di Stefania Pettinato
C'era un tempo in cui ottobre non arrivava soltanto con le foglie ingiallite, le prime piogge e l'aria fresca che scendeva dalle montagne. Si annunciava anche attraverso i profumi delle cucine, il crepitio della legna nel camino e le pentole che sobbollivano lentamente sul fuoco.
Nei paesi della Valle del Savuto, ottobre era il mese delle castagne, delle verdure dell'orto e delle provviste da preparare per affrontare l'inverno. La cucina seguiva il ritmo delle stagioni e sulle tavole arrivava soprattutto ciò che la terra aveva offerto.
Erano piatti semplici, preparati con pochi ingredienti, ma ricchi di sapore e di quella sapienza contadina che sapeva trasformare il poco in qualcosa di prezioso.
Tra le pietanze più caratteristiche c'era la zuppa di ceci, calda e sostanziosa. I legumi, conservati dopo il raccolto, venivano messi a bagno dalla sera precedente e poi lasciati cuocere lentamente, spesso vicino al fuoco del camino.
Bastavano un po' d'olio d'oliva, aglio e qualche aroma per ottenere una pietanza nutriente, accompagnata da fette di pane casereccio, talvolta raffermo. Il suo profumo riempiva la casa e annunciava un pasto capace di dare ristoro dopo una giornata di lavoro.
Accanto alla zuppa di ceci trovava posto la minestra di verdure, preparata con ciò che offrivano gli orti e i campi: cavoli, bietole, cicorie, patate e, quando disponibili, altri legumi.
Ogni famiglia aveva il proprio modo di cucinarla. Non esistevano dosi precise né ricette scritte. Si aggiungeva ciò che c'era, si lasciava cuocere lentamente e si portava in tavola un piatto caldo e genuino.
Il pane avanzato veniva spesso utilizzato per arricchire la minestra. Nulla doveva essere sprecato, perché ogni alimento rappresentava il frutto della fatica e del lavoro.
Ma tra i sapori più legati all'autunno del Savuto occupava un posto particolare il pane castagnizzo, preparato con farina di castagne, talvolta mescolata ad altre farine secondo le abitudini familiari.
Era un pane rustico, dal gusto caratteristico e leggermente dolce, che raccontava il profondo legame tra le comunità montane e i castagneti.
La castagna, infatti, non era soltanto un frutto da gustare arrostito davanti al camino. Per generazioni rappresentò una risorsa fondamentale nell'alimentazione delle famiglie contadine.
Nei boschi del Savuto, la raccolta coinvolgeva spesso intere famiglie. Una parte dei frutti veniva consumata fresca, mentre un'altra era destinata alla conservazione. Nelle antiche caselle rurali, utilizzate anche per l'essiccazione, le castagne venivano preparate per essere successivamente trasformate in farina.
Da quella farina nascevano alimenti semplici e nutrienti, tra cui il pane castagnizzo. Non a caso, il castagno veniva chiamato anche «albero del pane», per l'importanza dei suoi frutti nella vita delle popolazioni montane.
Ma la cucina contadina non era fatta soltanto di ingredienti e preparazioni. Era soprattutto un momento di vita familiare.
Intorno al focolare si ritrovavano bambini, adulti e anziani. Si raccontavano le fatiche della giornata, si parlava del raccolto appena concluso, delle castagne ancora da raccogliere, della legna da sistemare e dell'inverno che presto sarebbe arrivato.
Le madri e le nonne cucinavano con gesti imparati dalle generazioni precedenti. Le quantità si misuravano a occhio, il tempo di cottura si riconosceva dal profumo e le ricette si tramandavano attraverso l'esperienza.
Non bisogna dimenticare, però, che quella cucina nasceva spesso dalla necessità. Le famiglie disponevano di poche risorse e dietro la semplicità dei piatti si nascondevano sacrifici, rinunce e lunghe giornate di lavoro.
Eppure, proprio da quelle difficoltà è nato un patrimonio di tradizioni che oggi merita di essere custodito.
La zuppa di ceci racconta la pazienza e il valore dei legumi. La minestra di verdure ricorda gli orti e il rispetto delle stagioni. Il pane castagnizzo riporta alla memoria i boschi, le antiche caselle e le famiglie che affidavano alle castagne una parte importante delle proprie provviste.
Tre sapori diversi, ma un'unica storia: quella di una terra in cui il cibo nasceva dal rapporto diretto tra l'uomo e la natura.
Oggi, quando ottobre torna a colorare i boschi della Valle del Savuto, quei piatti continuano a evocare le vecchie case, le cucine riscaldate dal fuoco e le tavole attorno alle quali si ritrovavano intere famiglie.
Perché nella cucina contadina del Savuto non c'erano soltanto ceci, verdure e farina di castagne. C'erano il lavoro delle mani, il rispetto per la terra, il calore della famiglia e quella straordinaria capacità di trasformare il poco in qualcosa di prezioso.
E forse è proprio questo il sapore più autentico dell'autunno di una volta: quello delle cose semplici, che il tempo non riesce a cancellare.









