AMANTEA - Al mio paese, tra le varie forme di superstizione, la più temuta è quella del malocchio o iettatura.
I più superstiziosi, per scaramanzia, non ricorrono ai noti gesti come: toccare ferro, portare amuleti, fare corna con due dita della mano, perché ritenuti inutili; ma si recano dal fidato fattucchiere, come l’ammalato dal medico.
Alla mia nonna materna, fu un’anziana sua compaesana, che le trasmise le formule necessarie per combattere il malocchio, e allontanare gli spiriti erranti.Questo, secondo una popolare tradizione, avvenne durante la notte della vigilia di Natale. Un’inviolabile regola, fatta osservare da alcuni praticanti imponeva al neo-fattucchiere - maschio o femmina che fosse-, di non iniziare l’attività prima della morte del proprio maestro, altrimenti, lo scongiuro non avrebbe fatto effetto.Questa usanza non faceva parte del regolamento; ma inventata da qualcuno che di questa attività viveva e perciò temeva concorrenze professionali. Fino a quando questa falsa regola non fu smascherata, c’era chi doveva aspettare anni e anni prima d’intraprendere la tanto attesa opera. La nonna aveva una ventina di anni quando fece il primo scongiuro.
Ad Amantea, oltre a lei, vi erano diversi fattucchieri, in gran parte donne, raramente qualche uomo.
Come ho già detto, c’era chi esercitava questa attività a scopo di lucro; invece, la nonna, lo faceva solo a fin di bene e senza alcun interesse. Non voleva essere pagata; e dietro le continue insistenze dei beneficiati, accettava compensi come zucchero, caffe, biscotti, non potendo rifiutare quest’ultimi, in quanto, lo scongiuro, non avrebbe dato buoni risultati.Come i compensi in danaro, anche quelli in natura erano un’altra regola inventata.
Come fattucchiera la nonna era molto conosciuta e apprezzata dai suoi compaesani, e godeva buona fama anche nei paesi circostanti.Riceveva in casa i suoi clienti due giorni la settimana: martedì e venerdì.A consultarla erano quasi sempre le donne; raramente si vedevano gli uomini, perché occupati a lavorare, ma soprattutto perché con la nonna avevano poca familiarità. Quindi, era la donna che portava alla nonna un oggetto o un indumento appartenente all’uomo, il quale doveva servire per lo scongiuro, che in questo modo si faceva in assenza di lui. A porte socchiuse, seduta vicino alla donna, la nonna iniziava lo scongiuro facendosi il segno della croce; poi, recitando le preghiere a fior di labbra, metteva una mano sul capo della donna, sul quale vi rimaneva per tutta la durata dello scongiuro e con l’altra, faceva dei segni di croce su quasi tutte le parti del corpo. D’un tratto, la bocca della nonna, all’approssimarsi del primo sbadiglio, si spalancava: ciò significava che il caso era scongiurabile.Durante lo scongiuro, anche la donna che vi era sottoposta, emetteva qualche sbadiglio. A volte, la nonna non poteva fare a meno di certe sue considerazioni su clienti poveri e colpiti dalla sventura. Un giorno ad una vedova disse: - Oh figlia mia, ci mancava pure questo, chi sarà stato! E poi, che cosa hai tu da far invidia, proprio non lo so; non sei ricca, il tuo povero marito è morto giovane lasciando tre figli piccoli, e se non lavori tu... chi li sostiene? Poi riprendeva a pregare e a sbadigliare. Quando ciò le veniva meno, lo scongiuro poteva ritenersi finito, e si passava allo “spumu”.
La nonna prendeva tre pizzichi di sale, tre foglie secche di ulivo benedette, tre pizzichi d’incenso e buttava il tutto sulle braci da cui si alzava un profumo gradevole che si spandeva per tutta la stanza; poi, con ambo le mani alzava il braciere fumante e lo girava attorno al corpo e sulla testa della donna. Dopo aver posato il braciere per terra, con un segno di croce chiudeva definitivamente lo scongiuro. Nel congedare la donna le consigliava di ripetere a casa lo “spumu” una volta al giorno e per tre giorni di seguito, raccomandando di gettarne i resti dove nessuno, in modo particolare la persona scongiurata, sarebbe passato, altrimenti, la formula rituale si sarebbe dovuta ripetere.Oltre allo “spumu”, la persona scongiurata doveva bagnarsi la faccia con acqua, sale, aceto, e farsi il segno della croce prima d’immergervi le mani. Però, non sempre lo scongiuro riusciva; ed anche dopo vari sforzi, alla nonna, le era impossibile sbadigliare, e le rimaneva un groppo in gola. Questa volta non si trattava di malocchio; ma aveva a che fare con qualcosa di più duro, che lei tante volte aveva allontanato e che ora si trovava inerme a combattere. Si trattava di una vittima di morte violenta, la cui anima cosiddetta vagante, una volta incarnatasi nell’uomo, gli provoca spossatezza,inquietudine e insonnia.La nonna, impotente a questo nuovo caso, indirizzava la donna da un suo collega più esperto di lei.Oltre alle persone scongiurava anche animali e cose varie. Alle bestie che da diversi giorni non mangiavano, o che non producevano latte, la nonna, dopo averne scongiurato i peli e le setole, faceva sì che gli stessi ritornassero alla normalità.
Il fatto che sto per narrare è un caso che ad Amantea suscitò un certo clamore, anche verso i più scettici. Un giorno andò dalla nonna una sua vicina di casa, - come al solito era una donna -, e le spiegò che suo marito, venditore ambulante, da poco tempo aveva comprato un nuovo camion e che dopo alcuni giorni di lavoro non si metteva più in moto. La donna aggiunse che erano stati chiamati quasi tutti i meccanici del paese, fra i quali, nessuno aveva saputo trovare il guasto alla macchina. Preoccupata, la donna continuò: - Zia Luisa mia, se il camion non si aggiusta come farà mio marito a lavorare? Poi pregò la nonna di recarsi a casa sua e tentare lo scongiuro al camion. Aiutata a salire sul predellino, la nonna prese posto nella cabina di guida, e con un segno di croce cominciò lo scongiuro. Di tanto in tanto il silenzio veniva interrotto da alterni sbadigli, poi, finito lo scongiuro, ad un cenno della nonna l’autista innestò la marcia e il camion finalmente partì.

Mi succede spesso, ora che il tempo sembra passare più rapidamente, di ritornare con la mente al mio paese e alla mia infanzia.
Come era diverso Dipignano in quella prima metà degli anni ‘50 e quanto fascino suscitava in me la tradizione di quell'artigianato del rame, che sopravviveva nei suoi ultimi rappresentanti, gli stagnini, i quali ancora giravano, di paese in paese, a riparare o a rinnovare paioli, catini, tegami, caccavi di rame, mentre ormai all'orizzonte si affacciava il sopravvento dell'alluminio prima e, quindi, della plastica.
Di lì a poco, i miei amici stagnini, salvo qualcuno che sarebbe passato a lavorare la latta, avrebbero abbandonato il proprio “antico” mestiere per imboccare, alcuni, la via del Lussemburgo, del Belgio e della Germania e altri quella delle Americhe, già da tanti affrontata nei primi anni del XX secolo, se non addirittura anche qualche decennio prima.
Eppure, l'artigianato del rame era stato un tempo un'attività fondamentale per Dipignano, per la sua popolazione e per la sua economia. Un'attività radicata profondamente nella tradizione del paese, definito addirittura “il paese dal cielo di rame”; un'attività che ha radici antichissime ed una storia ricca ed interessante, una storia in parte ancora da recuperare e da ricostruire. Quanto fascino e quanta saggezza nella storia, nella vita e nelle tradizioni dei calderai e dell'attività del rame. Una storia, una vita e delle tradizioni che affondano i propri passi in un passato molto lontano e che oggi rivivono in quella dimensione di tempo senza tempo, che è la memoria.
Ebbene, come e quando sono cominciate questa storia e questa attività, per Dipignano e per i dipignanesi? Le origini dell'artigianato del rame, a Dipignano, sono oscure, ma vanno senz'altro collocate molto indietro nel tempo.
Secondo Oreste Dito sarebbero stati gli Ebrei a portare questa forma d'artigianato a Dipignano. “Esso non è ricordato – egli scrive – come centro giudaico; ma, posto tra Paterno e Cosenza, è molto probabile che lo fosse stato, se si consideri che soltanto i Giudei potevano importare e conservare un'arte che fu una vera specialità per quel Casale. Anche nei nostri tempi – così continua il Dito – i calderai di Dipignano girano di paese in paese esercitando il loro mestiere; ciò che pure era un'altra caratteristica degli Ebrei” (1).
Se ciò fosse vero, l'attività del rame dovrebbe essere stata avviata in paese quando, per sfuggire ai Saraceni (975- 977), moltissimi cosentini, fra i quali c'erano degli Ebrei, lasciarono la città e ripararono in collina, nei vari casali. È un'ipotesi, ma a dire il vero, nella storia e nella tradizione di Dipignano non sembrano presenti tracce di un eventuale, anche solo temporaneo, insediamento ebraico. Interessante appare l'ipotesi di Pericle Maone (2) il quale, in un proprio lavoro sui calderai di Dipignano, fa leva sulle caratteristiche pastorizie di Dipignano per affermare che ciò lascia intendere una presenza artigianale locale subordinata, appunto, alle esigenze della pastorizia. Ed è al Maone che si deve l'idea d'una forma artigianale, giunta con tutti i propri principi tecnici dall'antica città di Temesa, dove appunto si lavorava il rame. “Potrebbe darsi – dice il Maone – che qualche nucleo di quegli antichi artigiani, risalendo la via Popilia, la quale attraverso la Valle del Savuto portava a Cosenza, abbia fissato nuova dimora nei pressi di questa città, trasmettendo ai posteri la sua particolare abilità nel trattare il rame” (3).
Anche questa è una ipotesi, ma è bene partire dall'idea e dall'ipotesi di P. Maone “per affermare che l'attività calderaia nacque in Dipignano per soddisfare le esigenze della pastorizia dipignanese e le richieste di vasi e caccavi per il latte ed il formaggio, prodotti dai contadini nel Casale” (4).
Ipotesi a parte, resta tuttavia il fatto che le origini di questa forma artigianale sono da porre in un passato molto lontano. Eppure, di questo illustre e interessante artigianato, oggi, rimane solo la memoria, unitamente ad antichi oggetti di rame e ad un gergo, l'ammasc-cante, inventato ed usato esclusivamente dai calderai di Dipignano.
In passato, l'artigianato del rame ha avuto momenti di grande splendore e di grande peso nell'economia delle famiglie del paese. Tutto, in fondo, dipendeva dalle entrate della lavorazione del rame e tutto era legato al danaro che mettevano in circolazione calderai e ramai, i quali ebbero il proprio periodo più florido nel corso del XVIII secolo.
“Le cose – ho avuto modo di scrivere molti anni fa – andavano veramente bene. Le famiglie calderaie vivevano sparse nelle varie frazioni … conducendo una vita abbastanza comoda, per quei tempi. I più grossi mastri ramari della prima metà del secolo furono Bernardo Serra e Francesco Marino. Il fatto che entrambi avessero precettori per i figli, è indice del benessere raggiunto dal paese” (5).
A dire il vero, già parecchio tempo prima, qualche famiglia calderaia si era preoccupata degli studi dei propri figli ed aveva cercato di tentare il passaggio alle cosiddette professioni “nobili”. Lo attesta un documento citato da O. Dito (6), un documento col quale “si dava licenza a certa donna Cusina, figlia di Filippo di Pastino, calderaio di Dipignano, di esplicare in Cosenza la professione di chirurgia” (7). Nell'Ottocento, l'artigianato cominciò gradualmente a rivelare i primi segni di crisi. A metà secolo, un certo Antonio Mele aveva provato ad aprire, nel punto in cui inizia la salita che da Cosenza conduce a Laurignano (forse la zona chiamata oggi “Molino Irto”), una fabbrica in cui “si batteva e si fondeva il rame”. La vita dell'azienda, però, fu breve, solo quattro anni. Continuavano ad operare, in Dipignano, anche se ancora per poco, solo le Fonderie di via Capocasale, dove si lavoravano preziosi prodotti ed ottime campane. E restavano altresì qualche bottega ed uno stuolo di calderai e di stagnini che continuavano ad andare in giro per i paesi della provincia cosentina.
Agli inizi del XX secolo, crisi ed emigrazione, tuttavia, la fecero da padroni e lentamente l'artigianato del rame imboccò il viale del tramonto. Sopravvivevano, come ultimi rappresentanti d'un artigianato “millenario”, qualche calderaio ed alcuni stagnini.
Torna grato ricordare, fra i calderai, mastro Vittorio Fiorino, artigiano ed artista del rame, bravissimo nel lavorarlo anche secondo le linee e lo stile della scultura e secondo la tecnica dello sbalzo. Presto anche l'ultima generazione avrebbe lasciato ed avrebbe attaccato i “ferri del mestiere” al classico chiodo.
Il successo dell'alluminio e l'affermazione della plastica, unitamente ad un insieme di eventi economici e storici che di certo non favorirono l'artigianato del rame e non aiutarono, ammesso che qualcuno volesse ancora provarci, la trasformazione dell'artigianato del rame in una moderna attività industriale o aziendale.
Oggi, l'artigianato del rame ed il mondo dei ramai sono solo un ricordo, bello ed interessante, ma solo un ricordo cui torno volentieri con la mente e, talora, con la fantasia, magari ripercorrendo quegli antichi luoghi delle botteghe calderaie in cui si sono temprati ed hanno lavorato a lungo i miei antenati. A quei luoghi torno, spesso, come ad un mondo e ad un passato smarriti nel tempo, ma vivi nel cuore; a quel mondo e a quel passato sono ritornato e ritorno, oggi, con queste pagine, come ad un patrimonio che non c'è più, ma che mi appartiene ancora.
NOTE
•Cfr. O. Dito, La Storia Calabrese e la dimora degli Ebrei in Calabria dal secolo V alla seconda metà del secolo XVI (Nuovo contributo per la storia della Questione Meridionale) Ed. Cappelli 1916, p. 127, citato anche in E. M. Gallo, Gli Ultimi Calderai (Storia e leggenda dell'artigianato dipignanese), Tip. Mario Tocci Cosenza s.d., p. 14.
•Cfr. P. Maone, I Calderai di Dipignano, Ed. Casa del Libro, dott. Gustavo Brenner Cosenza 1963, pp. 27- 28 citato anche in E. M. Gallo, op. cit. pp. 15- 16.
•Cfr. P. Maone, op. cit. p. 29, citato anche in E. M. Gallo, op. cit. p. 16.
•Cfr. E. M. Gallo, op. cit. p. 17.
•Cfr. E. M. Gallo, op. cit. pp. 37- 38.
•Cfr. O. Dito, op. cit. p. 202.
•Cfr. E. M. Gallo, op. cit. p. 21.
BIBLIOGRAFIA
•O. Dito, La Storia Calabrese e la dimora degli Ebrei in Calabria dal secolo V alla seconda metà del secolo XVI (Nuovo contributo per la storia della Questione Meridionale) Ed. Cappelli 1916.
•E. M. Gallo Gli Ultimi Calderai (Storia e leggenda dell'artigianato dipignanese), Tip. Mario Tocci Cosenza s.d.
•P. Maone, I Calderai di Dipignano, Ed. Casa del Libro, dott. Gustavo Brenner Cosenza 1963.

Il termine ninna nanna appartiene ad un genere di cantilene intonate dalle mamme per far addormentare i loro bambini. La ninna nanna è un componimento breve, di vario metro, perlopiù concettualmente povero e privo di nessi logici; il ritmo è ripetitivo e cadenzato, quasi ad accompagnare il moto della culla. Per quanto di uso universale, essa varia da popolo a popolo e da grado a grado di cultura. Presso i primitivi consisteva nella ripetizione di poche frasi, e si confondeva con i canti o carmi che si recitavano per alleviare i dolori del piccino e per allontanare i demoni dalla culla; presso i popoli civili prendeva talvolta vita e sostanza di poesia. Nelle famiglie povere, il contenuto della ninna nanna era caratterizzato dall’augurio insistente della madre al proprio figlio per un destino favorevole, augurio, questo, causato dalle misere condizioni di vita in cui si trovava la famiglia. Sono queste le ninne nanne che, con ritmo equilibrato, dolce e prolungato, accompagnavano il lento dondolare del lettino fino a quando gli occhi del piccolo si chiudevano al sonno. Nella semplicità dei versi, le madri calabresi invocavano i Santi e la Madonna affinché il bimbo crescesse con la grazia divina.

In passato c’erano due forme tradizionali di culla: la “naca” e la culla a dondolo. Nelle famiglie più povere, il bambino veniva abituato a dormire nella “naca”: un tipo di culla appesa al soffitto, costituita da un pezzo di stoffa le cui estremità erano legate ad una corda, annodata, a sua volta, agli angoli dei muri della camera da letto. La “naca” era collegata da un lato ad una cordicella che la madre si portava appresso e che poteva muovere mentre svolgeva le faccende domestiche. Al primo vagito del bimbo la mamma tirava la cordicella e il piccolo, grazie al dondolio, si calmava e riprendeva a dormire. Essa veniva posta all’estremità del letto dei genitori oppure si appendeva ad una trave del soffitto, sul letto stesso. Era detta anche “naca a volu”, ovvero culla a volo, o “naca a vientu”, perché sospesa dalle corde a due pareti della stanza. In alcuni casi, la “naca” era una cesta di vimini, al cui interno veniva posta una piccola coperta sulla quale si adagiava il bambino, che, legata alle due estremità con una corda, veniva annodata con molta attenzione a due ganci collocati alle travi del soffitto, in altri, invece, era composta da quattro tavole in noce, inchiodate tra loro e appoggiate su due sgabelli.

  “Cumpunuti i nove misi” si aspettava con ansia e trepidazione il momento del parto. Nei giorni che precedevano il lieto evento si preparava l’occorrente necessario e si ripuliva accuratamente la casa, soprattutto la camera da letto.

Ai lamenti ed alle grida della donna presa dalle doglie, i primi ad accorrere erano i vicini di casa e le comari “lassa focu ardente e fujia duve ‘a partorente”, poi la “vammana”, una donna pratica e di provata esperienza che con molta cura e fare garbato assisteva la gestante prima e durante la gravidan­za: “Ella prescrive a chi vuole ingravidarsi, i semi del faggio; ed alle giovani spose, che bramano un maschio, di inginocchiarsi andando la prima volta a messa, rimpetto al corno destro dell’altare”. Solitamente si preferiva il parto diurno a quello notturno più per motivi di ordine pratico che per motivi riguardanti la superstizione: di giorno tutto poteva avvenire con più tranquillità in quanto gli uomini erano al lavoro ed i bambini fuori casa, mentre di notte si dormiva tutti nella stessa camera ed al momento del parto bisognava far sgomberare l’ambiente rendendo difficile lo spostamen­to, soprattutto nelle fredde e gelide notti invernali. Per quel che riguarda la superstizione, la notte non è propizia al parto, “nascita de jurnu furtuna diritta, nascita de notte furtuna alla storta”. Nel volgo infatti è credenza generale che la notte abbia una certa influenza malefica poiché essa appartiene agli spiriti, alle ombre, alle “magare”.

Anche per la nascita esistono giorni fortunati e sfortunati: “Chi nasce il gior­no di tutti i Santi sarà sfortunato e soffrirà in vita come hanno sofferto i martiri. Chi nasce di venerdì sarà immune dal malocchio e dalle fatture”. In altri luoghi chi nasce di venerdì sarà sfortunato e disgraziato, ed ancora, chi nasce di sabato o di domenica sarà spensierato, mentre chi nasce la notte di Natale sarà epilettico o addirittura licantropo. Sarà pazzo chi nascerà nel mese di marzo (ritenuto il mese dei pazzi), sarà fortunato chi nascerà in un anno pari e sfortunato chi nascerà in un anno dispari, sarà invece disgraziato chi nascerà in un anno bisestile.

Durante “u travagliu” le comari assistevano la partoriente, la confortavano, la tranquillizzavano, mentre una di esse le asciugava il sudore con un panno di lino e qualche altra metteva sul fuoco dell’acqua che sarebbe servita a lavare la donna ed il bambino. Quando il parto presentava delle complicanze si facevano scongiuri e preghiere invocando la Santa protettrice (Santa Liberata, S. Anna). Durante la gravidanza le donne calabresi ricorrevano a forme devozionali: preghiere, promesse votive, al fine di facilitare il parto e con la speranza che il bimbo potesse crescere sano e forte. Nel circondano della valle del Savuto, le donne si rivolgono a Santa Liberata, ed ancora oggi, come un tempo, è possibile vedere, lungo la strada che porta al Santuario, delle donne scalze ed in stato interessante adempiere alla solenne promessa: “’u vutu”.

Per preservare il bambino dalle malattie o in seguito ad una miracolosa guarigione, si usa fargli indossare “l’abito votivo benedetto” del Santo invocato, ed un tempo era consuetudine vedere dei bambini con l’abitino di San Francesco, Sant’Antonio e Sant’Anna. Dopo aver partorito, la donna stremata dal lungo travaglio sussurrava: “te ringraziu Madonna mia ca m’ha fattu nascere bonu!”, e le comari, dopo aver lavato e “’mpassatu” per bene il neonato, lo prendevano in braccio e tra la sod­disfazione generale esclamavano: “Benedica chi figliu, ti nne inchia le vrazze! Benedica benedica, ottu e nove fore affascinu!”. “’A vammana”, soddisfatta, si rivolgeva ai fratellini e alle sorelline meravi­gliati dicendo: “V’è purtatu ‘nu bellu quatrarellu, l’è truvatu sutta ‘na petra!”.Per ricompensa ella riceveva del denaro oppure olio, grano, vino, fichi sec­chi, eccetera. C’è da dire che non sempre la gravidanza andava per il verso giusto, molte erano le complicanze che sopraggiungevano e quando la povera donna non riu­sciva a partorire era destinata a morire; si diceva che a tale donna “l’era pigliatu ‘nu ‘nzurtu”.

Bibliografia:
V. Padula, “Calabria prima e dopo l’unità”, a cura di Attilio Marinari, Editori Laterza, 1977.
L. R. Alario, “Le previsioni sul tempo della nascita”, A. III, n. 1, in “Tribuna Sud”, Castrovillari, 1975.

Nella tradizione popolare contadina il giorno del fidanzamento ufficiale coincideva con il giorno del singo. La solenne cerimonia era fissata dai genitori dei futuri coniugi e si svolgeva alla presenza di congiunti ed amici, al cospetto dei quali il padre del giovane sposo prima, e quello della giovane sposa dopo, definivano le spese e la quantità dei beni dotali (il corredo e i beni immobili e fondiari) che le parti interessate si vincolavano di sostenere e di offrire ai propri figli.

Questo rito si celebrava solitamente di domenica o durante una festività religiosa e sempre nella casa della futura sposa, sia per deferenza al casato col quale ci si andava ad imparentare, sia per rispetto verso la ragazza. Per l'occasione, uomini e donne indossavano i loro abiti migliori. In questo giorno ufficiale l’uomo offriva l’oro in dono alla futura moglie. La futura suocera, avuta licenza di tutti i presenti, adornava la giovane di un anello, di un paio di orecchini e di un ricco fermaglio o di una spilla. Secondo un’antica tradizione, la ragazza, da quel momento in poi, avrebbe dovuto indossare i preziosi ricevuti in pegno d’amore, ogni giorno, fino al dì del matrimonio, quale segno evidente dell’avvenuto fidanzamento. Questa era la famosa cerimonia del singo, da signum, che, attraverso il segno aureo, rendeva la ragazza “segnata” riconoscibile come già fidanzata o prossima a sposarsi.

Il telaio è uno strumento di lavoro molto antico, sul quale si è basata l'arte tessile calabrese, creata e curata dalle donne, che svolgevano l'attività di tessitura insieme alle altre attività domestiche.

Nelle case di un tempo, il telaio trovava spazio nel “basso”, un locale dell'abitazione stessa, solitamente una stanza spaziosa e luminosa, che aveva la precisa funzione di aggregazione sociale, poiché nella stanza del telaio “le anziane rammentavano il passato e le giovani sognavano il futuro”, oppure era collocato nella camera da letto. Le donne tessevano al telaio maggiormente fibre come la seta, il lino e la lana per farne lenzuola, tovaglie, asciugamani, coperte, da usare quotidianamente o da destinare alla dote delle figlie. Non di rado, il telaio stesso faceva parte del corredo della sposa. C'erano anche le tessitrici di professione che tessevano su ordinazione capi che, molto spesso, venivano pagati in natura.

I telai si differenziano per forma, dimensione e lavorazione in tre tipi principali: telaio a tensione, telaio verticale e telaio orizzontale. Il primo è facilmente trasportabile, il secondo ha una struttura portante fissa più complessa ed era utilizzato prevalentemente per tessere manufatti di notevole grandezza, come tappeti ed arazzi, il terzo è il più diffuso e differisce per il numero di pedali e di licci da cui è formato. Il liccio è uno strumento che consente di selezionare e sollevare tutta una serie di fili dell'ordito per poter indurre più facilmente la trama. E' mediante questo intreccio che si realizza il tessuto.

Durante i mesi di gravidanza, la futura madre, nelle giornate piovose o la sera al lume di candela, preparava con molta cura il corredino del nascituro. Il neonato veniva fasciato dai piedi fin sotto le ascelle con lunghe strisce di tela, di lino o di cotone per difenderlo dal freddo e nello stesso tempo per dare forme e lineamenti più idonei al corpicino.
Spesso si fasciavano anche le braccia ed il piccolo trascorreva immobile e privo di libertà i suoi primi mesi di vita.
Nel vestire “‘u piccirillu” la giovane madre impiegava molto tempo, tanti erano i capi di vestiario che servivano a coprirlo e adornarlo.
Il primo capo che si faceva indossare al piccolo era “‘na cammisella de cuttune” di color bianco e "na maglicella de ‘ncarne' (una maglietta lavorata a mano), poi “u pannizzu” (una striscia di stoffa bianca che avvolgeva il bimbo fino all’addome), mentre una fascia di cotone o di lino, "u mpassaturu", lo avvolgeva dai piedi fino alle braccia; quindi veniva avvolto da una fascia di cotone bianco o celeste lunga un paio di metri con ai bordi due fettucce che ser¬vivano a legare il corpicino.
Nell’adornare “l’imbalsamato”, la madre gli metteva addosso una magliettina di lana, “‘u jippunellu”, anch’essa lavorata ai ferri, di colore azzurro per il maschietto, rosa o bianco per la femminuccia.
A questo punto il bambino veniva ricoperto dal “sacchicellu” legato in vita da un elastico: esso, ricamato all’estremità, aveva la funzione di soprabito.
A completare l’abbigliamento era “lu papuzzellu” (Marzi) o “capicchiellu” (Rogliano): un pezzo di stoffa all’interno del quale veniva posto dello zucchero e successivamente legato ad un filo cui si dava la forma di un capezzolo. Esso serviva ad abituare il neonato a succhiare il latte materno e nello stesso tempo ad acquietarlo durante i lunghi e incessanti piagnucolii.
Le madri calabresi per difendere il loro bambino dal malocchio mettevano tra le fasce un piccolo sacchettino a forma di cuore “’u brevicellu” con dentro del sale, un po’ di incenso e delle foglie benedette di ulivo e di palma.
In diversi comuni del comprensorio del Savuto, il sacchettino una volta benedetto, veniva cucito all’interno dell’abitino e vi si metteva: un santino, del sale, della paglia benedetta del presepe, una foglia di ulivo benedetta il giorno delle Palme, una foglia di alloro, un po’ di paglia benedetta nel sepolcro, una medaglia di un santo, un piccolo corno di color rosso, un po’ di incenso, un fiore di rosmarino, un pezzettino di corda di campana, due soldi antichi ed un pezzetto di corda del cinturino di un santo.
“U brevicellu” produceva l’effetto desiderato e il bambino cresceva sano e forte tra l’affetto familiare.
E’ viva ancora oggi, in alcune campagne del Savuto, l’abitudine di cucire all’interno dell’abbigliamento del bambino una sorta di “sacchicellu”, una consuetudine che resiste quasi inalterata alla continua e veloce trasformazione della civiltà moderna.

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