di Antonietta Malito

Artista, promotore culturale, uomo di profonda ricerca interiore, il rendese Giacomo Vercillo, attraversa da oltre quarant’anni il mondo dell’arte senza mai smettere di interrogarsi sul senso del creare. Il suo percorso intreccia tradizione di bottega, sperimentazione, spiritualità e impegno civile, dando vita a un linguaggio personale che dialoga con i grandi maestri del passato e con le urgenze del presente. In questa intervista ripercorriamo le tappe fondamentali della sua formazione, le scelte artistiche, i progetti culturali e la visione etica della bellezza che anima tutta la sua opera.

Maestro, cosa ricorda dei suoi primi incontri con l’arte?

«Ricordo soprattutto la curiosità. Sin da bambino l’arte per me non era qualcosa di distante o di “alto”, ma una presenza quotidiana. L’ambiente familiare, le botteghe, i maestri, il teatro popolare, la radio locale, tutto contribuiva a farmi sentire che creare era un modo naturale di stare al mondo. Non c’era ancora la consapevolezza di una professione, ma già c’era un’urgenza espressiva».

Il suo percorso formativo è legato sia alla tradizione di bottega sia a esperienze molto varie. Quanto è stato importante questo intreccio?

«È stato fondamentale. Ho avuto la fortuna di incontrare grandi Maestri, come Donato Magli, Alberto Monaco, Ermete Vercillo, Hermes, Silvio Lo Celso, i fratelli Falvo, Ilario Piccolo e molti altri. La bottega insegna il rispetto per il fare, per il tempo, per la materia. Allo stesso tempo, il teatro, la radio, l’organizzazione di eventi mi hanno insegnato il valore della condivisione e della relazione con il pubblico. L’arte, per me, non è mai stata isolamento». 

Come si definirebbe dopo oltre quarant’anni di attività?

«Un artista che attraversa il proprio tempo senza subirlo. Ho vissuto le avanguardie, le neoavanguardie, la Transavanguardia, ma non mi sono mai lasciato imprigionare dalle mode. Ho cercato di coglierne il pathos, l’energia, e di trasformarli in uno stile personale. Credo che l’identità artistica non sia una bandiera da sventolare, ma una responsabilità da coltivare».

In tutto ciò che fa e organizza emerge con forza il tema della bellezza, intesa anche come valore morale e spirituale. Perché oggi sente questa esigenza?

«Perché viviamo in un tempo in cui la bellezza è spesso ridotta ad apparenza, a consumo rapido e sento il bisogno di restituirle profondità. La bellezza autentica non grida, non si vende facilmente, non è artificiosa ma è silenziosa, armonica, spirituale. L’arte può e deve aiutare a recuperare questa dimensione, soprattutto in questo periodo storico».

Un evento difficile nella sua vita ha segnato profondamente anche il suo cammino artistico e spirituale. In che modo?

«È stato uno spartiacque. Un evento casuale, doloroso, che avrebbe potuto allontanarmi definitivamente dai sogni infantili. Invece mi ha condotto verso una dimensione diversa, più profonda. Ho iniziato un percorso di riflessione, di fede, di devozione. Non parlo di religiosità ostentata, ma di una spiritualità interiorizzata, che inevitabilmente si è riversata nella mia arte». 

Penso in particolare alle opere dedicate a San Francesco di Paola. Cosa rappresentano per lei?

«Francesco di Paola non è solo il Santo Patrono della Calabria, ma una figura universale di umiltà, forza spirituale e silenzio operoso. Le mie opere su di lui non sono copie né celebrazioni didascaliche, ma reinterpretazioni personali, intime. È un dialogo tra la sua vita e la mia interiorità».

La sua critica al mondo dell’immagine contemporanea è molto netta, perché?

«Sì, perché oggi l’immagine è spesso schiava del mercato. Non rimanda più a un significato, ma a un prezzo. È una perdita enorme. Nell’arte classica l’apparire era espressione dell’essere; oggi spesso è solo superficie. Io cerco di restituire all’immagine una funzione simbolica, spirituale».

È ideatore del Premio Galarte – Eccellenze Calabresi, da 27 anni punto di riferimento culturale. Cosa rappresenta per lei?

«È uno dei progetti a cui sono più legato. Premiare le eccellenze significa dare valore alle persone, alle storie, all’impegno umano e professionale della nostra terra. La Calabria ha bisogno di riconoscersi nella bellezza e nel merito e Galarte è un modo per dire “grazie” a chi, con il proprio lavoro e la propria etica, la rende migliore. Oggi è una grande famiglia che cresce ogni anno».

È stato nominato Ambasciatore del sorriso “Gogol”. Si riconosce in questo ruolo?

«Sì, perché credo che la cultura debba generare gioia, non élite chiuse. Se attraverso l’arte riesco a portare un sorriso, una riflessione, un momento di bellezza, allora il mio lavoro ha senso». 

Recentemente ha esposto a San Gregorio Armeno con presepi molto originali. Che dialogo c’è fra tradizione e innovazione in queste opere?

«San Gregorio Armeno è un luogo simbolo della tradizione, ma ho sentito il bisogno di raccontare il presepe in modo diverso. Ogni presepe era composto da più dipinti, ognuno dedicato a un personaggio specifico, come se ogni figura avesse una propria anima, una storia da raccontare. È stato un modo per rispettare la tradizione ma allo stesso tempo rileggerla con il mio linguaggio, più intimo e contemporaneo». 

 

Nello stesso periodo, ha portato a Grimaldi “Le Madonne del territorio”, un progetto che accompagna la sua ricerca artistica dal 2001. Cosa rappresenta per lei questa mostra itinerante?

«È uno dei progetti a cui sono più legato. “Le Madonne del territorio” non sono solo immagini sacre, ma simboli identitari, presenze vive nelle comunità. Portare questa mostra nei comuni della provincia di Cosenza significa creare un dialogo tra arte, fede, memoria collettiva. Ogni volta la arricchisco di nuovi lavori, perché è un progetto vivo, che cresce insieme a me e ai luoghi che lo accolgono».

Un elemento distintivo delle sue opere è la tecnica: acquerelli su carta non assorbente, realizzati con il cotone. Come è nata questa scelta così particolare?

«Quasi per istinto, sperimentando. Il cotone che scivola sul disegno a matita mi permette di ottenere effetti morbidi, delicati, quasi sospesi nel tempo. Molti mi dicono che ricordano un affresco in fase di restauro, e questa cosa mi affascina molto perché è come se l’immagine stesse emergendo lentamente, rivelandosi poco alla volta».

Anche la scelta dei materiali racconta molto di lei: cartone riciclato, materiali di recupero. Che valore ha per lei questa ricerca?

«Un valore etico prima ancora che estetico. Da anni porto avanti una riflessione sul riuso e sulla sostenibilità. Tra il 2008 e il 2009, all’Unical ho presentato una mostra interamente realizzata con materiali di recupero. Per me l’arte deve anche educare allo sguardo, alla responsabilità, alla capacità di vedere bellezza dove apparentemente non c’è». 

Nella sua carriera ha anche reinterpretato opere famose del ‘400 e del ‘500. Cosa la affascina del dialogo con i grandi maestri del passato?

«Il confronto. Non si tratta mai di imitazione, ma di ascolto profondo. Riproporre opere celebri significa entrare in dialogo con chi ci ha preceduto, coglierne lo spirito e restituirlo attraverso una sensibilità diversa, la mia. È un esercizio di umiltà e di studio continuo. Tra queste opere c’è anche la mia reinterpretazione della Gioconda, esposta al Monna Lisa Museum di Lagonegro, luogo che, secondo una leggenda, sarebbe quello in cui Lisa Gherardini morì e fu sepolta. Accanto alle rivisitazioni dei grandi maestri del ‘400 e del ‘500 — come Raffaello, Lorenzo Lotto, il Perugino e Leonardo da Vinci — molto apprezzate sono anche le mie reinterpretazioni dei grandi classici della letteratura, come Odissea, Iliade ed Eneide. Queste ultime sono state realizzate con l’intento di avvicinare i più giovani al patrimonio culturale e sono pensate per essere portate ed esposte anche all’interno delle scuole».

Oltre alle arti visive, promuove anche la poesia. È il caso del concorso Calliope, nella sua versione per le scuole (una tra tutte il liceo Bernardino Telesio di Cosenza). Perché è importante coinvolgere i giovani?

«I giovani sono il futuro, ma soprattutto sono il presente. La poesia è uno strumento potentissimo per conoscersi, per dare voce alle emozioni. Con il Premio Calliope, che quest’anno giunge alla XXVII edizione, cerco di offrire uno spazio di ascolto e di espressione, perché credo che la cultura debba partire dalle scuole e crescere insieme ai ragazzi».

Cosa desidera ancora esplorare come artista e come uomo?

«Desidero continuare a cercare, senza mai sentirmi arrivato. Finché c’è stupore, c’è arte. Finché c’è ascolto interiore, c’è vita. L’arte, per me, resta un cammino, non una meta».

 

ANTONIETTA MALITO
Author: ANTONIETTA MALITO
Biografia:
Antonietta Malito, giornalista e scrittrice, si è laureata in Scienze Economiche e Sociali presso l’Università della Calabria, dove ha conseguito anche un Master in Management Pubblico. Coltiva, sin da bambina, una profonda passione per la scrittura, che l'ha portata a costruire un percorso professionale ricco e variegato nel mondo del giornalismo e della cultura. Direttore responsabile di Diario Pontino - Magazine di Latina, collabora stabilmente con La Voce del Savuto, di cui è stata direttore, e con La Voce agli italiani. È coordinatrice nazionale del Centro Studi "Atlantide" per le Arti e la Letteratura. Ha scritto per le testate giornalistiche: Edizione della Sera, La Provincia Cosentina, Calabria Ora, Calabria.Live (dove ha curato la rubrica domenicale “Nextelling”), il periodico Grimaldi 2000, la rivista internazionale MedAtlantic, il magazine di moda Life & People, il giornale online Italiani.it (la rete globale degli italiani nel mondo), e per i portali internazionali Malta.it, Parigi.it, Madrid.it, Toronto.it. Ha diretto la rivista culturale Tracce di un tempo. Opere pubblicate: Grimaldi, viaggio nel 2008; Grimaldi, I tesori del borgo smeraldo (vol. I); Trasparente, pensieri e poesie (Atlantide Edizioni); Fino all’alba (Bertoni Editore). Opere in coautoria: Savuto, sprazzi di folclore; Riti e tradizioni della Settimana Santa nel Savuto; Lungo le vie del tempo (Atlantide Edizioni). Ha ricevuto numerosi riconoscimenti per il suo impegno culturale e giornalistico, tra cui il Premio Sabatum 2006 per il Giornalismo e il Premio Autori Italiani. Oltre alla scrittura, coltiva con passione anche la fotografia, l’arte, la natura e l’amore per gli animali.


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