunge l'uomo alla sua origine fa sì che questi percorra quel sentiero che lo porterà verso Dio perché la brama di conoscenza è la stessa Bramante di approcciarsi al Divino e dunque alla naturale destinazione.
Il pensiero filosofico pagano manifesta un' astrazione concettuale che Tommaso non disdegnerà ma cercherà di correggere attraverso la Metafisica quale Scienza della Filosofia teologica ispirata da Dio per cui Fede e Ragione convivono solo se coniugano intenti condivisi, per far sì che entrino in simbiosi e non in contrasto alla Fede.

 


Dante magnifica la Santità filosofica di Tommaso in quei Canti del Paradiso dove la figura del Santo d'Aquino rifulge di vivida luce di sapienza, accostandosi a Lui quale precursore di un nuovo modo di pensare la dottrina aristotelica come appendice del pensiero cristiano in senso razionalistico ma non di mistica condivisione. La " Summa theologica ", tedofora degli inconfutabili concetti tomistici , pur attingendo a riveduta linfa aristotelica sublima il rapporto fra Rivelazione e Teologia, legato alla Scienza dei Numeri e delle Linee, mossi dai principi rivelati da Dio, da cui tutto proviene e in cui si coagulano Essenza ed Essere.

(Da "Poetica e Filosofia" di F. Vetere, docente di discipline umanistiche)

 

 

RENDE (Cosenza) - “Fiabe appese all’albero del mondo” edito da La Caravella editrice, è l’ultima fatica letteraria di una scrittrice, alquanto feconda, quale è Anna Laura Cittadino. Dopo aver dato alla stampa sei volumi di successo tra cui ricordiamo: Pane per l’anima, La colpa di scrivere, Pensavo di vivere cent’anni, Caterina e Beta la stellina, I bucaneve di Ravensbrùck e Screaming, Anna Laura Cittadino torna in libreria con una raccolta di tre fiabe rivolte alla scuola dell’infanzia e alla scuola primaria.

Le fiabe illustrate da Aldo Barrese, affrontano tematiche attuali. In 'Abetina e la città di cemento, l’industrializzazione e l’edilizia sfrontata dettata dalla modernità hanno cancellato ogni residuo di natura e di bellezza; così la protagonista, grazie all’aiuto di un saggio Uccello Speranza, impara l’arte di saper coltivare un piccolo seme per ridare speranza, respiro e colori al suo mondo.

Ne 'La Luna e il poeta', due ragazzi vedono esaudito il loro desiderio di essere amati grazie all’aiuto della luna, felice di aver ritrovato la sua antica funzione di riferimento per gli innamorati. Infine, in 'Viòlet sotto il cielo di Natale a Damasco, una nostalgica bambina sogna un Natale lontano dalla guerra e inondato dalla neve. Il suo desiderio viene ascoltato da due fatine, che con la neve e la magia portano finalmente la pace.

Fiabe come veicolo di messaggi positivi e di speranza, il cui unico obiettivo è quello di ridestare negli animi i sentimenti di rispetto e amore per la natura e la vita, di condivisione e compassione, rafforzando il potere dell’immaginazione. Racconti semplici ma dal grande impatto emotivo, in cui personaggi con le loro storie e le loro vite, in maniera serena, infonderanno fiducia e speranza, riscoprendo la semplicità e l’importanza dei valori e dei piccoli gesti che spesso la vita frenetica ci fa dimenticare.

 

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