di Nicoletta Toselli
Paterno Calabro – Dopo dodici anni di silenzio, il presepe vivente è tornato ad attraversare Paterno Calabro nelle giornate del 27 dicembre e del 5 gennaio. Non come evento da annunciare, ma come racconto che prende forma lentamente, affidato ai luoghi e al loro tempo.
Un borgo nel borgo, nel cuore del centro storico, è diventato scena: è rimasto ciò che è. Archi cinquecenteschi, vicoli, piazzette, passaggi antichi, sulle orme di San Francesco di Paola, hanno accolto il cammino senza trasformarsi, restituendo una continuità rara. Il presepe non ha costruito un altrove: ha abitato il presente, lasciando emergere il passato senza ricostruirlo.

Le scene erano semplici, essenziali, autentiche. Ogni quadro appariva costruito con attenzione rigorosa al dettaglio, senza mai cedere all’eccesso. Una semplicità consapevole, capace di trasformare il poco in misura e il gesto quotidiano in racconto.
I lumini ad olio, luci del passato, il calore dei musici e i frati del Santuario accompagnavano il cammino con una tonalità calda e discreta. La luce non illuminava: suggeriva. Il paesaggio, già potente per conformazione e storia, veniva valorizzato senza essere forzato, diventando parte viva del presepe. Non uno sfondo, ma una presenza silenziosa. La stella cometa faceva sognare e scaldava il cuore.
Tra le immagini più significative, quella delle lavandaie alla cibbia. Una scena non consueta nel linguaggio dei presepi, ma profondamente radicata nella memoria del luogo. La cibbia, antica vasca di raccolta dell’acqua collocata lungo un sentiero che collegava diverse zone del paese, restituiva un frammento di vita quotidiana fatto di lavoro, attesa, relazione. Un luogo attraversato nei secoli, che la tradizione lega anche al passaggio di San Francesco di Paola verso il suo convento.
Solo più avanti, quasi senza essere annunciata, emergeva la presenza degli angioletti viventi. Bambini inseriti nelle scene con naturalezza, senza enfasi, come parte del paesaggio umano. La loro presenza non cercava simboli né spiegazioni: stava lì, dentro il racconto, con la stessa discrezione degli altri gesti.
L’affresco della Madonna del Latte, custodito alla Motta di Dipignano, veniva riproposto in uno dei laboratori sapientemente organizzato: sembra essere un filo comune che vuole legare Dipignano a Paterno in maniera indissolubile.
Accanto alla comunità di Paterno, si è registrata una presenza numerosa e partecipe di visitatori provenienti dai paesi limitrofi, che hanno attraversato il presepe con lo stesso passo lento, senza fretta, riconoscendo in quel cammino qualcosa che li riguardava. Un dato non secondario, che conferma la capacità dell’associazione Destinazione Jassa di costruire legami reali e di lavorare su una dimensione territoriale ampia, fondata sull’incontro e sulla condivisione, più che sull’evento in sé.
Il cammino trovava compimento nell’antica stalla, dove la Natività prendeva forma in una grotta naturale. Qui tutto si riduceva all’essenziale: una madre, un bambino, uno sguardo. Nessuna rappresentazione, nessuna retorica. Il presepe si fermava lì, lasciando che fosse il silenzio a concludere il racconto.
Il presepe vivente di Paterno Calabro, non ha voluto dimostrare nulla. Ha scelto di esserci. E in questa scelta ha trovato la sua forza più autentica.
Perché quando un paese abita i propri luoghi senza artifici, quando la memoria non viene messa in scena ma restituita, accade qualcosa di raro:
la bellezza smette di chiedere attenzione.
Parla.
E resta.










