di Antonietta Malito

Nicola Scanga è un artista che non si lascia definire da un solo linguaggio: pittore, fotografo, scrittore, studioso, docente, ma soprattutto uomo in costante ascolto del mondo e delle sue tracce. Nato a Lago (Cosenza) nel 1955, ha intrapreso un percorso interamente votato all’arte, dagli studi al Liceo Artistico di Salerno, all’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove ha avuto la fortuna di formarsi con maestri come Armando De Stefano e Mimmo Jodice. Pittura e fotografia, da sempre intrecciate nel suo sguardo, hanno segnato una vita di ricerca, visiva ed emotiva, tanto nella pratica quanto nell’insegnamento, che ha svolto con passione per oltre trent’anni nella provincia di Brescia.

La sua mostra "Finestre", che sarà inaugurata l’11 agosto alle ore 20 in Largo SS. Annunziata a Lago, è il frutto maturo di questo lungo cammino. Venti fotografie e un video con oltre sessanta immagini diventano un atto di ritorno e, allo stesso tempo, di apertura. Un omaggio al paese natale, osservato dai campanili come punti privilegiati dell’anima e della memoria, la mostra è uno sguardo che attraversa lo spazio, ma anche il tempo. Le immagini non sono solo vedute, ma brecce, soglie, tentativi di custodire ciò che scivola via, di interrogare ciò che resta. 

Scanga si definisce un nomade, una “pianta in vaso”, ma è proprio questa instabilità a generare la sua forza poetica. Ogni scatto è impregnato di luce e silenzio, ogni cornice, costruita artigianalmente in legno, è un contenitore di visioni, che al tempo stesso stringe e valorizza. Il suo lavoro è un dialogo tra fotografia, pittura, scrittura e indagine archeologica, che si intrecciano in un’unica tensione verso la conoscenza, la memoria, la bellezza discreta dei luoghi e dei segni. 

In "Finestre", l'artista si affaccia e ci invita ad affacciarci con lui, sul paesaggio, sulla storia, ma anche dentro noi stessi, come ci racconta in questa intervista.

Scanga, il titolo “Finestre” suggerisce uno sguardo verso l’esterno, ma forse anche verso l’interno. Cosa sono davvero queste “finestre” per lei?

«Un inciso: la curiosità è ciò che mi contraddistingue da sempre, la mia vera finestra sul mondo. La finestra, fisicamente, è un luogo che circoscrive, ma al tempo stesso allarga la visione. Basta spalancarne le ante, “affacciarsi”, ed è subito il luogo che consente di uscire, ma al contempo lascia entrare. Come può essere la tendina di un otturatore di una macchina fotografica. Acconsente di fissare la luce, fermare lo scatto, creare il fotogramma».

Cosa rappresenta questa mostra?

«Le circa venti foto della mostra, e le sessanta del video che la accompagnano, vogliono essere un omaggio al mio paese, sono un affacciarsi, una apertura, ma anche una breccia. Sono diverse le vedute sul panorama riprese dalle finestre del campanile della chiesa dell’Annunziata, sguardi su una Lago meno nota alla visione. Paese dove ho vissuto poco, sempre tentato dall’andar via, nella smania di libertà che attanaglia ogni giovane».

Ha scelto chiese e campanili come soggetti: che tipo di dialogo ha voluto instaurare con questi simboli verticali del sacro e del tempo?

«I campanili e le chiese sono le vere testimonianze storiche di Lago. Nelle chiese e nei campanili sono conservati i ricordi, la storia. Il campanile è il punto di ritrovo, mancando Lago di torri e di castelli, è il luogo preciso, focale dell'identità. Personalmente, mi reputo un nomade, pianta in vaso, facile da spostare, che solo ultimamente sta consolidando radici. Adesso, di ritorno, giro per Lago nella voglia di scrutarla. Trovo i gargoyles, lontano da Notre Dame, vicoli mai percorsi. Sì, alla fine, i campanili, cangianti alle condizioni del sole, sono il simbolo sacro dell'identità. Il riconoscersi. Il poterci rimanere all’ombra».

Le cornici a cassonetto che ha realizzato fanno parte integrante dell’opera. In che modo la materia che le compone e la loro forma, dialogano con le immagini che contengono?

«Il cassonetto, legno massello trattato con bianco, nelle sue imperfezioni, trattandosi di lavoro artigianale, contiene la veduta, la stringe, la costringe, la abbraccia. Per certi aspetti la limita. Ma, allo stesso tempo, ne accentua l'interesse, lo focalizza, lo valorizza. Costringe il visitatore a chiedersi cosa ci sia intorno. Alcune delle cornici esposte presentano una sovrastruttura pittorica, per alcuni versi potrebbe apparire elemento di disturbo, ma, anche per questo, si pone l'obbligo a chiedersi cosa ci sarà intorno».

La sua formazione è pittorica, ma la sua fotografia sembra non rinunciare mai a un senso di composizione “disegnata”. Che influenza ha la pittura sul suo sguardo fotografico?

«La mia fotografia è influenzata senz’altro dal “vedere” pittorico. Soprattutto nei tagli compositivi, con riprese effettuate da lontano utilizzando anche un super tele, il 400 mm, o da pochi centimetri (fisheye) creando vistose deformazioni prospettiche, che aiutano nella visione complessiva di ogni elemento, nei cromatismi, anche quando colore non c'è, nel prezioso, essenziale, bianco e nero. La base di tutto, comunque è la luce, essa è, infatti, l’elemento compositivo sostanziale, per la sua incidenza, per il suo modellare, per la descrizione che essa fa, e perché possa esistere la fotografia in primis, ma anche ogni altra forma di arte visuale».

Ha vissuto momenti di allontanamento dalla pittura e momenti di “furia” fotografica. Cosa succede dentro di lei quando l’arte chiama con forza?

«A fasi alterne, ma sostanzialmente non mi sono mai allontanato dalla fotografia, essa è stata sempre una costante nella mia vita (dal 1973). Viceversa, la scrittura ha avuto dei mancamenti, delle assenze, a volte prolungate. Ancora diverso con la pittura, che benché avverta spesso dei forti richiami, ho smesso di esprimermi con essa nel 2002. Purtroppo, mio malgrado, non mi riconosco più la forza espressiva degli anni 70/80, tempi di una pittura dai tratti fortemente espressivi, nella quale mi riconoscevo pienamente, soprattutto nella scelta di colori primari in contrasto tra di loro».

Nel suo percorso ha intrecciato arte visiva, insegnamento e ricerca archeologica. Come dialogano oggi queste anime in lei?

«Sono situazioni che hanno viaggiato sempre in sinergia. Il confronto, soprattutto con i giovani, è stato fondamentale. Ti spinge, ti esalta, ti costringe, ti impone il ruolo di leader. Ogni esposizione è una sfida, ogni documentazione che si acquisisce è testimonianza del “fare”. Il bisogno di sentirsi custodi, osservatori discreti, di tutti i beni, delle bellezze, non solo artistiche che ci circondano. Un transitare accanto a esse con passo leggero. E tra queste bellezze cade la scelta di realizzare l’esposizione, nella piazzetta della Santissima Annunziata, un luogo che richiama il silenzio intimo delle fotografie stesse».

Molte delle sue fotografie sembrano custodire non solo luoghi, ma anche memorie. Cosa cerca nei paesaggi che sceglie di ritrarre?

«La fotografia è memoria. Viene definita così anche dalle nuove tecnologie. Mia madre ne è stata una strenua sostenitrice. Ha conservato i ricordi di una vita. Io mi sono ritrovato sempre sulla sua scia. La fotografia è testimonianza del come eravamo, del cambiamento dei luoghi, del variare delle stagioni. È nata, nella sostanza, per soppiantare il lavoro più oneroso dei pittori ritrattisti. Tutto quello che fotografo, per me, è emozione. Le fotografie dovrebbero custodire lo stato emozionale di chi si approccia allo scatto. In quel momento. Sono emozioni che tuttavia, non sempre, vengono riconosciute dal percettore. Ma è così anche per la scrittura, per la pittura, per l’arte in generale, tutte opere che si rendono elementi fallaci in questo senso. E risulta anche vero, che l'arte non è così universale come si tende a far credere, ritengo, infatti, che sia stata sempre una condizione di nicchia, influenzata da sempre dal mercato».

Lago è una costante nel suo lavoro. In che modo la influenza o la guida?

«Lago è il luogo dove sono nato e della mia prima infanzia, fino a 11 anni, dove ho vissuto successivamente per brevi periodi, e dove vivo adesso, da pensionato. Conservo ricordi, pochi amici delle elementari, non riesco ad esprimermi in dialetto. Come ho scritto in altre righe mi ritengo un nomade: Cosenza, Salerno, Napoli, Brescia, numerosi brevi periodi di lavoro estivo in Germania con il desiderio di volervi rimanere, più numerosi viaggi. Solo adesso mi sto riconoscendo stanziale. “Radici”, per me, non è solo il titolo di una canzone. Francesco Guccini, le sue note, i suoi testi, sono stati compagni della mia vita. “L'albero e io”, altro suo testo, è il prologo al mio saggio sulla sepoltura».

Ha scritto molto, ma spesso in modo discreto. Che rapporto c'è tra scrittura e fotografia nella sua vita?

«Provo molta soddisfazione nel riguardare le 11 copertine dei miei libri. Nel frugare tra i milioni di scatti accumulati, tantissimi “razziati” per musei, tra luoghi archeologici. Tutto finalizzato alla pura documentazione. Fotografia e scrittura per me viaggiano insieme, “Vento”, “L’albero”, “Incontri”, “Narrazioni”, ne sono la prova limpida. Le 70 fotografie per “Incontri”, le 94 in “Narrazioni” non sono integrazioni, sono complementari ai testi, si colmano, senza aggiungere, senza togliere. Oltre 350 le fotografie per il saggio “La sepoltura nella storia”. Le copertine sono state create da me, attraverso mie foto. Delle copertine, quella che amo di più, è senza dubbio, quella di “Stagioni”, una foto con il quadrante dell’orologio del campanile della Chiesa Madre di Savoca, un orologio con le ore segnate al contrario. Fermare il tempo, oppure deviarlo, facendolo girare all’indietro. Sogni di uomini lontani, comunque angosciati dal tempo che corre: Tempus fugit». 

 

 

ANTONIETTA MALITO
Author: ANTONIETTA MALITO
Biografia:
Antonietta Malito, giornalista e scrittrice, si è laureata in Scienze Economiche e Sociali presso l’Università della Calabria, dove ha conseguito anche un Master in Management Pubblico. Coltiva, sin da bambina, una profonda passione per la scrittura, che l'ha portata a costruire un percorso professionale ricco e variegato nel mondo del giornalismo e della cultura. Direttore responsabile di Diario Pontino - Magazine di Latina, collabora stabilmente con La Voce del Savuto, di cui è stata direttore, e con La Voce agli italiani. È coordinatrice nazionale del Centro Studi "Atlantide" per le Arti e la Letteratura. Ha scritto per le testate giornalistiche: Edizione della Sera, La Provincia Cosentina, Calabria Ora, Calabria.Live (dove ha curato la rubrica domenicale “Nextelling”), il periodico Grimaldi 2000, la rivista internazionale MedAtlantic, il magazine di moda Life & People, il giornale online Italiani.it (la rete globale degli italiani nel mondo), e per i portali internazionali Malta.it, Parigi.it, Madrid.it, Toronto.it. Ha diretto la rivista culturale Tracce di un tempo. Opere pubblicate: Grimaldi, viaggio nel 2008; Grimaldi, I tesori del borgo smeraldo (vol. I); Trasparente, pensieri e poesie (Atlantide Edizioni); Fino all’alba (Bertoni Editore). Opere in coautoria: Savuto, sprazzi di folclore; Riti e tradizioni della Settimana Santa nel Savuto; Lungo le vie del tempo (Atlantide Edizioni). Ha ricevuto numerosi riconoscimenti per il suo impegno culturale e giornalistico, tra cui il Premio Sabatum 2006 per il Giornalismo e il Premio Autori Italiani. Oltre alla scrittura, coltiva con passione anche la fotografia, l’arte, la natura e l’amore per gli animali.


Notizie

Premium Sabatum

Visitatori

1803429
OggiOggi2328
IeriIeri1867
Questa SettimanaQuesta Settimana10219
Questo MeseQuesto Mese19785
TotaliTotali1803429
Highest 03-03-2026 : 4960
2600:1f28:365:80b0:41d:4c79:9a62:c936
?
?
UNKNOWN

Photo Gallery (2)