Chi tena pocu s'accuntenta, chi tena assai se lamenta!
(Chi ha poco si accontenta, chi possiede molto si lamenta)                                                                                                                                               .

 

'U giuvine oziusu, quannu è vecchiu è bisugnusu!
(Il giovane ozioso, quando è vecchio avrà bisogno!)
Chi non semina in gioventù, non raccoglie in vecchiaia.                                                                                                                                                            

 

Anche quest'anno, il ventiduesimo, il calendario, realizzato da "Atlantide - Centro studi nazionale per le arti e la letteratura" di Rogliano, raccoglie nell'arco dei dodici mesi aneddoti, indovinelli, filastrocche, fotografie e immagini antiche, proverbi, racconti, ricette contadine, tradizioni legati alla nostra terra e alle nostre radici.
Il lavoro, edito in trenta pagine, vuole essere, nella maniera più diretta, un raccordo tra il nostro passato, presente e futuro.
Uno spaccato di Calabria ricca e umile e un insieme di avvenimenti e situazioni che rivivono attraverso il ricordo e il racconto delle persone più anziane che cercano di trasmettere alle nuove generazioni antichi usi e costumi che altrimenti andrebbero dimenticati.
Il Calendario del Savuto racconta il nostro tempo, attraverso il ricordo. E leggendo scopriamo tanti particolari e specifiche situazioni.
Ricordi e racconti da vivere per un anno intero e da lasciare e trasmettere ai tanti giovani che, spesso, rimuovono il loro passato e le loro origini come segno d'insofferenza.
Un progetto coraggioso che mira a tutelare i nostri decenni trascorsi e a prendere da ciò che siamo stati, che sono stati i nostri padri, i migliori insegnamenti per la vita futura. 

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La Calabria abbonda di proverbi, incisivi, chiari, immaginosi. Essi sono espressione della civiltà e delle condizioni del popolo calabrese. E poiché la civiltà è stata, se non esclusivamente, certo prevalentemente contadina, molti riguardano l'agricoltura, la meteorologia, la pastorizia. Della vita del popolo, ricca solo di stenti e di privazioni, senza speranza e senza fede nell'avvenire, sono derivati molti proverbi e modi di dire proverbiali sulla miseria dei molti, la ricchezza e il potere dei pochi, l'egoismo, la cupidigia, l'individualismo, l'antisocialità.
Nel dialetto calabrese la parola "proverbi" è sostituita da "dittu" ed è spesso seguita da "'e l'antichi" o "'e da bonanima 'e nonnu", oppure "l'antichi dicianu".
Di seguito una rassegna dei proverbi più comuni e citati nei Paesi della Valle del Savuto.

AIELLO CALABRO
Lu tempu è mastru, e tu speri ca vidi (Il tempo è maestro, spera e vedrai).

APRIGLIANO
Apriglianu largu e vucca e struttu e manu (Aprigliano generoso a parole e non per i fatti).
A Apriglianu maritace e a Pietrafitta 'nzuracce (Ad Aprigliano trovati il marito e a Pietrafitta la moglie).

BELSITO
A vacca cu 'u mangia cu lu voe o ha mangiatu prima o mangia poi (La mucca che non mangia con il bue o ha mangiato prima o mangerà poi).

BIANCHI
U ciucciu chi u ffa lla cuda alli tri anni u lla fa cchiù! (L'asino che non ha fatto la coda a tre anni non la fa più!).
Chiacchiere e tabbachere e lignu a banca e Napuli u 'nde 'mpigna (Alla banca di Napoli non si accettano in pegno chiacchiere e portatabacco di legno).

CARPANZANO
A mali 'ncini hamu mpicatu e viertule (A cattivi uncini abbiamo appeso le bisacce, cioè abbiamo sperato nelle persone o - situazioni - sbagliate).

CELLARA
'Nu ghjati truoppu avuti cà caditi tantu de la grannizza chi purtati cà de denari nun ne discerniti e nemmenu di nù buonu parentatu (Non camminate troppo alti perché cadrete a causa della superbia che avete, perché non provenite né da denari (famiglie ricche) né da un nobile parentato).
Pezzente sì, ma lordu pecchì? (Pezzente sì, ma perché anche sporco?, cioè la povertà non è sinonimo di sporcizia).

COLOSIMI
U viziu e natura finu alla morte dura (I vizi durano fino alla morte).
A vurpa si un jiungia all'uva dicia che amara (La volpe che non arriva all'uva dice che è amara, cioè chi non riesce a ottenere qualcosa finisce col disprezzarla).

GRIMALDI
E' megliu na chiovuta a maju de nu carru d'oro (Meglio una pioggia a maggio che un carro d'oro)
L'acqua fa male e ru vinu fa cantare (L'acqua fa male e ilvino fa cantare).
Si u mprestu fossi bonu, ognunu 'mprestassi ra mugliera (Se il prestito fosse una cosa buona,ognuno presterebbe la moglie).

LAGO
E' miegliu oie l'uavu ca dumani a gallina (E' meglio un uovo oggi che la gallina domani).

MALITO
Para ca tegnu na Parrara (Sembra che ho una Parrara, cioè di avere una miniera: infatti Parrara è il nome di una cava malitese).
Cumpunna la numìa curu cardune, u pirui mastru 'ntone cu bajana (Confonde l'erba con il cardone, un tipo di pera con il baccello delle fave).

MANGONE
U gammarellu chi troppu anna, chju prestu perda ca guadagna (Le persone che vanno troppo in giro, rischiano di perdere anziché guadagnare)
U mmasciaturu chi ritarda male notizie porta (L'ambasciatore che ritarda porta cattive notizie).

MARZI
Ficiaru colleganza cani e lupi, povere pecorelle amare crape (Quando si alleano cani e lupi, povere pecorelle amare capre).

PANETTIERI
Allu Rusaru e castagne intra u panaru (Per la festa della Madonna del Rosario, le castagne sono già nel paniere: la prima domenica di ottobre coincide, infatti, con il primo giorno della raccolta delle castagne).

PARENTI
A passu miarula ca a via è petrarusa (Cammina a passo del merlo perché la via è malridotta, cioè quando le cose non vanno bene, conviene procedere con prudenza).
All'urtu ce vò curtaglia e allu munnu furtuna (All'orto ci vuole concime e al mondo fortuna).
Cose 'e notte vrigogna e juornu (Cose di notte, vergogna di giorno).

PEDIVIGLIANO
U lupu gurdu 'un crida u dijuno (Il lupo grasso non crede al digiuno, cioè il ricco non crede alle difficoltà del povero).

ROGLIANO
Abbuttu un crida allu diunu (Chi è sazio non crede a chi è digiuno).
A cucuzza cu l'acqua sua s'ha de cocire (La zucca deve cuocere nel proprio brodo).

SANTO STEFANO DI ROGLIANO
Chine simmina spine un po' jire scavuzu (Chi semina spine non può camminare scalzo).
Marzu fa lu jure e apriue ne ha l'unure (Marzo fa il fiore e aprile ne ha l'onore).

SCIGLIANO
A gallina chi camina tena sempre a vozza china (La gallina che cammina ha sempre lo stomaco pieno, cioè chi va in giro a chiedere notizie, sa sempre tutto di tutti).

Giuseppe Pizzuti, docente

Tanti ricordi mi ritornano in mente, quando corro indietro nel tempo e mi fermo ad accarezzare gli anni della mia infanzia.
Sono ricordi di eventi, di frequentazioni, di giochi e di racconti che hanno segnato il ritmo dei giorni della mia spensieratezza. Essi, insieme, hanno lasciato un segno nella mia vita e, nel bene e nel male, hanno accompagnato gli anni del mio graduale cammino di crescita e di affrancamento dai miti dell'età magica della fantasia.
Ora, mentre gli anni corrono sempre più e gli affanni, come nubi minacciose in quel tempo di sospensione fra autunno e inverno, si addensano ed affaticano il ritmo della quotidianità, molti di quei ricordi, quasi prepotentemente, tornano alla ribalta. Si riaffacciano alla mente e alla vita, pronti ad occupare le ore di inerzia di questo tempo avaro, pronti a rasserenarle e a restituire, anche se in un flebile sospiro di nostalgia, il calore e l'armonia d'un passato mai spento, tornando a riempire del fascino sognante dell'infanzia il vuoto dei giorni sempre uguali del presente, così da rubarli al peso della noia e da riscaldarli dandovi ancora senso. Pertanto, mi succede ormai molto spesso di indugiare sui ricordi di quel tempo lontano, di accarezzare la gioia di quei giochi e di gustare, quasi con nuovo senso di partecipazione, il piacere delle narrazioni. Dei giochi, fra i tanti, ce n'è uno che mi torna talvolta alla mente e mi consente di abbandonarmi ancora al segreto e misterioso fascino di quegli anni. Si tratta del “gioco della guerra”. Sì, proprio così. Noi bambini, nati negli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale, provavamo un certo gusto nel sollecitare, nell'organizzare e nel sostenere una vera e propria contesa fra i ragazzini dei vari rioni. Era il “gioco della guerra”.
Ogni rione aveva il proprio gruppo di ragazzini e, fra essi, il proprio “capo”. Avveniva che questi apriva le ostilità col “capo” d'un altro rione. Subito partivano le trattative per le alleanze e, quindi, si apriva la contesa. Le armi erano le fionde ed i sassi, ma, a dire il vero, desiderosi di non volerci fare del male e consapevoli della valenza ludica dell'evento, non le usavamo mai e tutto finiva in un classico “duello” individuale, indolore e non rischioso, che trovava il proprio snodo nella lotta libera; chi finiva a terra veniva fatto prigioniero. Alla conclusione della contesa si stilava il trattato di pace fra i rioni, il gioco per quel pomeriggio finiva e, quindi, si andava a consumare la merenda tutti insieme. C'era un certo che di campanilistico, nel gioco e nella contesa, qualcosa che in seguito sarebbe stato sostituito dalle partite di calcio fra quartieri.
Un ruolo ed una funzione a parte avevano invece le “rumanze”, cioè quelle narrazioni di fatti e di imprese eccezionali, quei racconti di fate e di orchi, di maghi e di comuni protagonisti della quotidianità, di re e di regine, di principi e di fanciulle semplici, di ragazze innamorate e di donne in attesa d'uno sposo, narrazioni e racconti ricchi di fantasia e di avventure, narrazioni e racconti che avevano il proprio campo di azione in casa e che vedevano coinvolti, nella veste di narratori, anche gli adulti della famiglia. Noi bambini li chiamavamo “rumanze” e così pure li definivano i nostri genitori ed i nostri fratelli maggiori.
Le “rumanze” erano un pò il nostro pane quotidiano e noi le seguivamo e le ascoltavamo, con viva attenzione, talora nel primo pomeriggio e più spesso la sera, magari accanto al caminetto o al braciere, se d'inverno, o sull'uscio di casa se d'estate. Esse affondavano le proprie radici e le proprie origini in una dimensione popolare collettiva che, rifacendosi a fatti, ad eventi, ad amori e ad avventure, reali o fantastici, che appartenevano alla tradizione locale, aveva elaborato e rielaborato con la fantasia racconti che, romanzati, da tanto tempo si tramandavano oralmente, appunto attraverso la narrazione.
Le“rumanze”, come quelle di cui scriveva Pasquale Rossi, avevano uno stretto rapporto e un chiaro legame di suggestione creativa con la gente, con il popolo, con quella misura di ispirazione artistica che il Rossi, appunto, riconosceva alla “folla”. “La quale virtù creatrice – scriveva P. Rossi all'inizio del XX secolo – è viva ed operosa ancora adesso nelle folle inferiori, per esempio, del mezzogiorno d'Italia, in cui il senso artistico è facile e natio. Sì che io ho più volte notato come non sia rara fra i nostri contadini (…) che, nel ripetere una ballata, uno stornello, una canzone d'amore, dimentichino un verso rimato e, lì su quel subito, ne sostituiscono altro non men bello, euritmico e rimato, per un felice magistero d'inspirazione artistica” (1).
E, a dire il vero, nel corso della narrazione, l'io narrante, padre o madre, nonno o nonna, spesso variava il passo, con aggiunte inventate al momento, al fine di incuriosire ulteriormente i bambini o di ampliare la trama con divagazioni tematiche e con nuove argomentazioni per intrattenerli il più a lungo possibile. Tant'è che, col tempo, di una stessa “rumanza” apparivano più versioni. Interessante, in merito, il racconto di una frittata di due uova per due cuccioli, racconto che, narrato ad un bimbo intento a consumare la propria minestrina, al fine di tenerlo desto ed attento fino alla fine del pasto, venne ulteriormente arricchito ed ampliato, in corso d'opera, dall'io narrante, cioè la madre, fino a giungere ad una frittata di mille uova per altrettanti cuccioli.
E sì, spesso, con le “rumanze”, onde ottenere l'effetto sperato, bisognava fare di necessità virtù e, nel caso specifico, bisogna fare di necessità sollecitazione ispiratrice e creatrice. Questa ispirazione artistica è tipica della folla. Lo scriveva chiaramente P. Rossi, secondo il quale, essa “è così propria della folla da restare anonimo l'autore, non pure nelle forme letterarie – rumanze o fiabe, canti, poemi, leggende - ; ma ancora nelle forme plastiche ed architettoniche” (2). E' fin troppo chiaro che P. Rossi riconosceva alla folla una misura di genialità che, grande o piccola che sia, senza dubbio le apparteneva e le appartiene. Egli, così, si soffermava sulla natura di questo magistero creativo della folla, giungendo alla conclusione che era, tuttavia, necessario metterlo in rapporto con la figura del genio. “E, andando – egli scriveva – ancora più in là con la disamina scientifica, si discopre lo speciale magistero creativo della folla per rapporto all'individuo. Giacchè ben essa porta, nella sua coscienza subliminale, il concetto vago ed indefinito; ma è il genio che dà forma e figura all'opera che ella poi intende come uscita dall'animo suo” (3).
L'opera, sembrava dire il Rossi, è già di per sè, seppure in un'aura vaga e indefinita, nell'anima della folla, ma è il genio che le dà corpo e forma concreta. Volendo poi chiarire meglio questo rapporto fra la vis creativa della folla e il genio, in un'altra opera così aveva scritto, appena qualche anno prima: “Vero è però che la genialità della folla è essenzialmente conservativa, anzichè genetica: cioè vi sono dei rapporti che, inconsciamente, sono sentiti da tutti; però uno solo li formula nettamente nel proverbio e li applica dal campo teorico al pratico. Egli è il vero creatore, la sua è genialità genetica: conservare questa eredità geniale, aggiungerla alle altre (…) ecco la genialità conservativa della folla” (4).
In realtà, secondo il Rossi, il genio individuale viene dopo ed è conseguente al momento in cui l'individuo, pur vivendo in una concreta comunità, cioè nella collettività, se ne rende autonomo nel senso che è in rapporto con essa, ma ha vita a sè; e se, da una parte, ne subisce l'influenza, dall'altra a sua volta l'influenza. Quel che si verifica fra magistero creativo della folla e genio è, in fondo, così mi pare e così mi piace dire, il risultato di quel rapporto vitale che, comunemente, s'instaura fra l'individuo e l'ambiente di cui esso fa parte e da cui proviene per formazione, per cultura e per pensiero. Questo è un po' l'anima del processo creativo in cui si dipanavano e si dipanano fiabe, favole, rumanza e rumanze. “La favola, il filo, la trama, il canovaccio (…) - scriveva P. Rossi – tutto ciò onde s'intesse la fiaba, germinò adunque dall'animo dell'autore o fu una eco talora di avvenimenti realmente vissuti, nella massima parte o in alcuni particolari. Ma ciò che supera il filo conduttore; gli stati d'animo che vi si riflettono; le rappresentazioni cosmiche che in essa vivono; in una parola: la passione, la concezione della vita, i varii ambienti muoventisi in essa, l'autore li ha trovati viventi ed operosi nell'animo collettivo. E dal mondo della mente li ha trasportati in quel chiaro riflesso dell'animo della folla, ch'è la fiaba” (5).
Quanto detto da P. Rossi vale per le rumanze che animarano ed allietarono la mia infanzia e quella dei miei coetanei e di altre generazioni di ragazzini, anche se nessuna delle rumanze, che mi hanno deliziato da bimbo, ha mai fatto parte del gruppo cui appartenevano e si legavano quelle raccolte dal Rossi. Evidentemente le rumanze della mia infanzia, in gran parte, videro la luce successivamente. C'è, tuttavia, oltre a quanto scritto in merito all'ispirazione artistica da cui nacquero e all'ambiente di provenienza, un altro aspetto comune con quanto scritto dallo studioso di Tessano, e cioè la divisione in cicli. Secondo P. Rossi, infatti, le rumanze, per contenuti e materia, si legano a vari cicli. Il più antico è il ciclo saraceno, ma in seguito presero corpo il ciclo cristiano, il ciclo delle maghe, il ciclo celtico con fate ed orchi etc.
Anche le rumanze, che riguardarono gli anni della mia prima età, presentavano vari cicli, e cioè quello dei briganti, quello religioso, quello di streghe, maghe e fate, quello d'avventura etc. Fra queste rumanze ricordo con molto piacere quelle che, attraverso la narrazione romanzata delle imprese dei briganti, presentavano cenni delle vicende della nostra terra. Fra le rumanze d'amore una mi è rimasta particolarmente nel cuore, anche se oggi me ne sfugge la trama e mi resta in testa solo il titolo, Za Matella. Di certo una ragione c'è stata e forse si radica nel particolare senso di suggestione che essa sapeva comunicare al mondo fantastico della mia infanzia. Un fascino tutto particolare, in quegli anni, ebbero per me e per i miei coetanei le rumanze che avevano per protagonista Jugale. Esse, in verità, erano le più antiche fra quelle che ci venivano narrate ed appartenevano ad un tempo e ad un mondo ben più lontani. “Tra le ridevoli figure – scrive il prof. Dorsa – è un Jugale, tipo leggendario dell'uomo balordo e fortunato nel tempo istesso, identico al Giufà, Giuxà o Giucà dei Siciliani, e del quale vuolsi trovare la fonte nei racconti indiani del Panschutantra” (6).
Oggi, forse, di tutte queste rumanze, tranne che per i racconti di Jugale, non resta niente e non si narra più niente, ma io vi ritorno spesso e con piacere, quasi per riassaporare e per respirare l'aria d'un mondo e d'una età che non mi appartengono più, se non come vita recondita della memoria.
Note
(1) Cfr. Dott. P. Rossi, Le rumanze ed il Folk-lore in Calabria, Cosenza Tipografia Raffaele Riccio 1903, p. 4.
(2) Ivi.
(3) Ivi, p. 5.
(4) Cfr. P. Rossi, Giuseppe Mazzini dinanzi alla scienza moderna, Cosenza 1900, pp. 122- 123, riportato pure in P. Rossi, Le rumanze ed il Folk-lore in Calabria, Cosenza Tipografia Raffaele Riccio 1903, pp. 5- 6.
(5) Cfr. P. Rossi, Le rumanze ed il Folk-lore in Calabria, Cosenza Tipografia Raffaele Riccio 1903, pp. 6- 7.
(6) Cfr. V. Dorsa, La tradizione greco-latina negli usi e le credenze popolari della Calabria citeriore, Cosenza 1884, p. 4 riportato pure in P. Rossi, Le rumanze ed il Folk-lore in Calabria, Cosenza Tipografia Raffaele Riccio 1903, p. 48.
Bibliografia
P. Rossi, Le rumanze ed il Folk-lore in Calabria, Cosenza Tipografia Raffaele Riccio 1903.
P. Rossi, Giuseppe Mazzini dinanzi alla scienza moderna, Cosenza 1900.
V. Dorsa, La tradizione greco-latina negli usi e le credenze popolari della Calabria citeriore, Cosenza 1884.

Deriva dal latino Tabula – ria = pranzo scellerato.
Il toponimo si riferisce ad una leggenda che riguarda la fondazione di Rogliano e che è riportata su un manoscritto del canonico Fortunato Morelli, datato 15 novembre 1748 sul quale si legge: “Che al tempo degli musoni, Rogliano fu edificata da Sabasio presso le acque del fiume Savuto. In seguito il re di Arcadia Enotrio, scacciato dalla sua terra, approdò verso il golfo di Squillace e risalito il corso del fiume Savuto, arrivò sul luogo, ora detto Tavolaria. Questo toponimo veniva appunto da furbesco espediente, tempestivo e geniale, dello stesso re, che per potersi salvare dai nemici del luogo, dopo averli ammansiti, li invitò a cena e quando si accorse che erano fortemente ubriachi e addormentati fece una terribile carneficina.
Il luogo prese il nome di “tabula – ria” cioè cena o tavola scellerata.
Nei pressi del luogo, sul fiume Savuto sorge il cosiddetto “Ponte di tavolaria”, costruito al tempo in cui la Calabria fu sotto il dominio spagnolo e risale al 1592.

dal volume di Egidio Sottile: "Luoghi di Rogliano tra etimologia e storia", Atlantide edizioni

Anticamente la maggior parte delle famiglie, ispirandosi al noto principio dell’ “economia chiusa”, secondo il quale ognuno doveva bastare a se stesso senza dipendere da nessuno (e ciò era anche possibile e facilitato dalla presenza, in quelle numerose famiglie patriarcali, di numerose braccia), la maggior parte delle famiglie, dicevamo, possedeva, negli orti adiacenti le abitazioni, un piccolo forno.
Quando si decideva di fare il pane, tutta la famiglia era “’mmuinata”. Erano giorni, assieme a quelli dell’uccisone del maiale, indimenticabili; pieni di riti e di significato.
Di giorno le donne cernevano la farina e la sera, prima di andare a letto, preparavano “’a levatina”. “Si vo’ videre a fimmina ‘mmuinata - diceva un detto malitese di quel periodo - quannu fa ru pane e ‘avucata”. Le pitte si infornavano e si sfornavano per prime, anche per mandarle in dono ai vicini e ai parenti. Si usava fare anche “’a pitta d’u mortu” così chiamata perché distribuita ai pezzenti a suffragio delle anime dei parenti morti. Poi si passava ad infornare il pane. Quello più buono e più fragrante veniva subito restituito a chi lo aveva dato in prestito. “Pane e levatu se renna miglioratu”, si diceva.
Numerosi erano anche i forni pubblici sparsi per il paese nei cui locali si raccoglievano, soprattutto durante il periodo delle “’ntrite”, numerose donne con i loro figli e dove, molto frequentemente, si raccontavano delle interminabili “rumanze”, soprattutto nei lunghi periodi invernali...!
Fare la “fornara” è sempre stata una misera vita. “Te via fare ‘u furnu”, “Possa io vederti lavorare al forno!. Era questa l’imprecazione più maligna che anticamente si poteva augurare ad una donna. Vediamo come lo scrittore-prete Padula in “Calabria prima e dopo l’unità” descrive la “fornara”. “E’ sempre tinta e non sente mai messa; parla sboccato, bestemmia ed è in continua lite con le “vicennere”. Diconsi “vicennere” quelle che si servono sempre da lei ed hanno il diritto di mandare ad accendere la legna, cuocervi “tielle” gratuitamente e pigliarsi della brace. Se non che nei giorni buoni la stimano”.
La fornaia, infornando pane, riceveva, per ogni tavola, un pane e mai pitte; per ogni dieci biscotti, un biscotto; per ogni infornata di castagne o fichi, uno “struppellu” di castagne o fichi; per ogni dieci filari di “turdigliuni”, un filaro. Altre antiche regole erano le seguenti: chi era prima a servirsi del forno aveva diritto d’obbligare la fornara a riscaldarlo. Il resto delle frasche doveva essere messo da colei che faceva il pane.
Arnesi del forno
Un forcone per spingere le frasche; una pala grande per infornare le pitte; “nu scupazzu” per pulire il forno; un rastrello per tirare la brace; un “ceramile” da mettere sulla brace tirata avanti; la chiudenda, chiamata “tivula” e la rastrelliera per porvi le tavole; “’a majidda per shajanare”.

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