Persephone, figlia di Demètra (o Cèrere, divinità terrestre delle messi dorate, cioè dell'agricoltura) e moglie di Ades (o Plutone, re del mondo dei morti), trascorreva un periodo dell'anno presso la madre e l'altro nel regno delle ombre.
Prima di diventare signora dell'Oltretomba, dimorava con la madre in Sicilia, dove era stata notata da Ades, che l'aveva voluta sposare. Un giorno Ades, uscendo alla luce del sole, vide Persephone che si godeva la frescura di un bosco appartato, tutto cosparso di viole e di candidi gigli; era accompagnata dalle Ninfe (divinità femminili delle fonti e delle acque), che a gara raccoglievano fiori profumati per farne corone e ghirlande. Persephone, più brava delle altre, aveva già riempito alcuni cestini con fiori e altri ne aveva messi nel lembo della veste. Ades, innamorato di Persephone, la rapì e, trascinatala sul suo cocchio dorato, spronati i veloci cavalli neri come la notte, la portò nel suo palazzo. Piansero le Ninfe e portarono la cattiva notizia a Demètra, che, nella speranza di ritrovare la figlia, dimentica delle sue funzioni e dei suoi compiti, vagò di terra in terra, invocandone il nome. Alla fine si rivolse a Zeus (o Giove, re degli dèi) perché intervenisse preso Ades e lo inducesse a restituirle Persephone.

 


Nel frattempo la natura, trascurata dalla dea, era diventata triste: i fiori erano appassiti, le piante non avevano più le loro belle foglie verdi, i frutti non maturavano, le messi non imbiondivano. Tutto sembrava preso da un sonno simile alla morte. In un primo tempo Ades non volle saperne di mandare Persephone sulla terra. Ormai essa era diventata la regina depositaria dei segreti del mondo sotterraneo. Ma, alla fine, la volontà di Zeus vinse ogni resistenza: Persephone sarebbe stata per sei mesi nel regno delle ombre e per gli altri sei sulla terra, presso la madre Demètra. Ogni anno, quando Persephone ritorna sulla terra, la natura si riveste del suo abito più bello: sbocciano i fiori profumati, rinverdiscono le piante e i campi e un dolce zefiro soffia leggero trasportando profumi odorosi. E' la gran festa della natura, la sua ripresa, la vita fervente che accompagna il rinnovarsi del ciclo delle stagioni.

Giuseppe Pizzuti, docente

 

 

 

 

 

di Franco Vetere

Ancor giovane proficuamente dialoga con Talete per scoprire i nuovi orizzonti e il nesso che li lega al Tutto nella ricerca delle metafisiche Verità e nella conferma delle finalità della vita.
Lo affascinano le teorie atomistiche di Democrito, vaganti in un indefinito spazio dove il caos regna sovrano mentre gli atomi, nel loro incessante moto, coagulandosi danno origine alla materia e al genere umano.
In terra d’Egitto forgia la sua anima mistica, pervasa da un caldo empito che freme nel suo Io allorquando contempla la Natura, aspirandone i penetranti effluvi dopo rapita estasi sotto la volta stellata. Il mistero dell’anima si compenetra in Essa nella fusione dell’Acqua e del Fuoco e nell’ineluttabile legge di Nascita e Morte, uniti nel dominare le tenebre dell’ignoranza per diradare i dubbi che avviluppano il mistero della vita attraverso un lineare percorso intellettivo.
Lo spazio immenso del Firmamento trova ragion d’essere nel moto degli atomi e degli astri, divisi in mondi, la cui armonia è retta da un Numero. In tre Mondi si compenetrano i regni del Naturale, del Divino, dell’Umano, e in questa Triade risiede la Legge ternaria e la Legge dei numeri, che in simbiosi danno moto ai pianeti, secondo un equilibrio regolato dai Numeri. Da ciò ne consegue che Micro e Macrocosmo si integrano perchè l’uno è complementare all’altro nel dramma cosmico.
È proprio adesso che lo spirito del Filosofo-Matematico trova irrefragabile contezza nell’affinare la sua intelligenza per approcciarsi alla Verità cosmica.
Nella Terra nutrita dal Nilo tempra la sua anima attraverso la prova iniziatica, ammantata di arcana e misteriosa Teurgia che lo guiderà ad oltrepassare la paura della morte. La sapienzialità egizia permea la sua filosofia di sacralità matematica, fondata sulla scienza dei numeri e su nuovi principi universali sotto l’egida di Osiride. Ma, a Delfi rigenera la scienza apollinea e la dottrina mantica o stasi profetica, di cui Apollo ne è il divino ispiratore. 


La Magna Grecia, quale terra promessa della cultura ellenica in costante evoluzione, lo accoglie da neofita di originale filosofia esoterica, per consacrarlo, poi, demiurgo di quella gioventù crotoniate, avida di conoscere nuove istanze di liberale pensiero in un ambito riservato, quasi avulso dall’esterno.
Il Tempio delle Muse accoglie gli adepti in selettivo cenobio, gestito dall’austero e sacro Maestro, che con dura e severa disciplina tarpa le ali a coloro non degni di osservare le norme di vita iniziatica.
Talia la Musa del Silenzio, è simbolo di inflessibile regola per i neofiti, istruiti al solo ascolto, ma non alla parola. Il Dies aureus coincide con l’approccio alle Scienze matematiche ed alla dottrina dei Numeri, su cui domina Dio, supremo Uno dell’ordine cosmico, che include la grande immanenza dell’Infinito. Monade e Diade sono figlie della Teogonia, in cui i numeri diventano corollari di Verità infinita, plasmata dalla divina e perfetta Tetrastila, generata dalla Triade che fluisce fino al numero Dieci. La Cosmologia svela il mistero della genesi storica della Terra e dunque della storia dell’anima che si rifrange nella Metempsicosi.
L’acustica svela la proprietà dei Numeri nel sistema matematico-geometrico, grazie alla melodia delle pause musicali, che i suoi Epigoni riverseranno nel Tutto.
I numeri dispari, nella scienza pitagorica, rappresentano la configurazione di una cosmica perfezione, mentre i numeri pari rappresentano il caos e non la perfezione. Entrambi si uniscono in un climax piramidale che dà origine alla Tetraktis, quale simbolo di perfetta concatenazione di numeri. 

 

Nota dell’Autore
Particolare ringraziamento va allo Studioso Antonio Aiello, per il suo proficuo contributo culturale nella stesura di saggi critici su argomenti di varia natura letteraria.

 

Brevi notizie biografiche su Franco Vetere
Docente emerito dei Licei, è uno studioso di grande valenza, acuto scrittore, poeta, saggista e critico letterario. I suoi commenti in prosa e versi sono stati apprezzati in molte manifestazioni culturali, vergati e declamati con grande afflato, carico e denso di grande significato e di “sentimento”. È autore delle seguenti sillogi poetiche: Lo sguardo e la memoria, Saggio poetico di storia umana, Eroi in poesia, Lirici Greci e Latini; Saggi in prosa: Apocalisse e Cristo, Hermetica, Egittologia, Theologica, Religioni orientali, Monachesimo illuminato, Boheme e Scapigliatura, Saggio letterario sul primo 900, Autori stranieri dell’800, Gli Evi della Letteratura italiana; Silloge di pensieri sparsi. Le opere citate sono state da me commentate secondo il percorso tracciato dall’autore.
(Antonio Aiello

di Franco Vetere

Il termine “Ermetico” è mutuato dalla dottrina magico-misterica, sorta nell’antico Egitto in onore del mitico sacerdote Ermete Trismegisto, con caratteri di ancestrale pratica iniziatica, strettamente riservata ad uno sparuto gruppo elitario.
Di primo acchito la critica letteraria usa una chiave di lettura con negativi parametri, equiparando il nuovo modo di poetare come se fosse avvolto da una brumosa coltre di semantica oscurità, poco comprensibile per una chiara interpretazione. Per i Poeti ermetici, invece, il muoversi nel sentiero nebuloso di criptici versi diviene imprescindibile esigenza per entrare in un ritrovato alveo di novella realtà. Essi esaltano un diverso metodo letterario di far poesia, fermamente legato al problema esistenziale che estrapoli da quell’umanità un senso diverso di sopravvivere, sorpassando quei canoni ancora fermi ad ancestrali criteri mentali, di certo anacronistici.
In questo humus si forma la forte personalità di Salvatore Quasimodo, autore non propriamente amato dalla critica ma obiettivamente pervaso da forte amore per sua terra di Sicilia, il cui paesaggio è ancora impresso nella sua fanciullezza, vissuta nell’incanto ancora vivo di un’innocenza che lo lega alle cose di primo approccio con i sentimenti. Da ciò la musicalità che intride i suoi versi attraverso la fascinosa visitazione dei luoghi che viepiù fluiscono nella sua mente come un placido fiume che scorre con regolare cadenza.
La grecità classica, espressa nella poesia dei grandi Aedi, lo affascina e lo porta a vivere quei momenti che hanno connotato l’Ellenismo siculo attraverso lo splendido evo della loro presenza. L’evocazione del sogno ellenico suscita nel Poeta una struggente sensazione allorquando il suo canto poetico si sofferma sull’antica Tindari, la cui storica anima è ancora viva nella memoria di tutti, e che ancora veleggia sulle ali di una dolce brezza di zefiro, generata dalle sponde della madre Grecia. Così l’incipit di “VENTO a TINDARI”: Tindari, mite ti so fra larghi colli pensile sull’acque dell’isole dolci del Dio, oggi m’assali e ti chini in cuore. Salgo vertici aerei precipizi, assorto al vento dei pini….s’allontana nell’aria onda di suoni e amore…. 

La lirica tindarica rappresenta la base dell’Ermetismo che il Poeta eleva ai livelli più alti mediante una melodia di versi che si riversa direttamente nell’anima. Una ricerca del tempo e nel tempo che rievoca la “recherche du temp perd” di Marcel Proust, quale mezzo per stimolare la memoria a rivivere il proprio vissuto nella realtà del presente. A ciò si presta Tindari, luogo della sua giovinezza, pervaso da fascinoso ricordo, in armonioso connubio con la natura, e dove vive, incontaminata, la presenza di una civiltà, il cui lascito culturale sfida l’oblio del tempo. E qui che si fondono Mito e Poesia, sulla scia di una smarrita felicità che incide fortemente nell’essenza dell’anima alla riscoperta del valore dell’Io vitale.


BREVI NOTIZIE BIOGRAFICHE FRANCO VETERE
Docente emerito dei Licei, è uno studioso di grande valenza, acuto scrittore, poeta, saggista e critico letterario. I suoi commenti in prosa e versi sono stati apprezzati in molte manifestazioni culturali, vergati e declamati con grande afflato, carico e denso di grande significato e di “sentimento”. È autore delle seguenti sillogi poetiche: Lo sguardo e la memoria, Saggio poetico di storia umana, Eroi in poesia, Lirici Greci e Latini; Saggi in prosa: Apocalisse e Cristo, Hermetica, Egittologia, Theologica, Religioni orientali, Monachesimo illuminato, Boheme e Scapigliatura, Saggio letterario sul primo 900, Autori stranieri dell’800, Gli Evi della Letteratura italiana; Silloge di pensieri sparsi. Le opere citate sono state da me commentate secondo il percorso tracciato dall’autore.
(Antonio Aiello

 

 

NON GRIDATE PIÙ di Giuseppe UNGARETTI: “Cessate di uccidere i morti. Non gridate se li volete ancora udire, se sperate di non perire. Hanno l’impercettibile sussurro, non fanno più rumore del crescere dell’erba, lieta dove non passa l’uomo"

 

COMMENTO CRITICO
Amarezza e pessimismo si fondono in un climax ascendente di perentori imperativi che impetrano la cessazione di qualunque violenza morale dopo avere perpetrato quella fisica in una disumana guerra frutto del livore e della prevaricazione che gli uomini riversano l’uno sull’altro anche quando sono cessate le diatribe guerresche.
Il ricordo dei morti viene così nuovamente ucciso generando una idiosincrasia che annulla quella corrispondenza tra vivi e defunti.
Uno spirito foscoliano aleggia negli amari versi del Poeta pur avvinti solo da una larvata affinità ma non afferenti a quegli ideali tipici di due diverse realtà storiche. Se nel pensiero foscoliano serpeggia un forte intento nazional-patriottico di contro in Ungaretti le motivazioni che risaltano nei suoi versi sono essenzialmente morali e civili. Ergo il Poeta de “In Sepolcri” eleva a sublime sentimento la “corrispondenza di amorosi sensi” mentre Ungaretti ripone nella ragione e incita a servirsi di questa onde oscurare lo spettro disonorevole di un altro folle conflitto.

 

BREVI NOTIZIE BIOGRAFICHE FRANCO VETERE
Docente emerito dei Licei, è uno studioso di grande valenza, acuto scrittore, poeta, saggista e critico letterario. I suoi commenti in prosa e versi sono stati apprezzati in molte manifestazioni culturali, vergati e declamati con grande afflato, carico e denso di grande significato e di “sentimento”. È autore delle seguenti sillogi poetiche: Lo sguardo e la memoria, Saggio poetico di storia umana, Eroi in poesia, Lirici Greci e Latini; Saggi in prosa: Apocalisse e Cristo, Hermetica, Egittologia, Theologica, Religioni orientali, Monachesimo illuminato, Boheme e Scapigliatura, Saggio letterario sul primo 900, Autori stranieri dell’800, Gli Evi della Letteratura italiana; Silloge di pensieri sparsi. Le opere citate sono state da me commentate secondo il percorso tracciato dall’autore.
(Antonio Aiello

 

INCONTRO di Eugenio Montale:
“Tu non m’abbandonare mia tristezza
sulla strada
che urta il vento forano
co’i suoi vortici caldi, e spare; cara
tristezza al soffio che si estenua: e a
questo,
sospinta sulla rada
dove l’ultime voci il giorno esala
viaggia una nebbia,
alta si flette
un’ala
di cormorano".

 

COMMENTO CRITICO 
Profondo è il pessimismo del Poeta che vieppiù emerge nelle righe di questa lirica che abbandona una linea soggettiva di disagio esistenziale per approdare ad una visione non più estenuante di decadenza morale e di incapacità di riportarsi al mito dell’età esistenziale ma accettare una comune concezione del vivere pur nella contezza di precaria crisi della storia del tempo e dei valori universali.
In tal modo il triste rimpianto di una latente pena diviene pesante viatico di un vissuto dove “il male di vivere” s’insinua passivamente nell’anima. Il malessere psicologico del Poeta si compenetra nella caotica angoscia in cui è costretta a vivere l’umanità cittadina immersa nello squallore della quotidianità priva di fini da perseguire. La tristezza impera sovrana lasciando un vuoto profondo ad un’esistenza già vuota che si disperde nelle folate ventose e nella coltre di fitta nebbia.
Flebile speranza di redenzione è riposta nella vis dell’amore attraverso un “incontro” che possa lenire il pessimismo dell’anima onde oltrepassare il limite dell’essere. 

 

BREVI NOTIZIE BIOGRAFICHE FRANCO VETERE
Docente emerito dei Licei, è uno studioso di grande valenza, acuto scrittore, poeta, saggista e critico letterario. I suoi commenti in prosa e versi sono stati apprezzati in molte manifestazioni culturali, vergati e declamati con grande afflato, carico e denso di grande significato e di “sentimento”. È autore delle seguenti sillogi poetiche: Lo sguardo e la memoria, Saggio poetico di storia umana, Eroi in poesia, Lirici Greci e Latini; Saggi in prosa: Apocalisse e Cristo, Hermetica, Egittologia, Theologica, Religioni orientali, Monachesimo illuminato, Boheme e Scapigliatura, Saggio letterario sul primo 900, Autori stranieri dell’800, Gli Evi della Letteratura italiana; Silloge di pensieri sparsi. Le opere citate sono state da me commentate secondo il percorso tracciato dall’autore.
(Antonio Aiello

 

di Pier Giuseppe Accornero

«Amico degli orfani, delle persone devote, delle vedove, fervente nello spirito, amante del bene». Così i Padri della Chiesa nei primi secoli definiscono il diacono. «Anello di congiunzione o ponte di collegamento tra il vescovo, i presbiteri e i laici» lo chiama un padre della Chiesa del XX secolo, padre Michele Pellegrino, cardinale arcivescovo di Torino.
Nella storia di questa istituzione si inserisce Benito Cutellè, un calabrese che negli anni del «miracolo economico» approda a Torino dove, insieme alla carriera professionale e alla vita familiare, si dedica agli altri e al diaconato.
I diaconi, come Benito, si lasciano «prendere per mano da Dio»; si impegnano a elargire la sua Parola e a diffondere il suo Regno tra quanti non lo conoscono o se ne sono allontanati; aiutano gli uomini e le donne di oggi a riprendere il dialogo con il Signore. Tra le sue numerose esperienze diaconali primeggiano l’evangelizzazione dei pescatori a Mergellina (Napoli) e la «Mensa del povero» in una parrocchia torinese.
Questo volume vuole rendere testimonianza dell’enorme bene che i diaconi permanenti fanno alla Chiesa, alla società, alla città. 

https://editrice.effata.it/libro/9788869296499/dio-mi-ha-preso-per-mano/?fbclid=IwAR0CoGMlGzCajslYDTRBY3CX4-kwnNWbQMe4F3oXOdytL_sEANGvAZ4NftM

BELSITO – Un punto di riferimento culturale che l’amministrazione comunale guidata da Antonio Basile dona alla comunità: si tratta del nuovo allestimento della biblioteca Ferri.
La recente sistemazione rappresenta un momento fondamentale del percorso di valorizzazione, con interventi che hanno riguardato in particolare la sistemazione degli ambienti di lettura, attraverso anche la decorazione pittorica ad opera del maestro Gabriele Ferrari, e la catalogazione del materiale librario in ventitré sezioni tematiche.
La biblioteca conta attualmente 1.950 testi, con l’allestimento di uno spazio dedicato alle attività didattiche e progettuali per i bambini, e la creazione, ancora in corso, di una apposita sezione dedicata alla storia locale; altri interventi sono in divenire, come l’applicazione dei nuovi strumenti di catalogazione e ricerca online.
La biblioteca, realizzata con fondi regionali, è intitolata al belsitese Italo Ferri scomparso nel 2003, che insegnò per due anni nelle scuole medie di Lago e di Bianchi; svolse anche la professione forense, e nel 1967 vinse il concorso al ministero dell’Agricoltura.
Ferri aveva un forte attaccamento alle proprie origini, amava comporre versi, ispirato dalle suggestive atmosfere paesaggistiche del suo borgo.
La situazione di emergenza Covid non ha permesso finora di poter inaugurare la nuova biblioteca alla presenza dei familiari di Ferri, ma la struttura è comunque già fruibile.

Piero Carbone, giornalista pubblicista

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