di Stefania Pettinato

Tra fine agosto e i primi di settembre, nei borghi del Savuto – da Scigliano a Colosimi, da Parenti a Carpanzano, fino a Marzi e Rogliano – si rinnova un appuntamento che sa di memoria e di futuro: la preparazione della salsa di pomodoro, la “cunserva”. Un tempo scorta indispensabile per affrontare i mesi freddi, oggi non è più necessità, ma resta un rito collettivo, un collante che tiene unite le famiglie e rafforza il legame con la terra.

Una catena di montaggio fatta di affetti

Nei cortili, nei garage o nelle tavernette, il lavoro inizia presto e va avanti fino a sera. C’è chi lava i pomodori, chi li porta a cuocere nei grandi calderoni, chi gira instancabilmente il passaverdure. Ognuno ha un compito, come in una catena di montaggio, ma qui al posto del rumore delle macchine ci sono le voci, le risate, i racconti di famiglia.

Gli anziani vegliano attenti, ricordano i gesti giusti e ammoniscono quando serve. Gli adulti si dividono i compiti più faticosi: cassette di pomodori da spostare, pentoloni da sorvegliare, fuochi da alimentare. I più piccoli guardano e imparano, infilano i pomodori nell’imbuto, si sporcano le mani e, senza accorgersene, assorbono una tradizione che un giorno toccherà a loro custodire.

Il profumo dolce del pomodoro che sobbolle si mescola alle chiacchiere, alle canzoni d’altri tempi, al ricordo degli antenati. È un lavoro duro, sì, ma è anche festa: la fatica condivisa diventa leggerezza. 

Il segreto sta nella materia prima

Tutto parte dai pomodori, che devono essere carnosi e poco acquosi: i San Marzano sono i preferiti. Poi c’è il rituale vero e proprio: lavarli con cura, scartare quelli rovinati, tagliarli e cuocerli nelle “quadare”, calderoni che spesso hanno più di cinquant’anni di servizio. Segue la passatura, la seconda cottura lenta e paziente, e infine l’imbottigliamento. Bottiglia dopo bottiglia, con attenzione quasi religiosa, la salsa rovente scivola nei contenitori sterilizzati.

Ogni famiglia aggiunge il suo tocco segreto: basilico fresco, un pizzico di zucchero, o semplicemente un tempo di cottura tramandato di madre in figlia. È in questi dettagli che la “cunserva” diventa irripetibile, diversa in ogni casa, ma ugualmente preziosa.

La conserva come patrimonio

Non è più una questione di sopravvivenza, ma di identità. Preparare la “cunserva” significa resistere a un tempo che corre troppo veloce, riportare al centro la manualità, la pazienza, la condivisione. È un patrimonio culturale immateriale che unisce le generazioni, un gesto lento che restituisce il sapore autentico dell’estate.

Il frutto della fatica

Alla fine della giornata restano decine di bottiglie, tutte allineate in cantina, pronte a trasformarsi nei sughi della domenica, nelle lasagne delle feste, nelle minestre che scaldano l’inverno. Ma non è solo salsa: è memoria liquida, è estate conservata. Ogni volta che una bottiglia si apre, insieme al profumo del pomodoro si sprigionano le risate, i ricordi, le storie di quel giorno attorno al pentolone.

E prima che la giornata si chiuda, arriva il pranzo che celebra la fatica: formaggi, salumi, e soprattutto la pasta condita con la conserva dell’anno precedente, perché nulla vada sprecato e perché il cerchio si chiuda, pronto a riaprirsi l’anno dopo.

La “cunserva” non è solo una salsa di pomodoro. È un rito di fine estate, un ponte tra generazioni, un simbolo di appartenenza che nel Savuto continua a vivere, forte e profumato come allora.  

 

STEFANIA PETTINATO
Author: STEFANIA PETTINATO
Biografia:
Maria Stefania Pettinato Vive a Scigliano, è madre di due figli e lavora nel comparto scuola come operatrice addetta alle aziende agricole. Ha studiato come agrotecnico e operatore agrituristico. Il suo mondo ruota attorno alla famiglia, alla natura, all’agricoltura e al silenzio che queste sanno offrire. Dal 2009 al 2023 ha conseguito vari attestati, tra cui: • Corso di potatura dell’olivo a vaso policonico • Tecniche agronomiche di potatura e innesto a vari livelli • Conservazione della biodiversità Ha partecipato a sei campionati regionali calabresi di potatura dell’olivo, classificandosi anche al terzo posto. Nel 2010 è nato il suo sogno: “Antica Fattoria – Azienda Agricola Elicicola di Stefania Pettinato”, dedicata all’allevamento e alla vendita di lumache da gastronomia. Nel 2018 ha avviato anche la produzione di caffè di cicoria, bevanda usata nel periodo di guerra e resa celebre dal commento di Totò come “una ciofeca”... ma che, in realtà, è un caffè salutare e benefico. Sin da bambina, grazie alla fortuna di crescere con i nonni, conosce le erbe aromatiche, selvatiche e officinali: una passione che ancora oggi coltiva preparando tisane, unguenti, oleoliti e creme. È in possesso di patente agricola e forestale, appassionata di trekking e qualificata anche come operatrice socio-sanitaria. Ha frequentato un corso di formazione per volontari della Croce Rossa Italiana. E poi… ama sorridere, essere empatica e vivere profondamente la vita e la terra: godere del sole, della pioggia, della neve e delle stagioni. Ama la vita e la libertà di viverla.


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