“Cumpunuti i nove misi” si aspettava con ansia e trepidazione il momento del parto. Nei giorni che precedevano il lieto evento si preparava l’occorrente necessario e si ripuliva accuratamente la casa, soprattutto la camera da letto.

Ai lamenti ed alle grida della donna presa dalle doglie, i primi ad accorrere erano i vicini di casa e le comari “lassa focu ardente e fujia duve ‘a partorente”, poi la “vammana”, una donna pratica e di provata esperienza che con molta cura e fare garbato assisteva la gestante prima e durante la gravidan­za: “Ella prescrive a chi vuole ingravidarsi, i semi del faggio; ed alle giovani spose, che bramano un maschio, di inginocchiarsi andando la prima volta a messa, rimpetto al corno destro dell’altare”. Solitamente si preferiva il parto diurno a quello notturno più per motivi di ordine pratico che per motivi riguardanti la superstizione: di giorno tutto poteva avvenire con più tranquillità in quanto gli uomini erano al lavoro ed i bambini fuori casa, mentre di notte si dormiva tutti nella stessa camera ed al momento del parto bisognava far sgomberare l’ambiente rendendo difficile lo spostamen­to, soprattutto nelle fredde e gelide notti invernali. Per quel che riguarda la superstizione, la notte non è propizia al parto, “nascita de jurnu furtuna diritta, nascita de notte furtuna alla storta”. Nel volgo infatti è credenza generale che la notte abbia una certa influenza malefica poiché essa appartiene agli spiriti, alle ombre, alle “magare”.

Anche per la nascita esistono giorni fortunati e sfortunati: “Chi nasce il gior­no di tutti i Santi sarà sfortunato e soffrirà in vita come hanno sofferto i martiri. Chi nasce di venerdì sarà immune dal malocchio e dalle fatture”. In altri luoghi chi nasce di venerdì sarà sfortunato e disgraziato, ed ancora, chi nasce di sabato o di domenica sarà spensierato, mentre chi nasce la notte di Natale sarà epilettico o addirittura licantropo. Sarà pazzo chi nascerà nel mese di marzo (ritenuto il mese dei pazzi), sarà fortunato chi nascerà in un anno pari e sfortunato chi nascerà in un anno dispari, sarà invece disgraziato chi nascerà in un anno bisestile.

Durante “u travagliu” le comari assistevano la partoriente, la confortavano, la tranquillizzavano, mentre una di esse le asciugava il sudore con un panno di lino e qualche altra metteva sul fuoco dell’acqua che sarebbe servita a lavare la donna ed il bambino. Quando il parto presentava delle complicanze si facevano scongiuri e preghiere invocando la Santa protettrice (Santa Liberata, S. Anna). Durante la gravidanza le donne calabresi ricorrevano a forme devozionali: preghiere, promesse votive, al fine di facilitare il parto e con la speranza che il bimbo potesse crescere sano e forte. Nel circondano della valle del Savuto, le donne si rivolgono a Santa Liberata, ed ancora oggi, come un tempo, è possibile vedere, lungo la strada che porta al Santuario, delle donne scalze ed in stato interessante adempiere alla solenne promessa: “’u vutu”.

Per preservare il bambino dalle malattie o in seguito ad una miracolosa guarigione, si usa fargli indossare “l’abito votivo benedetto” del Santo invocato, ed un tempo era consuetudine vedere dei bambini con l’abitino di San Francesco, Sant’Antonio e Sant’Anna. Dopo aver partorito, la donna stremata dal lungo travaglio sussurrava: “te ringraziu Madonna mia ca m’ha fattu nascere bonu!”, e le comari, dopo aver lavato e “’mpassatu” per bene il neonato, lo prendevano in braccio e tra la sod­disfazione generale esclamavano: “Benedica chi figliu, ti nne inchia le vrazze! Benedica benedica, ottu e nove fore affascinu!”. “’A vammana”, soddisfatta, si rivolgeva ai fratellini e alle sorelline meravi­gliati dicendo: “V’è purtatu ‘nu bellu quatrarellu, l’è truvatu sutta ‘na petra!”.Per ricompensa ella riceveva del denaro oppure olio, grano, vino, fichi sec­chi, eccetera. C’è da dire che non sempre la gravidanza andava per il verso giusto, molte erano le complicanze che sopraggiungevano e quando la povera donna non riu­sciva a partorire era destinata a morire; si diceva che a tale donna “l’era pigliatu ‘nu ‘nzurtu”.

Bibliografia:
V. Padula, “Calabria prima e dopo l’unità”, a cura di Attilio Marinari, Editori Laterza, 1977.
L. R. Alario, “Le previsioni sul tempo della nascita”, A. III, n. 1, in “Tribuna Sud”, Castrovillari, 1975.

Nella tradizione popolare contadina il giorno del fidanzamento ufficiale coincideva con il giorno del singo. La solenne cerimonia era fissata dai genitori dei futuri coniugi e si svolgeva alla presenza di congiunti ed amici, al cospetto dei quali il padre del giovane sposo prima, e quello della giovane sposa dopo, definivano le spese e la quantità dei beni dotali (il corredo e i beni immobili e fondiari) che le parti interessate si vincolavano di sostenere e di offrire ai propri figli.

Questo rito si celebrava solitamente di domenica o durante una festività religiosa e sempre nella casa della futura sposa, sia per deferenza al casato col quale ci si andava ad imparentare, sia per rispetto verso la ragazza. Per l'occasione, uomini e donne indossavano i loro abiti migliori. In questo giorno ufficiale l’uomo offriva l’oro in dono alla futura moglie. La futura suocera, avuta licenza di tutti i presenti, adornava la giovane di un anello, di un paio di orecchini e di un ricco fermaglio o di una spilla. Secondo un’antica tradizione, la ragazza, da quel momento in poi, avrebbe dovuto indossare i preziosi ricevuti in pegno d’amore, ogni giorno, fino al dì del matrimonio, quale segno evidente dell’avvenuto fidanzamento. Questa era la famosa cerimonia del singo, da signum, che, attraverso il segno aureo, rendeva la ragazza “segnata” riconoscibile come già fidanzata o prossima a sposarsi.

Il telaio è uno strumento di lavoro molto antico, sul quale si è basata l'arte tessile calabrese, creata e curata dalle donne, che svolgevano l'attività di tessitura insieme alle altre attività domestiche.

Nelle case di un tempo, il telaio trovava spazio nel “basso”, un locale dell'abitazione stessa, solitamente una stanza spaziosa e luminosa, che aveva la precisa funzione di aggregazione sociale, poiché nella stanza del telaio “le anziane rammentavano il passato e le giovani sognavano il futuro”, oppure era collocato nella camera da letto. Le donne tessevano al telaio maggiormente fibre come la seta, il lino e la lana per farne lenzuola, tovaglie, asciugamani, coperte, da usare quotidianamente o da destinare alla dote delle figlie. Non di rado, il telaio stesso faceva parte del corredo della sposa. C'erano anche le tessitrici di professione che tessevano su ordinazione capi che, molto spesso, venivano pagati in natura.

I telai si differenziano per forma, dimensione e lavorazione in tre tipi principali: telaio a tensione, telaio verticale e telaio orizzontale. Il primo è facilmente trasportabile, il secondo ha una struttura portante fissa più complessa ed era utilizzato prevalentemente per tessere manufatti di notevole grandezza, come tappeti ed arazzi, il terzo è il più diffuso e differisce per il numero di pedali e di licci da cui è formato. Il liccio è uno strumento che consente di selezionare e sollevare tutta una serie di fili dell'ordito per poter indurre più facilmente la trama. E' mediante questo intreccio che si realizza il tessuto.

Durante i mesi di gravidanza, la futura madre, nelle giornate piovose o la sera al lume di candela, preparava con molta cura il corredino del nascituro. Il neonato veniva fasciato dai piedi fin sotto le ascelle con lunghe strisce di tela, di lino o di cotone per difenderlo dal freddo e nello stesso tempo per dare forme e lineamenti più idonei al corpicino.
Spesso si fasciavano anche le braccia ed il piccolo trascorreva immobile e privo di libertà i suoi primi mesi di vita.
Nel vestire “‘u piccirillu” la giovane madre impiegava molto tempo, tanti erano i capi di vestiario che servivano a coprirlo e adornarlo.
Il primo capo che si faceva indossare al piccolo era “‘na cammisella de cuttune” di color bianco e "na maglicella de ‘ncarne' (una maglietta lavorata a mano), poi “u pannizzu” (una striscia di stoffa bianca che avvolgeva il bimbo fino all’addome), mentre una fascia di cotone o di lino, "u mpassaturu", lo avvolgeva dai piedi fino alle braccia; quindi veniva avvolto da una fascia di cotone bianco o celeste lunga un paio di metri con ai bordi due fettucce che ser¬vivano a legare il corpicino.
Nell’adornare “l’imbalsamato”, la madre gli metteva addosso una magliettina di lana, “‘u jippunellu”, anch’essa lavorata ai ferri, di colore azzurro per il maschietto, rosa o bianco per la femminuccia.
A questo punto il bambino veniva ricoperto dal “sacchicellu” legato in vita da un elastico: esso, ricamato all’estremità, aveva la funzione di soprabito.
A completare l’abbigliamento era “lu papuzzellu” (Marzi) o “capicchiellu” (Rogliano): un pezzo di stoffa all’interno del quale veniva posto dello zucchero e successivamente legato ad un filo cui si dava la forma di un capezzolo. Esso serviva ad abituare il neonato a succhiare il latte materno e nello stesso tempo ad acquietarlo durante i lunghi e incessanti piagnucolii.
Le madri calabresi per difendere il loro bambino dal malocchio mettevano tra le fasce un piccolo sacchettino a forma di cuore “’u brevicellu” con dentro del sale, un po’ di incenso e delle foglie benedette di ulivo e di palma.
In diversi comuni del comprensorio del Savuto, il sacchettino una volta benedetto, veniva cucito all’interno dell’abitino e vi si metteva: un santino, del sale, della paglia benedetta del presepe, una foglia di ulivo benedetta il giorno delle Palme, una foglia di alloro, un po’ di paglia benedetta nel sepolcro, una medaglia di un santo, un piccolo corno di color rosso, un po’ di incenso, un fiore di rosmarino, un pezzettino di corda di campana, due soldi antichi ed un pezzetto di corda del cinturino di un santo.
“U brevicellu” produceva l’effetto desiderato e il bambino cresceva sano e forte tra l’affetto familiare.
E’ viva ancora oggi, in alcune campagne del Savuto, l’abitudine di cucire all’interno dell’abbigliamento del bambino una sorta di “sacchicellu”, una consuetudine che resiste quasi inalterata alla continua e veloce trasformazione della civiltà moderna.

Il matrimonio nella cultura popolare è considerato il momento più importante per la fanciulla contadina, per mezzo del quale ella raggiunge una posizione sociale: “‘A fimmina senza statu e cumu u pane senza levatu”, ed ancora “viatu chilla casa duve ’u cappellu ce trasa”.

Da sempre la figura della donna è considerata in condizione subalterna a quella dell’uomo; il detto “‘a fimmina tena li capilli longhi e la mente curta”, la dice lunga sulla condizione femminile di un tempo. Ella secondo la mentalità degli antichi è in qualche modo schiava del marito: “Invero egli la dice la fimmina mia”.“Al desco, negli onori, nei posti, il primo luogo è sempre del marito: la moglie o non comparisce, o si presenta per servire”.

Il posto della donna è in casa a svolgere i lavori domestici fino a tarda ora. Viene considerata poco seria una donna che va sempre in giro, “‘a fimmina nun viduta centu ducati de cchiù è vauta”; è raro infatti vedere “‘na schietta” (nubile) da sola per strada; se questo dovesse accadere è la giovane stessa che avvolta nel suo scialle cammina frettolosamente passando per le stradine secondarie.

È buona norma cercare la compagna della propria vita nel paese natio, possibilmente nel vicinato. L’incontro tra i due giovani avviene soprattutto durante le feste patronali o la domenica all’uscita dalla chiesa. In questi giorni particolari le madri avevano molta cura nel vestire le loro figliole e, anche se con molti sacrifici, compravano loro un vestito da indossare solo nei giorni di festa: “chissu tu minti a Duminica quannu vai alla Missa”.

Un tempo a Rogliano, la festa dell’Immacolata Concezione era considerata la festa degli innamorati, momento di incontro per le giovani in età da marito. Durante il novenario i “giuvinotti” si recavano in chiesa  per cercare qua e là uno sguardo, un sorriso, un cenno della fanciulla amata.

La tradizione vuole che durante i festeggiamenti i due innamorati “si nne fujianu” coronando così il loro sogno d’amore. Recita scherzosamente una vecchia canzoncina roglianese: “Sciollu miu c’amu patutu ‘a figlia du capu si nne fujiuta, è stata ’na cosa scustumata giustu ’u  jurnu d’a ’Mmacuata”.

Anche le fontane dove le giovani donne si recavano ad attingere acqua “ccu llu varriue supra ’a capa” erano punti di incontro tradizionali per gli innamorati. A Marzi, le fontane Grona e Fosso erano considerate il luogo ideale per le giovani, che vi si recavano spesso e volentieri per incontrare lo spasimante lontano dagli occhi vigili dei genitori.

Fatta la prima conoscenza, in chiesa, alla fonte o nei campi, il giovane cerca con tutti i mezzi possibili di trasmettere il proprio amore alla ragazza. Un tempo in Calabria, gli innamorati si amavano cantando, ed è proprio attraverso il canto che i giovani trasmettono il loro amore, nella sua espressione più vera, espressione nobile, schietta, e leale tipica delle anime semplici e sincere che custodiscono onestamente le fedi nell’amore, nel matrimonio e nella famiglia.

Per le valli e nei campi, al tempo della semina o del raccolto, si innalzano nell’aria dolci melodie che accendono i cuori palpitanti dei giovani contadini calabresi.

“Si incontrano per le vie di campagna le modeste figlie del popolo dai visi soavi, occhi neri e profondi, nasino affilato, la boccuccia di corallo, lunghi e neri capelli e la carnagione fresca e bianca come l’avorio. Gaie e irrequiete danno sfogo al concitato loro spirito e cantano a solo o a coro, canzoni varie, canzoni dolci d’amore, cantano tutta una storia semplice e breve in cui emerge lei, spensierata contadinella, felice nella sua libertà”.

E le nostre contadinelle, di buon mattino, scendendo per i sentieri della valle del Savuto per raccoglier legna cantavano “all’aria” canzoni d’amore. A tarda sera, al ritorno dalla campagna, con un fascio di legna sulla testa, ripetevano quei vecchi ritornelli che un tempo non lontano cantavano le loro mamme:

Haju jettatu ’na vuce alla valle .
ppe vidi si me rispunna la furtuna
si ‘u me rispunna la tornu a chiamare
si ‘u me rispunna la tornu a chiamare
ohi furtuna famme ventu diventare
duve lu bene miu fammicce jire
fammicce jire efammicce arrivare
fammicce puru leggiu camminare.

Il giovane contadino ascoltando quella melodia ne comprende subito l’intenso significato ed inizia a vivere, da quel momento, in uno stato di ardente eccitazione:

Oi giuvinella ccu sti ricci attornu
riprinna st’occhi ca me fa murire,
la notte me fa perdere lu sonnu
lu jurnu senza core me fa jire.
Megliu la notte perdere lu sonnu
ma no lu jurnu senza core jire.

E ancora:

Guarda dula mia cchi me fa fare
guarda l’affettu chi portu a llu meo amure
sempre ’ntornu a ttie vorra girare,
cumu gira l’ape alla soi jure.
Ppe tie ’un pozzu n’ura ripusare
riposu ’un ne piglia lu meo core,
iu tannu bella, lassu de t’amare
quanna chist’arma se costringe e more.

La fanciulla, invasa ormai da un intenso piacere è incapace di ricordare le cose più semplici, come le preghiere che tutte le sere prima di andare a letto recita assiduamente:

Amure amure cchi m’ha fattu fare,
de quinnici anni m’ha fattu ’mpazzire
’u Patannostru m’ha fattu scurdare
e la terza parte dell ’Ave Maria;
’u Credu nun lu pozzu gnermitare
pigliu ppe dire credu e pensu a ttie.

Il sentimento amoroso è così forte che il contadino fa di tutto per conquistare l’amore della fanciulla. Si narra che un giovane invaghitosi di una ragazza piantò un pesco con la speranza che la sua floridezza avesse contribuito ad accrescere l’amore tra i due.
Dopo un anno il pesco era bello e fiorito ed il giovane con voce soave ed augurale così gli si rivolse:

Chiantai ’nu nuce persicu alla vigna
chill’annu chi de tie me ’nnammurai,
persicu ti cce chiantu ccu disignu
si nun vinci l’amure siccherai;
e ’ncapu l’annu lu jia a vidire
lu persicu juritu la truvai;
lu persicu me disse vavatinne
segui l’amure ca lu vincerai.

Forte è, a questo punto, il bisogno del giovane contadino di vedere la sua bella, rivolgerle un saluto, uno sguardo, una parola.
Belli e molto espressivi i seguenti canti che egli sussurra vicino alla casa dell’amata:

Oi giuvinella chi te chiami Anna
stu nume ti l’ha misu la Madonna,
ca teni ’nu garofanu alla banna
ca de tri miglia l’adduru me vena;
vaiu alla chiazza e tutti me dumannanu
duve l’ha coti sti belli fiori,
ca l’haju coti allu pettu de Anna
duve cce nescia lu sule e la luna.

Palazzu ‘ntorniatu d’oru finu
stu propriu core dice ca n’amu d’amare
dimme giojuzza mia cchi risorvimu
si n’amamu de core o ne lassamu;
si ne lassamu nue prestu murimu
e alla gente cchi gustu lle damu.

La fanciulla ormai arde dal desiderio di stare vicino all’amato e il non vederlo è fonte di dolore e sofferenza:

Duerusa duerusa signu oje
ca nun haju vistu a chi vo bene a mie,
’un l’haju vista ne ieri ne oje
figurate cum ’è la vita mia.

Ancor più triste e sofferto è il tema della partenza, della lontananza:

Oi rondinella chi passi lu mare
ferma quantu te dicu due parole,
quantu te tiru ’na pinna de st’ale
’na littera cce fazzu allu miu amure;
tutta de sangue la voglia abbagnare
e ppe sigillu cce mintu lu core;
accortu rondinella nun t’affucare
tu perdi ’u sigillu e iu lu core.

Haju risortu de mi nne partire
ccu la barchetta lu mare passare
arrivai ’mmenzu mare e mi pentii
marinarellu meu vota sta nave
c’haju lassatu ’na donna gentile
me spagnu nun la trovu maritata;
s’è maritata lassala gudire
ca ’ncapu l’annu pozzi ’ncattivare,
s’è maritata nun la pozzu avire
’ncattivella nun me pò mancare.

Ma al ritorno, il giovane, con la speranza che ella non l’abbia dimenticato, corre dalla sua amata:

A quantu tempu chi ci hqju mancatu
e rose alla finestra su jiurute
‘u granu c’haju lassatu simminatu
ha fattu ’a bona spica e vo metutu;
tutte le belle sunnu maritate
forché d’a bella mia nun m’ha traditu.

Quando egli è sicuro di aver conquistato il cuore della ragazza, quasi sempre di Sabato, a notte inoltrata, sotto al balcone della sua bella intona una dolce serenata; e al chiaro di luna, accompagnato dalla chitarra battente: “...dà sfogo all’anima con accenti che sembrano carezza, perché incarna magicamente nel verso tutta la passione di un cuore ardente e sincero e vi trasfonde quanto più di verace e di bello l’affetto sa dettare”:

Azate bella mia ca è fattu jurnu
ca la troppu dormire te fa dannu
stu sonnu ti lle guasta st’occhi belli
te guasta la toi visu quannu dormi...

Affacciate alla finestra briga d’oru
ca te cummena la rosa marina
ca c’è nu giuvinellu chi t’aspetta
ca piglia licenza ca si nna de jire;
ca t’ha purtatu quattru fila d’oru
mo ti lle minti quannu nesci fore,
po t’ha purtatu quattru fili de sita
mo ti lle minti quannu nesci zita,
po t’ha purtatu n’atra cosa ancora
chillu ca tena ’mpettu la regina.

A questi canti ne seguivano degli altri e la fanciulla nascosta dietro alla finestra ascoltava col cuore palpitante quelle dolci poesie fatte di lodi, passioni e desideri, vere espressioni del sentimento amoroso.
Per indicare che la serenata era stata accettata e che comunque la giovane non era indifferente alle attenzioni del ragazzo, ella era solita fare un cenno, mandare un bacio o mostrare un lume acceso da dietro i vetri della finestra, cosicché il giovane appagato, con la chitarra sotto braccio, ritornava a casa.
Talvolta, su commissione, si incaricava un gruppo di suonatori che con chitarre e mandolini intonavano dolci melodie:

E nue cantamu finu allu matinu
chista è la serenata chi porta...

E nue cantamu ccu lu core alle manu
chista è la serenata chi porta...

Da quel che ci è stato riferito, la serenata serviva anche a rendere palese l’amore tra i due giovani, evitando ad altri pretendenti di avvicinare la ragazza.
A volte il sentimento amoroso non era corrisposto, ed allora si assisteva ad un contro canto i cui stornelli improvvisati esprimevano rabbia e rancore: il giovane, “ppe schiattaria”, elencava tutti i difetti della fanciulla. Immediata era la reazione dei familiari, che, dalla finestra, gettavano secchi d’acqua o addirittura “ ’u pisciataru” colmo di urina.

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