L’introduzione dell’arte della seta in Calabria si fa risalire al 1147, dopo la spedizione di Ruggiero contro l’impero bizantino. Il perfezionamento dell’arte fu dovuto agli Ebrei al tempo dei Normanni e degli Svevi, quando nelle loro mani era pure l’arte della tintoria.
In uno strumento di matrimonio fra ebrei del 1428, tra gli altri ricchi doni del corredo, abbiamo trovato scritto un “sudariolum sericum coloratum, pannun ex serico confectum, quod vulgo appellatur “a capisciola” (cascame di seta)”.
In tutta la provincia di Cosenza, specialmente nei paesi che avevano il loro sbocco naturale nella vallata del Crati, la coltivazione dei bachi costituiva il cespite principale per la povera gente: il filugello era il solo amico e la sola ricchezza.
Il protettore era Santu Giobbe, in memoria dei vermi che consumarono le sue carni; anzi, a dire delle donnicciole, quei vermi furono i primi parenti dei bachi da seta.
La fiera più importante di Cosenza era quella della Maddalena nella quale si “dava la voce”, cioè il prezzo della seta, accattata dalle altre fiere successive e speciali.
Prendeva nome dalla chiesetta omonima, che sorgeva ov’è oggi la Riforma ed il quartiere dei Rivocati.
Ai tempi di Ferdinando I fu portata da 12 a 15 giorni e si teneva nella seconda quindicina di luglio.
Malito fu uno dei piccoli centri interessati all’allevamento del baco che si produceva in locali bene areati ed illuminati, con temperatura variabile tra i 20 ed i 25 gradi.
Da tali locali, ci hanno raccontato alcune vecchiette del paese, si spandeva per tutta la casa un fetore insopportabile.
Le addette ai lavori si dividevano in “esterne” ed in “interne”. Quelle “di fuori” andavano a raccogliere ‘u pàmpinu, cioè le foglie del gelso (céuzu); quelle “di dentro” badavano, invece, solamente alla nutrizione d’u siricu ed alla pulizia dei graticci e degli scaffali,
Il nemico numero uno d’u siricu era lo scirocco. Alcune donne, per non fare subire alle uova deposte dal baco, sbalzi di temperatura, le mettevano avvolte in pezzuole dentro al petto.
Quando ‘u siricu era pronto per filare, smetteva di mangiare ed incominciava ad arrampicarsi su per i rami secchi di erica o di ginestra detti cunocchia e filando e ronzando formava ‘u cucuddu.
Quando si “scunucchiava”, cioè quando si toglievano i bozzoli dalla frasca, questi ultimi erano di un caratteristico colore rosa pallido. I cucuddi, poi, messi nelle ceste, venivano trasportati a piedi a Cosenza per essere venduti.
La famiglia di don Battista Mancini aveva avviato a Malito una vera e propria industria per l’allevamento dei bachi da seta.

 

 

 

MALITO - Anticamente Malito era un paese molto povero. Le case, costruite in prevalenza con “sderru”, non rispondevano a nessun principio igienico e di comodità, tantomeno di stabilità: nel piano terra, denominato “catoiu” (parola greca che significa “sotto la casa”) trovavano asilo l’asino, il maiale, le galline, le capre e il cane.
Le altre stanze che rimanevano erano adibite all’uso promiscuo di cu¬cina, camera da letto, magazzino ecc. Dalle travi delle stanze pendevano i famosi “cannizzi” che custodivano gelosamente, anche dai topi, il formaggio ed altro.
Il bagno non si trovava in nessuna casa o, meglio, per come era concepito, esisteva in tutte le case: dietro una porta, una piccola buca sul pavimento, detto “astraco”, comunicava con il sottostante “catoiu”, dimora degli animali.
Semplice e grossolana era la foggia del vestire. Le donne indossavano una lunga gonna di vario colore ed un giubbetto allacciato alla schiena. Di solito non portavano scarpe o le usavano senza calze.
Il pane era di granoturco (di rado di frumento), di farina di castagne o di avena. Largo era il consumo di fichi secchi.
In famiglia i maschi avevano il sopravvento sulle femmine; i fratelli e le sorelle maggiori sui fratelli e sorelle minori. La stessa terminologia relativa alla parentela indicava un preciso sistema di relazioni e di rapporti ge¬rarchici all’interno di essa.
Al padre i figli rivolgevano il rispettoso “vussuria” (voi), pronome di potere, di comando, anziché il confidenziale “tuni” (tu) che avrebbe implicato un rapporto di mutualità e di reciprocità. La sorella maggiore si chiamava “sciòscia” e aveva compiti e respon¬sabilità specifiche verso fratelli e sorelle minori.
Anche nel vicinato vigeva un’organizzazione gerarchica di ruoli e com¬petenze ben precise; cosi, per esempio, ogni partoriente era assistita da una “donna pratica” del vicinato chiamata “mammana”.
Importante anche il comparaggio, una specie di relazione di parentela spirituale che aveva per contenuto, fra l’altro, una modificazione, in senso ascendente, dello status sociale delle persone.
Il comparaggio diventava il principale mezzo a disposizione delle classi subalterne per vincolarsi a qualche famiglia di notabili da cui ricevere doni e protezione.
La famiglia della classe inferiore ci teneva a imparentarsi con qualche persona influente per mezzo del comparaggio e questa non poteva rifiutar¬ne la richiesta.
Le persone più influenti, di battesimi ne facevano moltissimi. Quando il comparaggio si verificava tra famiglie della stessa classe so¬ciale si chiamava “Sangiuanne”.
E come ci si rispettava fra compari! Figurarsi che se una persona passava dinanzi l’abitazione di chi l’aveva battezzato, si toglieva il cappello, in segno di saluto e di rispetto, come dinanzi ad una chiesa!
Un altro fenomeno, molto diffuso, era quello dei figli proietti, cioè abbandonati dalle loro mamme. Era tanto diffuso che si rese necessario istituire una commissione che si occupasse di loro. Quella del 1885 era composta da: Giacomo Funari, sindaco-presidente; Peleo De Cicco, parroco; don Nicola Gagliardi; don Rodolfo Gagliardi.
Le balie, riconosciute idonee all’allattamento, ricevevano regolare mer¬cede da parte del governo regio.
Anche il fenomeno dei figli proietti o esposti offriva punti di convergenza tra classi diverse. Una famiglia era spinta ad allevare un figlio abbandonato da molteplici motivazioni: poteva adeguarsi all’imposizione di un proprietario che la obbligava ad allevare un suo figlio naturale; poteva essere il desiderio di acquisire particolari titoli di merito e protezione da parte di qualche notabile; potevano essere motivazioni semplicemente economiche (con il denaro del baliatico, la famiglia, in effetti, poteva allevare meglio gli altri suoi figli legittimi); i figli proietti significavano, in definiti¬va, altre braccia da lavoro, nuove possibilità di scambi e relazioni sociali.
In tale misero, genuino, sano, innocente ambiente, nonostante tutto cosi ricco di valori, era più che naturale che trovassero anche facile esca le superstizioni, le false credenze, i pregiudizi che, a dire la verità, hanno re¬sistito, imperterriti, fino a poco tempo addietro.
Addirittura le persone più anziane credono ancora in determinati riti, in anacronistiche magie.. .!

I giorni ritenuti funesti

Funesto era ritenuto il venerdì: chi nasceva in quel giorno sarebbe stato disgraziato e più facilmente soggetto all’affascinu; di venerdì non si battezzava, non ci si sposava; non si partiva.
Perfino le unghie non si tagliavano di venerdì. Neanche il martedì go¬deva buona fama, assieme ad un giorno del mese di maggio (jurnu scuru) che, però, non si sapeva quale fosse.

‘A piula (la civetta)

L’uccello sacro a Minerva si riteneva che portasse fortuna alla casa su cui si posava e sfortuna ove rivolgeva lo sguardo. Da qui il detto: “Viàtu duve posa; amaru duve guarda”.

La caduta del primo dentino

Quando cadeva il primo dentino ad un bambino lo si riponeva nel buco di un muro con queste parole: “Muru vecchiu, muru novu, te dugnu u vecchiu, damme u novu forte comu nu chjovu e jancu comu na corchia d’ovu".

‘U carmu

“’U carmu” era una filiazione diretta dei “Carmina”, scongiuratori dei latini. Antiche formule verbali credute magiche e perciò di alto valore curativo. La terapia razionale dettata dall’uomo di scienza passava in se¬conda linea di fronte ai carmi, alle “picàte” di magàre e di magari.
Le malattie che si potevano curare o calmare erano: l’affàscinu, la verminazione dei bambini, i morsi di animali velenosi, i dolori di testa, di stomaco e di ventre, l’itterizia, la soffocazione ecc.

L’affàscinu

Per non “affascinare” qualcuno, specie un bambino, si diceva: “Fore mal’occhiu” oppure “benedica” o “fore affàscinu”. Alcune mamme met¬tevano nelle tasche del figliolo “nu corniceddu” o un po’ di sale; quelle più religiose “n’abiteddhu”.
Guai una volta a lasciare ad asciugare all’aperto le fasce e la bianche¬ria dei neonati dopo il tramonto: il neonato ne sarebbe rimasto “dissumbratu” perché “’a notte è d’u diavulu”, dicevano. Ma ecco pronto il rimedio: “’u spàscinu” ad opera della sfascinatrice, per lo più una vecchia che con la solennità di un sacerdotessa iniziava col segno della croce e terminava biascicando alcun che di inintelleggibile.
Poi la vecchietta, dopo aver sbadigliato, concludeva: “Eh! cummari mia, ‘a criatura era affascinata forte ca me su’ esciute ‘e lacrime ‘e crudu”. Le parole del “carmu” si potevano tramandare solo la notte di Natale.

Acqua muta

Efficacissima contro tutti i mali ed apportatrice di ogni bene era stima¬ta anticamente a Malito, Grimaldi e dintorni la cosiddetta “Acqua Muta”. Andavano ad attingerla le donne alla fontana la notte di Natale. Era chiamata muta perché nell’incontrarsi esse non solo non dovevano scambiarsi parola, quanto neanche riconoscersi scambievolmente; per cui andavano tutte coperte di nero, da capo a piedi, nascondendo anche il vi¬so e contraffacendo l’andatura. Se una si accorgeva di essere stata riconosciuta, se ne tornava indietro senza portarsene l’acqua che non avrebbe avuto più alcun pregio.

‘U rijiòlu (l’orzaiolo)

La cura per guarire l’orzaiolo ci è stata confessata da un arzillo vecchietto malitese che l’aveva appresa da sua nonna.
Anzitutto si deve “carmare” l’infezione passandovi su in croce per tre volte una chiave masculina e la cruna di un ago. Successivamente l’infer¬mo dovrà guardare, fino a guarigione completa, ogni mattina dentro una bottiglia contenente olio d’oliva.
Provare per credere...!

Altri usi e credenze

Sulla sommità del tetto delle case veniva anticamente murata la base di un recipiente di terracotta detta “pignata” e sulla porta d’ingresso fissate maschere con corna o un paio di corna di bovini o un ferro di cavallo per allontanare le forze ostili (spiriti maligni e malocchio).
Quando moriva qualcuno si instaurava il regime alimentare rituale del “ricùnsulu” per cui il cibo veniva portato dai vicini di casa e dagli amici. Dallo stesso suono delle campane si apprendeva se il morto era maschio, femmina, prete, bambino ecc.
Chi era in lutto non poteva adempiere determinate attività sociali; la sua condizione richiedeva astinenza ed isolamento.
L’uomo non si mutava la camicia se non dopo un mese, non si radeva né si faceva tagliare i capelli; portava attorno al braccio una striscia nera. Le finestre della casa venivano chiuse; il battente della porta sbarrato da un tessuto nero; per un mese ci si asteneva dall’uscire.
All’annuncio della morte del padre di famiglia le parenti accorse si gettavano addosso alla vedova, che piangeva fra alte grida e si graffiava le guance e si strappava i capelli sul cadavere del marito, e la straziavano anch’esse picchiandola come per aiutarla in quella furente espressione del dolore.
I crocevia rappresentavano un punto critico nell’ideologia popolare, in quanto si credeva che vi si fermassero gli spiriti, “i spirdi”. Appunto per questo si vedevano sorgere in parecchi di questi luoghi delle minuscole chiesette chiamate “conicelle” nelle quali erano dipinte immagini sacre.
Oltre ai crocevia si riteneva che i luoghi preferiti dagli “spirdi” fossero le case disabitate e diroccate, le fontane, i burroni, i ponti, i boschi ed i luoghi ombrosi, le grotte e in genere qualsiasi luogo in cui era avvenuta una “mala morte”.
La notte non era propizia ai bambini. Se dovevano uscire di casa nelle ore notturne doveva essere il padre a portarli sulle braccia e non la madre, altrimenti si sarebbero “assumbrati”.
Lo stesso avveniva, come abbiamo detto prima, se i loro pannolini si lasciavano fuori casa oltre il tramonto: in essi entrava ’u paganeddu, cioè il bambino morto prima del battesimo.
Nella ricorrenza di Capodanno i canti della “Strina” (usanze dell’anti¬co mondo greco e latino) echeggiavano di soglia in soglia. Erano comitive di fanciulli e di adulti che in tono augurale canticchiavano “’a strina” accompagnandosi col rumore “d’u mortaru” e di coperchi da cucina per al¬lontanare, come facevano i Greci ed i Romani, le malie dalle case visitate.
Nelle nostre ricerche abbiamo, inoltre, trovato scritto che “l’assassino che non assaporava il sangue della vittima leccando il coltello omicida era credenza che rimanesse sul luogo del commesso delitto e non potesse fuggire e perciò primo pensiero dell’accoltellatore era di leccare il coltello. Se l’arma era un fucile, appena esploso, l’omicida vi soffiava dentro la canna come per iscacciarne lo spirito del morto, attrattovi dall’arma fatale”.
Da quanto sommariamente riportato possiamo dedurre che i nostri an¬tenati, col fatalismo proprio dei calabresi forse ereditato dai Saraceni, preferivano in molti casi abbandonarsi alle risorse della natura ed alla volon¬tà di Dio (chiddu chi vò Ddiu) senza, peraltro, trascurare i soliti carmi e scongiuri.
Una cosa, comunque, è certa: il popolo è stato sempre il grande fan¬ciullo della civiltà. La sua psicologia, se qualche volta fa sorridere, più spesso fa pensare profondamente. In ogni caso ha un fascino tutto parti¬colare.
Nella foto, scorcio di Malito

 

 

Il mondo della cultura comprende, ed a buon diritto, le tradizioni popolari che si trasmettono oralmente nel tempo e nello spano la umile e semplice sensibilità del popoIl mondo della cultura comprende, ed a buon diritto, le tradizioni popolari che si trasmettono oralmente nel tempo e nello spazio di generazione in generazione e che rivelano la umile e semplice sensibilità del popolo espressa in poesia e nel canto. La disciplina che tende a raccogliere e a studiare nel loro svolgimento le tradizioni popolari è il folklore.
Questo campo della cultura è nato come disciplina nell’Ottocento. Il folklore appunto si occupa di porre all’attenzione dei più le espressioni sentimentali e religiose del popolo contadino che scaturiscono attraverso la poesia in vernacolo e il canto. Poesia e canto sono forme nelle quali il popolo della campagna nella sua semplicità trasfonde tutto il suo essere più intimo e più puro.
Il più autorevole ed insigne folklorista che vanta l’Italia fu il siciliano Giuseppe Pitré. In Calabria per quanto riguarda la letteratura popolare, degno ed illustre rappresentante fu Nicola Misasi, il quale ha definito il canto popolare calabrese “poesia dei pini e degli abeti”. La letteratura popolare s’incentra in tutto ciò che vive e si diffonde in mezzo al popolo. La caratteristica primaria della letteratura popolare è costituita dalla genuinità e dalla spontaneità espressiva, il che bandisce ogni ricercatezza e mette in luce tanta incomparabile bellezza.
Il mio proposito però non è quello di divagare nei meandri delle tradizioni popolari, nella storia delle tradizioni popolari, sarebbe troppo arduo. Il mio scritto vuole mettere in luce dei canti o “laudi” che a Rogliano sono ben conosciuti e che i devoti di Sant’Antonio, della Madonna del Carmine e della Madonna delle Grazie, cantano in chiesa durante i novenari. Questi canti che si possono annoverare tra le cosiddette antiche “Laude” proprio perché cantate allo spuntar dell’alba o a vespro in onore del Signore e dei Santi. I nostri canti o “laude” sono appunto di argomento religioso che vengono cantati rispettivamente durante la tredicina di S. Antonio e durante la novena della Madonna delle Grazie e della Madonna del Carmine. Non si può stabilire la data della loro composizione, certo è che da tempo si tramandano da una generazione all’altra, anche se nel nostro tempo pochissime persone, soprattutto di una certa età esprimono la loro religiosità, cantando appunto queste bellissime “laude”.
Se ci si rifà ai Francescani cappuccini che fondarono nell’abitato di Rogliano un convento nel 1569, distrutto dal terremoto del 1638 e che ebbero poi un terreno sul timpone di S. Croce, dove fondarono un altro convento, adesso esistente ma diroccato con attigua Chiesa, dedicata alla Madonna del Carmine, si potrebbe stabilire una data per quanto riguarda la composizione di questi canti. Certo, la devozione verso il Santo padovano e verso la Vergine da parte dei roglianesi è stata sempre grande e sentita. Un tempo si usava celebrare la novena di Sant’Antonio proprio presso la chiesa del convento; ancora si usava trasportare in processione la statua del Santo, custodita nella nicchia di un artistico altare in legno dedicato allo stesso santo e nella chiesa suddetta per la tredicina di giugno, a San Domenico. Quando in seguito la chiesa del convento venne interdetta dal Vescovo di Cosenza Monsignor Nogara, la statua venne dislocata nella chiesa di San Domenico.
La lauda dedicata a Sant’Antonio ha il titolo: “’U rusariu de Sant’Antoniu”. E’ una composizione in quartine con versi a rima baciata ed altri in rima libera, che osserva perfettamente un certo ritmo; i versi delle prime quattro quartine sono degli ottonari, gli altri delle ultime due sono degli endecasillabi. Il “rusariu dà Madonna du Carminu” è una composizione formata da una sestina e due quartine in versi endecasillabi, mentre quello dedicato alla Madonna delle Grazie è composto anche in versi ottonari e la seconda strofa è in lingua.
Il “rusariu de Sant’Antoni” mette in luce l’umile e grande personalità del Padovano e le sue sublimi doti virginee, perciò il Bambino Gesù si degnò di restare nelle sue braccia a riposare: “Gesù Cristu s’addignau// tridici ure cce ripusau”// così la composizione poetica. Oltre a ciò vengono messi in evidenza alcuni miracoli del santo e cioè quello della mula di un certo Bovillo da Rimini, che si inginocchia davanti all’Ostia Santa per affermare la presenza di Gesù nella particola consacrata: “facisti gninucchiare l’animali” e la predica sul mare di Rimini ai pesci, per indurre gli infedeli eretici a convertirsi alla vera fede: “poi jisti a predicare all’infedeli”. Nell’umili “laude” non manca la richiesta di grazia da parte dei devoti espressa con una infinita tenerezza.
La preghiera stessa rivolta al Santo e alla Madonna, viene espressa con grande familiarità e spontaneità dai devoti e nello stesso tempo con la certezza di essere esauditi: “Sant’Antoni meu dilettu// tegniu fide, e cosa certa// Sant’Antoni me pruvvida// Alli bisogni chi me vida”.
E negli altri due canti ecco la richiesta di grazie: “’U rusariu da Madonna de ‘u Carminu: “Mmenzu st’ataru c’è na gran regina// Madonna de ‘u Carminu se chiama// chine ne circa grazie ninne duna// chine ha lu core affrittu ci lu sana” e nel “Rosario alla Madonna delle Grazie” ecco la richiesta: “Madonna de ue Grazie// E funtana d’ogne grazia// Duve ttie vegnu ppe grazie// o Maria famme grazia//. Famme grazie, o Maria// Chi te ficia l’Eternu Patre// e tte ficia Matre de Diu// Famme grazie, o Maria”.
La richiesta è quasi perentoria ma sentita. Sono versi, per chi riflette, di una genuina freschezza e di una incomparabile originalità che possono essere espressi attraverso l’umile idioma del cuore, del dialetto in genere spesso ingiustamente disprezzato che, come il nostro, ha una fiorita letteratura popolare di arte che doverosamente bisognerebbe conoscere ed apprezzare.

Rosario di Sant’Antonio

Sant’Antoni meu benignu, prutetture de tuttu lu Regnu
e ‘llu toi biancu gigliu e la tua verginità.
Gesù Cristu s’ha dignau tridici ure se ripusau
tridici grazie cuncediu e cuncedene una a mie recitannu l’Ave Maria.

Sant’Antoni meu dilettu tegnu fide e cosa certa
Sant’Antoni me pruvvida alli bisogni che me vida.

Sant’Antoni meu divinu ‘mbrazza teni stu bumminu
ci lu teni consacratu, Sant’Antoni meu avvucatu.

Oh, Sant’Antoni nobile e gentile,
cumu na serva te vegnu a pregare
alle vrazzulle toi vogliu venire
ppe l’Ostia chi jisti a cunsacrare.
Po jisti a predicare all’infedeli
facisti ‘nginucchiare l’animali
chist’è la verità, no menzunia
famme la grazia Sant’Antoni miu.

Alla Madonna del Carmelo

Mmenzu st’altare c’è na gran regina
Madonna deu Carmine se chiama.
Chine le circa grazia l’inne duna
chine ha lu core afflittu ci lu sana
ed eu Madonna tinne circu una
l’anima bona e lu core chi t’ama.

Madonna deu Carminu Maria
senti chi dicia sta divota tua
l’alma e lu core l’haiu data a tie
Madonna deu Carminu Maria.

Madonna deu Carminu chi poi
ma de scansare a mie de pene e guai
e minne preghi lu Figliolu toi
ca li bisogni mei tutti ‘lle sai.
Le ultime due strofe si ripetono per ben dieci volte.

Rosario cantato della Madonna delle Grazie

Gloria a vue ‘u Patreternu,
gloria a vvue figliol divino
gloria a vvue spiritu supremu
gloria a vvue sempre sarà,
e per tutta l’eternità!

O core amabilissimo del caro mio Gesù
e il vostro amore dolcissimo
io lo voglio sempre più
dolce cuore del mio Gesù
fa ch’io t’ami sempre più
dolce cuore di Maria
fa che t’ami l’anima mia.

‘Stu mio core sta scunfusu
ca t’haiu tanto offeso
e mo nun t’offendo più
Sacro Cuore del mio Gesù.

Madonna de ue Grazie
e funtana d’ogni grazia
duve ttie vegnu ppe grazie
‘o Maria famme grazia.

Famme grazie ‘o Maria
chi te ficia l’eternu Patre
e tte ficia Madre de Dio
famme grazie o Maria.

Le ultime due quartine si ripetono dieci volte.

Nella foto, festa della Madonna delle Grazie a Rogliano 

 

 

 

 

 

AMANTEA - Al mio paese, tra le varie forme di superstizione, la più temuta è quella del malocchio o iettatura.
I più superstiziosi, per scaramanzia, non ricorrono ai noti gesti come: toccare ferro, portare amuleti, fare corna con due dita della mano, perché ritenuti inutili; ma si recano dal fidato fattucchiere, come l’ammalato dal medico.
Alla mia nonna materna, fu un’anziana sua compaesana, che le trasmise le formule necessarie per combattere il malocchio, e allontanare gli spiriti erranti.Questo, secondo una popolare tradizione, avvenne durante la notte della vigilia di Natale. Un’inviolabile regola, fatta osservare da alcuni praticanti imponeva al neo-fattucchiere - maschio o femmina che fosse-, di non iniziare l’attività prima della morte del proprio maestro, altrimenti, lo scongiuro non avrebbe fatto effetto.Questa usanza non faceva parte del regolamento; ma inventata da qualcuno che di questa attività viveva e perciò temeva concorrenze professionali. Fino a quando questa falsa regola non fu smascherata, c’era chi doveva aspettare anni e anni prima d’intraprendere la tanto attesa opera. La nonna aveva una ventina di anni quando fece il primo scongiuro.
Ad Amantea, oltre a lei, vi erano diversi fattucchieri, in gran parte donne, raramente qualche uomo.
Come ho già detto, c’era chi esercitava questa attività a scopo di lucro; invece, la nonna, lo faceva solo a fin di bene e senza alcun interesse. Non voleva essere pagata; e dietro le continue insistenze dei beneficiati, accettava compensi come zucchero, caffe, biscotti, non potendo rifiutare quest’ultimi, in quanto, lo scongiuro, non avrebbe dato buoni risultati.Come i compensi in danaro, anche quelli in natura erano un’altra regola inventata.
Come fattucchiera la nonna era molto conosciuta e apprezzata dai suoi compaesani, e godeva buona fama anche nei paesi circostanti.Riceveva in casa i suoi clienti due giorni la settimana: martedì e venerdì.A consultarla erano quasi sempre le donne; raramente si vedevano gli uomini, perché occupati a lavorare, ma soprattutto perché con la nonna avevano poca familiarità. Quindi, era la donna che portava alla nonna un oggetto o un indumento appartenente all’uomo, il quale doveva servire per lo scongiuro, che in questo modo si faceva in assenza di lui. A porte socchiuse, seduta vicino alla donna, la nonna iniziava lo scongiuro facendosi il segno della croce; poi, recitando le preghiere a fior di labbra, metteva una mano sul capo della donna, sul quale vi rimaneva per tutta la durata dello scongiuro e con l’altra, faceva dei segni di croce su quasi tutte le parti del corpo. D’un tratto, la bocca della nonna, all’approssimarsi del primo sbadiglio, si spalancava: ciò significava che il caso era scongiurabile.Durante lo scongiuro, anche la donna che vi era sottoposta, emetteva qualche sbadiglio. A volte, la nonna non poteva fare a meno di certe sue considerazioni su clienti poveri e colpiti dalla sventura. Un giorno ad una vedova disse: - Oh figlia mia, ci mancava pure questo, chi sarà stato! E poi, che cosa hai tu da far invidia, proprio non lo so; non sei ricca, il tuo povero marito è morto giovane lasciando tre figli piccoli, e se non lavori tu... chi li sostiene? Poi riprendeva a pregare e a sbadigliare. Quando ciò le veniva meno, lo scongiuro poteva ritenersi finito, e si passava allo “spumu”.
La nonna prendeva tre pizzichi di sale, tre foglie secche di ulivo benedette, tre pizzichi d’incenso e buttava il tutto sulle braci da cui si alzava un profumo gradevole che si spandeva per tutta la stanza; poi, con ambo le mani alzava il braciere fumante e lo girava attorno al corpo e sulla testa della donna. Dopo aver posato il braciere per terra, con un segno di croce chiudeva definitivamente lo scongiuro. Nel congedare la donna le consigliava di ripetere a casa lo “spumu” una volta al giorno e per tre giorni di seguito, raccomandando di gettarne i resti dove nessuno, in modo particolare la persona scongiurata, sarebbe passato, altrimenti, la formula rituale si sarebbe dovuta ripetere.Oltre allo “spumu”, la persona scongiurata doveva bagnarsi la faccia con acqua, sale, aceto, e farsi il segno della croce prima d’immergervi le mani. Però, non sempre lo scongiuro riusciva; ed anche dopo vari sforzi, alla nonna, le era impossibile sbadigliare, e le rimaneva un groppo in gola. Questa volta non si trattava di malocchio; ma aveva a che fare con qualcosa di più duro, che lei tante volte aveva allontanato e che ora si trovava inerme a combattere. Si trattava di una vittima di morte violenta, la cui anima cosiddetta vagante, una volta incarnatasi nell’uomo, gli provoca spossatezza,inquietudine e insonnia.La nonna, impotente a questo nuovo caso, indirizzava la donna da un suo collega più esperto di lei.Oltre alle persone scongiurava anche animali e cose varie. Alle bestie che da diversi giorni non mangiavano, o che non producevano latte, la nonna, dopo averne scongiurato i peli e le setole, faceva sì che gli stessi ritornassero alla normalità.
Il fatto che sto per narrare è un caso che ad Amantea suscitò un certo clamore, anche verso i più scettici. Un giorno andò dalla nonna una sua vicina di casa, - come al solito era una donna -, e le spiegò che suo marito, venditore ambulante, da poco tempo aveva comprato un nuovo camion e che dopo alcuni giorni di lavoro non si metteva più in moto. La donna aggiunse che erano stati chiamati quasi tutti i meccanici del paese, fra i quali, nessuno aveva saputo trovare il guasto alla macchina. Preoccupata, la donna continuò: - Zia Luisa mia, se il camion non si aggiusta come farà mio marito a lavorare? Poi pregò la nonna di recarsi a casa sua e tentare lo scongiuro al camion. Aiutata a salire sul predellino, la nonna prese posto nella cabina di guida, e con un segno di croce cominciò lo scongiuro. Di tanto in tanto il silenzio veniva interrotto da alterni sbadigli, poi, finito lo scongiuro, ad un cenno della nonna l’autista innestò la marcia e il camion finalmente partì.

Mi succede spesso, ora che il tempo sembra passare più rapidamente, di ritornare con la mente al mio paese e alla mia infanzia.
Come era diverso Dipignano in quella prima metà degli anni ‘50 e quanto fascino suscitava in me la tradizione di quell'artigianato del rame, che sopravviveva nei suoi ultimi rappresentanti, gli stagnini, i quali ancora giravano, di paese in paese, a riparare o a rinnovare paioli, catini, tegami, caccavi di rame, mentre ormai all'orizzonte si affacciava il sopravvento dell'alluminio prima e, quindi, della plastica.
Di lì a poco, i miei amici stagnini, salvo qualcuno che sarebbe passato a lavorare la latta, avrebbero abbandonato il proprio “antico” mestiere per imboccare, alcuni, la via del Lussemburgo, del Belgio e della Germania e altri quella delle Americhe, già da tanti affrontata nei primi anni del XX secolo, se non addirittura anche qualche decennio prima.
Eppure, l'artigianato del rame era stato un tempo un'attività fondamentale per Dipignano, per la sua popolazione e per la sua economia. Un'attività radicata profondamente nella tradizione del paese, definito addirittura “il paese dal cielo di rame”; un'attività che ha radici antichissime ed una storia ricca ed interessante, una storia in parte ancora da recuperare e da ricostruire. Quanto fascino e quanta saggezza nella storia, nella vita e nelle tradizioni dei calderai e dell'attività del rame. Una storia, una vita e delle tradizioni che affondano i propri passi in un passato molto lontano e che oggi rivivono in quella dimensione di tempo senza tempo, che è la memoria.
Ebbene, come e quando sono cominciate questa storia e questa attività, per Dipignano e per i dipignanesi? Le origini dell'artigianato del rame, a Dipignano, sono oscure, ma vanno senz'altro collocate molto indietro nel tempo.
Secondo Oreste Dito sarebbero stati gli Ebrei a portare questa forma d'artigianato a Dipignano. “Esso non è ricordato – egli scrive – come centro giudaico; ma, posto tra Paterno e Cosenza, è molto probabile che lo fosse stato, se si consideri che soltanto i Giudei potevano importare e conservare un'arte che fu una vera specialità per quel Casale. Anche nei nostri tempi – così continua il Dito – i calderai di Dipignano girano di paese in paese esercitando il loro mestiere; ciò che pure era un'altra caratteristica degli Ebrei” (1).
Se ciò fosse vero, l'attività del rame dovrebbe essere stata avviata in paese quando, per sfuggire ai Saraceni (975- 977), moltissimi cosentini, fra i quali c'erano degli Ebrei, lasciarono la città e ripararono in collina, nei vari casali. È un'ipotesi, ma a dire il vero, nella storia e nella tradizione di Dipignano non sembrano presenti tracce di un eventuale, anche solo temporaneo, insediamento ebraico. Interessante appare l'ipotesi di Pericle Maone (2) il quale, in un proprio lavoro sui calderai di Dipignano, fa leva sulle caratteristiche pastorizie di Dipignano per affermare che ciò lascia intendere una presenza artigianale locale subordinata, appunto, alle esigenze della pastorizia. Ed è al Maone che si deve l'idea d'una forma artigianale, giunta con tutti i propri principi tecnici dall'antica città di Temesa, dove appunto si lavorava il rame. “Potrebbe darsi – dice il Maone – che qualche nucleo di quegli antichi artigiani, risalendo la via Popilia, la quale attraverso la Valle del Savuto portava a Cosenza, abbia fissato nuova dimora nei pressi di questa città, trasmettendo ai posteri la sua particolare abilità nel trattare il rame” (3).
Anche questa è una ipotesi, ma è bene partire dall'idea e dall'ipotesi di P. Maone “per affermare che l'attività calderaia nacque in Dipignano per soddisfare le esigenze della pastorizia dipignanese e le richieste di vasi e caccavi per il latte ed il formaggio, prodotti dai contadini nel Casale” (4).
Ipotesi a parte, resta tuttavia il fatto che le origini di questa forma artigianale sono da porre in un passato molto lontano. Eppure, di questo illustre e interessante artigianato, oggi, rimane solo la memoria, unitamente ad antichi oggetti di rame e ad un gergo, l'ammasc-cante, inventato ed usato esclusivamente dai calderai di Dipignano.
In passato, l'artigianato del rame ha avuto momenti di grande splendore e di grande peso nell'economia delle famiglie del paese. Tutto, in fondo, dipendeva dalle entrate della lavorazione del rame e tutto era legato al danaro che mettevano in circolazione calderai e ramai, i quali ebbero il proprio periodo più florido nel corso del XVIII secolo.
“Le cose – ho avuto modo di scrivere molti anni fa – andavano veramente bene. Le famiglie calderaie vivevano sparse nelle varie frazioni … conducendo una vita abbastanza comoda, per quei tempi. I più grossi mastri ramari della prima metà del secolo furono Bernardo Serra e Francesco Marino. Il fatto che entrambi avessero precettori per i figli, è indice del benessere raggiunto dal paese” (5).
A dire il vero, già parecchio tempo prima, qualche famiglia calderaia si era preoccupata degli studi dei propri figli ed aveva cercato di tentare il passaggio alle cosiddette professioni “nobili”. Lo attesta un documento citato da O. Dito (6), un documento col quale “si dava licenza a certa donna Cusina, figlia di Filippo di Pastino, calderaio di Dipignano, di esplicare in Cosenza la professione di chirurgia” (7). Nell'Ottocento, l'artigianato cominciò gradualmente a rivelare i primi segni di crisi. A metà secolo, un certo Antonio Mele aveva provato ad aprire, nel punto in cui inizia la salita che da Cosenza conduce a Laurignano (forse la zona chiamata oggi “Molino Irto”), una fabbrica in cui “si batteva e si fondeva il rame”. La vita dell'azienda, però, fu breve, solo quattro anni. Continuavano ad operare, in Dipignano, anche se ancora per poco, solo le Fonderie di via Capocasale, dove si lavoravano preziosi prodotti ed ottime campane. E restavano altresì qualche bottega ed uno stuolo di calderai e di stagnini che continuavano ad andare in giro per i paesi della provincia cosentina.
Agli inizi del XX secolo, crisi ed emigrazione, tuttavia, la fecero da padroni e lentamente l'artigianato del rame imboccò il viale del tramonto. Sopravvivevano, come ultimi rappresentanti d'un artigianato “millenario”, qualche calderaio ed alcuni stagnini.
Torna grato ricordare, fra i calderai, mastro Vittorio Fiorino, artigiano ed artista del rame, bravissimo nel lavorarlo anche secondo le linee e lo stile della scultura e secondo la tecnica dello sbalzo. Presto anche l'ultima generazione avrebbe lasciato ed avrebbe attaccato i “ferri del mestiere” al classico chiodo.
Il successo dell'alluminio e l'affermazione della plastica, unitamente ad un insieme di eventi economici e storici che di certo non favorirono l'artigianato del rame e non aiutarono, ammesso che qualcuno volesse ancora provarci, la trasformazione dell'artigianato del rame in una moderna attività industriale o aziendale.
Oggi, l'artigianato del rame ed il mondo dei ramai sono solo un ricordo, bello ed interessante, ma solo un ricordo cui torno volentieri con la mente e, talora, con la fantasia, magari ripercorrendo quegli antichi luoghi delle botteghe calderaie in cui si sono temprati ed hanno lavorato a lungo i miei antenati. A quei luoghi torno, spesso, come ad un mondo e ad un passato smarriti nel tempo, ma vivi nel cuore; a quel mondo e a quel passato sono ritornato e ritorno, oggi, con queste pagine, come ad un patrimonio che non c'è più, ma che mi appartiene ancora.
NOTE
•Cfr. O. Dito, La Storia Calabrese e la dimora degli Ebrei in Calabria dal secolo V alla seconda metà del secolo XVI (Nuovo contributo per la storia della Questione Meridionale) Ed. Cappelli 1916, p. 127, citato anche in E. M. Gallo, Gli Ultimi Calderai (Storia e leggenda dell'artigianato dipignanese), Tip. Mario Tocci Cosenza s.d., p. 14.
•Cfr. P. Maone, I Calderai di Dipignano, Ed. Casa del Libro, dott. Gustavo Brenner Cosenza 1963, pp. 27- 28 citato anche in E. M. Gallo, op. cit. pp. 15- 16.
•Cfr. P. Maone, op. cit. p. 29, citato anche in E. M. Gallo, op. cit. p. 16.
•Cfr. E. M. Gallo, op. cit. p. 17.
•Cfr. E. M. Gallo, op. cit. pp. 37- 38.
•Cfr. O. Dito, op. cit. p. 202.
•Cfr. E. M. Gallo, op. cit. p. 21.
BIBLIOGRAFIA
•O. Dito, La Storia Calabrese e la dimora degli Ebrei in Calabria dal secolo V alla seconda metà del secolo XVI (Nuovo contributo per la storia della Questione Meridionale) Ed. Cappelli 1916.
•E. M. Gallo Gli Ultimi Calderai (Storia e leggenda dell'artigianato dipignanese), Tip. Mario Tocci Cosenza s.d.
•P. Maone, I Calderai di Dipignano, Ed. Casa del Libro, dott. Gustavo Brenner Cosenza 1963.

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