di Antonietta Malito
Se n'è andato oggi, all’età di 94 anni, Giovanni Casimiro Guido. Un nome che, per molti, ha il sapore della terra bagnata dalla pioggia, del suono dei campanacci all’alba, dei sentieri battuti a piedi nudi tra gli ulivi e del respiro caldo degli animali accuditi come figli.
Giovanni non era solo un pastore. Era un frammento vivente di un tempo che non c’è più, un uomo semplice, con il cuore radicato nella terra e lo sguardo limpido di chi ha scelto la via dell’essenziale. Da qualche anno la malattia lo aveva costretto a letto, allontanandolo da quella campagna che era stata la sua casa, la sua vita. Ma chi ha avuto il privilegio di conoscerlo sa che la sua anima è rimasta sempre lì, in Località Ardani, dove coltivava con dedizione il suo pezzo di terra e accudiva il suo gregge come una famiglia allargata fatta di pecore, capre, agnelli, galline, un tacchino e la fedele Frida, la cagnetta che non lo lasciava mai solo. Lui, che tutti chiamavano con affetto "zio Giovanni", era un uomo minuto, dalla figura fragile, ma dalla tempra d’acciaio. La sua vita era fatta di gesti lenti e ripetuti, che si rincorrevano giorno dopo giorno in una ritualità semplice e sacra. Conosceva i ritmi della natura, sapeva leggere il cielo, ascoltare il vento, capire il silenzio degli animali. La sua giornata iniziava presto, con il sole o sotto la pioggia, sempre con lo stesso amore per la sua terra e i suoi “compagni di vita”.
Chi ha avuto la fortuna di incrociarlo, almeno una volta, non può dimenticare i suoi occhi chiari e lucidi, il sorriso gentile, le mani ruvide segnate dal lavoro e la schiena curva, piegata non dalla stanchezza, ma dall’umiltà. Lo si poteva vedere, ancora anni fa, al centro del suo campo, mentre chiamava a raccolta pecore e capre, che gli si disponevano attorno in cerchio, come incantate dalla sua voce. Era in quei momenti che Giovanni sembrava davvero felice, immerso in quel piccolo mondo che per lui era tutto.
Nel 2011, per i suoi 80 anni, raccontava con orgoglio la sua storia: nato ad Aiello Calabro, si era trasferito da giovane a Grimaldi con la moglie, scomparsa nel 2004, e lì aveva messo radici profonde. Cinque i figli nati da quell’unione: Graziella, Teresa, Maria Antonia, Franca e Luciano. E poi i nipoti, a cui ha trasmesso, senza bisogno di parole, il valore della dedizione, dell’onestà, dell’amore per le cose semplici. Uno dei suoi ricordi più teneri era legato a Ninnarella, la capretta che aveva partorito da poco con fatica, perdendo il cucciolo. Giovanni le aveva riservato un angolo tutto per sé, con la dolcezza di un padre premuroso: “Si riprenderà, presto tornerà con le altre”, diceva. Per lui, ogni animale aveva un nome, una storia, un’anima. "Senza il lavoro, sto male", ammetteva con sincerità. E non era un’esagerazione perché la terra, per lui, era medicina e destino. Non cercava riconoscimenti, non si vantava mai. Era uno di quegli uomini che passano in silenzio, ma che lasciano dietro di sé un solco profondo. I funerali si terranno domani, alle 17, nella chiesa madre di Grimaldi. Ad accompagnarlo ci saranno volti commossi, amici di una vita, e forse, nei pensieri di chi lo ha amato, anche il suono lieve di un campanaccio, il profumo della terra appena lavorata, lo sguardo affettuoso di una capretta che lo cerca.
Con la sua scomparsa se ne va un testimone silenzioso di un mondo che sa ancora parlare al cuore. Ma il suo esempio resterà. Nei campi, nei racconti, nei ricordi. E in ogni piccolo gesto fatto con amore.










