di Antonietta Malito
Attraversare oggi un centro storico in uno dei tanti paesi dell’entroterra è un’esperienza che ha il sapore dolceamaro del tempo. Le strade acciottolate sono silenziose, i balconi chiusi, i muri scrostati raccontano storie che pochi hanno ancora voglia di ascoltare. Eppure, basta abbassare lo sguardo, rallentare il passo e soffermarsi su quei piccoli varchi nel cuore delle case antiche: i catoji.
Sono lì, al piano terra, quasi mimetizzati con la pietra, con le loro porticine in legno consumato. Ogni porta è diversa, come fosse stata fatta su misura per un’esigenza precisa, per un animale specifico, per una famiglia particolare. Alcune sono alte appena un metro, altre mostrano segni di aperture doppie, una mezza anta sopra, una sotto, come finestrelle sbarrate da cui un tempo sporgeva il muso curioso di un asino o il becco impaziente di una galina.

Questi catoji, in passato cuore pulsante della vita rurale, oggi sembrano bocche mute, che non parlano più. Eppure, basta fermarsi a guardarli con attenzione per immaginare cosa avessero custodito: muli pazienti che tornavano stanchi dal lavoro nei campi, con la soma ancora legata al dorso, o fascine di legna accatastate per affrontare i rigidi inverni di montagna. In quegli spazi angusti, bui e mai davvero curati, si svolgeva una parte essenziale della vita quotidiana. Lì si accudivano gli animali da cui dipendeva il sostentamento della famiglia, lì si teneva ciò che era prezioso e utile, anche se non bello da vedere.
Fino agli anni ’80 – non troppo tempo fa – qualche catojio era ancora abitato. Ricordo, da bambina, un asinello che sporgeva il muso da una di quelle porticine socchiuse per osservare il passaggio lento delle giornate. Era quasi un guardiano del tempo.
Oggi, invece, quei catoji sono vuoti. Le porte pendono dai cardini, gonfie d’umidità, segnate dal sole e dalla pioggia. Alcune sono inchiodate, altre si aprono su stanze invase dalla polvere, ragnatele, silenzio. Ma c’è qualcosa, in quelle aperture, che continua a colpire. Forse la loro forma, sempre diversa, o forse il fatto che sembrano fatte apposta per contenere ricordi, più che oggetti.

I catoji non erano solo depositi o stalle, ma parte integrante della vita, parte viva dell’architettura e della memoria. Ora che i centri storici si sono svuotati, e le case – dalle più umili alle più nobili – restano chiuse, anche loro sono rimasti indietro, testimoni dimenticati di un passato che sembra non voler tornare.
Eppure, camminando tra queste vie silenziose, qualcosa si muove dentro. Forse è nostalgia, forse è solo rispetto. O forse è la sensazione che ogni catojio, con la sua piccola porta di legno, sia una soglia tra il presente e ciò che eravamo. Un invito a non dimenticare che prima del cemento, del traffico e della frenesia, c’era una vita semplice, fatta di gesti antichi, di lentezza, di animali e uomini che condividevano lo stesso tetto.
Chissà se un giorno qualcuno li riaprirà, questi piccoli scrigni del quotidiano. Ma oggi, mentre cammino e li osservo in silenzio, sento che non sono del tutto spenti. Forse, basta solo ascoltarli.









