di Antonietta Malito
C’era un tempo in cui le mani delle donne narravano storie silenziose, intrecciando fili e tramandando tradizioni.
Un tempo in cui, nei pomeriggi d’estate, paesi come i nostri si riempivano del ticchettio lieve dei ferri da maglia, del ritmo paziente dell’uncinetto, del profumo delle ore lente.
Sedute sugli scalini degli usci, all’ombra di una giornata qualunque, le donne più anziane intessevano trame che andavano ben oltre il semplice gesto del ricamare. Erano custodi di un sapere antico, ereditato da madri, zie e nonne. Non era solo un passatempo, ma un rito quotidiano, un gesto d’amore, un modo per lasciare un’impronta nel tempo. Chi era bambina allora – e forse oggi guarda con nostalgia quelle immagini sfocate ma nitide nel cuore – si fermava ad osservare con occhi curiosi.

C’era meraviglia nei gesti precisi, nei centrini che prendevano forma come per magia, nei merletti che sembravano impossibili da riprodurre. Le mani esperte lavoravano con dedizione, e ogni punto era una carezza, un frammento di tempo donato. A undici anni, decisi di chiedere a una “zia”, vicina di casa, di insegnarmi l'arte dell’uncinetto. E lei, che aveva già intuito quell’interesse tenero e profondo, acconsentì subito. Nacque così un centrino semplice, forse ordinario agli occhi di chi non sa, ma per me fu una conquista luminosa, un piccolo capolavoro da conservare ancora oggi, come reliquia dell’infanzia e del legame umano.
Erano gli anni in cui i corredi delle future spose venivano confezionati a mano, ricamati nei lunghi inverni, pensati con amore e pazienza. Oggi, cosa resta di tutto questo?
Le mani si muovono rapide su schermi luminosi, gli usci delle case restano chiusi, le scale vuote. L’arte del ricamo, della maglia, dell’uncinetto è diventata un’eccezione, una nicchia coltivata da poche appassionate o riscoperta con stupore in corsi, fiere e laboratori. Tuttavia, quella memoria sopravvive, nei cassetti dei vecchi comò, nei centrini ingialliti che profumano di passato, nei racconti di chi –come me – si fermava a guardare e poi provava a imitare. Sopravvive nei piccoli manufatti conservati come tesori, non tanto per il valore estetico, ma per ciò che rappresentano: un tempo lento, un sapere condiviso, un mondo fatto di gesti semplici ma profondi.
Forse è arrivato il momento di riscoprirlo, quel mondo. Non per sterile nostalgia, ma per ritrovare un senso di continuità, un legame tra generazioni. Perché in ogni punto cucito a mano c’è una storia, e ogni storia merita di essere raccontata, ricordata, tramandata.










